Romano Prodi
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Al lavoro per Kiev/ La spinta al dialogo di Roma e Parigi

di Romano Prodi
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Giovedì 12 Maggio 2022, 00:02

Nonostante le sue distruzioni e le sue crudeltà, sembriamo ormai rassegnati a guardare alla guerra di Ucraina come ad un evento che dovrà durare ancora a lungo. 
La Russia contava sul crollo militare e sulla divisione politica dell’Ucraina. Eventi che non si sono avverati e che, fortunatamente, non appaiono probabili, anche per il solidale supporto ricevuto dagli Stati Uniti e dai paesi europei. 
All’opposto, l’Ucraina sperava che il collasso economico e il fallimento militare, prodotti dall’improvvida aggressione da parte della Russia, causassero un radicale mutamento delle strutture del potere russo. Ma, nonostante la pesante caduta dell’economia e le impreviste perdite di mezzi e di uomini dell’esercito invasore, nulla di tutto ciò è accaduto. 
Nel frattempo è emersa sempre più complessa la ricerca, da parte europea, di un definitivo accordo sulle sanzioni nei confronti della Russia, alla quale continuano quindi ad arrivare le cospicue risorse necessarie per sostenere i costi di uno scontro militare che si presenta ampio nella portata e lungo nel tempo.

Da circa un mese è quasi scomparsa la pur debole attività diplomatica che, incapace di offrire soluzioni concrete per la fine del conflitto, sembrava almeno in grado di tenere in vita  i rapporti che potevano preparare, seppure in un lontano futuro, un vero e proprio processo negoziale.
Negli ultimi giorni, forse anche per il tragico messaggio della possibile lunga durata del conflitto, qualcosa si sta muovendo anche da parte di un’Europa che, pur essendo drammaticamente colpita dalla guerra, sembrava essere incapace di giocare un ruolo attivo per preparare la fine del conflitto. Nello spazio di due giorni si è compiuto il viaggio di Draghi a Washington e il discorso programmatico di Macron al Parlamento di Strasburgo.

In entrambe le occasioni non è stato espresso alcun dubbio sulla strettissima volontà comune di appoggiare l’Ucraina, ma ad essa si è finalmente aggiunta una concreta spinta per una ripresa dell’attività diplomatica. Draghi ha infatti messo Biden di fronte alle drammatiche conseguenze che possono derivare all’Europa dal proseguimento della guerra, se non si mette in atto una politica comune nel campo dell’energia e ha fatto presente le conseguenze della tragedia alimentare che si va preparando nel continente africano. Su tutto questo ha ottenuto da Biden l’impegno che gli Stati Uniti e la Nato terranno nel massimo conto gli interessi europei. L’incontro di Washington ha quindi riconfermato la stretta convergenza di interessi e di obiettivi fra i due paesi, ma ha anche sottolineato la volontà di farsi carico delle diversità delle situazioni e degli interessi che rendono complicata questa necessaria cooperazione. Nelle stesse ore Macron presentava al Parlamento Europeo le innovazioni necessarie per rendere l’Unione Europea capace di decidere il proprio destino, superando la paralizzante regola dell’unanimità.

Dato che per superare l’unanimità è necessario un voto unanime, Macron ha presentato l’unica proposta ragionevole, che da anni sosteniamo: procedere, come si è fatto per l’adozione dell’Euro, ad una cooperazione rafforzata nell’ambito della quale non tutti i paesi partecipano alle nuove decisioni della politica europea, ma solo chi ne ha la volontà. Una proposta che parte da un’ispirazione comune dei principali paesi europei (Francia, Italia, Germania e Spagna) e che è un pilastro fondamentale degli accordi fra la Francia e l’Italia. A questa proposta si sono naturalmente ribellati i paesi europei più riluttanti nei confronti di una politica comune più avanzata. Essi considerano questi passi in avanti “sconsiderati e prematuri”. Questi paesi debbono essere liberi di non partecipare alla cooperazione rafforzata, ma non hanno il diritto di rallentare il cammino di chi vuole davvero costruire l’unica Europa che ci permette di essere parte attiva nella politica mondiale, a cominciare dal ruolo che non siamo stati in grado di svolgere nemmeno per favorire il processo di pace in Ucraina. L’Europa “a più velocità” è oggi l’unica soluzione che consente ai paesi europei più consapevoli di avere una presenza nella futura politica mondiale. Chi non accetta queste necessarie cessioni di sovranità, resterà fuori dalla cooperazione rafforzata, che dovrà naturalmente sempre tenere aperte le porte anche ai paesi oggi riluttanti.

Meno definita, ma comunque degna di essere approfondita, è la proposta di Macron di aprire rapporti speciali con paesi che desiderino diventare in futuro membri dell’Unione o avere con essa relazioni particolari. Su questo sarà bene riflettere, anche perché le tensioni che sono arrivate in questi anni all’Europa, da Est e da Sud, debbono obbligarci a riprendere l’antico progetto di costruire attorno a noi un anello di paesi amici che, pur senza essere membri dell’Unione, costituiscano, ancora più degli eserciti, una protezione per noi e per le nostre future generazioni.
Nella ripresa dell’attività diplomatica di questi giorni, non trascuriamo infine la conversazione telefonica fra Macron e Xi Jinping nella quale, secondo le notizie diffuse, si è ribadita la necessità di promuovere tutte le azioni possibili per fare cessare la guerra e si è riaffermato il principio che i confini tra le diverse nazioni debbano essere sempre rispettati. 
Se Draghi parla a Biden e Macron parla alla Cina, le pur flebili speranze di pace in Ucraina non possono che rafforzarsi. 

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