Luca Ricolfi
Luca Ricolfi

Parole in libertà/ Quando escludere non significa discriminare

di Luca Ricolfi
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Martedì 10 Agosto 2021, 00:08

Negli Stati Uniti, da qualche anno, l’accusa di “discriminazione” è divenuta ricorrente, onnipresente, ma soprattutto pervasiva. Di discriminazione si parla ormai sempre più sovente non solo per denunciare trattamenti differenziati in funzione di razza e genere, ma per segnalare qualsiasi disuguaglianza, indipendentemente dai meccanismi che l’hanno prodotta. Quanto all’Europa, la parola discriminazione è improvvisamente venuta alla ribalta nelle settimane scorse in relazione all’obbligo vaccinale (per determinate categorie, come medici e docenti) e al Green pass come condizione di accesso a determinati servizi e attività fondamentali (come spostarsi o assistere a una lezione). Ma che cosa è un atto discriminatorio? E che cosa non può essere ragionevolmente considerato un atto discriminatorio? Nella tradizione delle scienze sociali il prototipo della discriminazione è l’esclusione, o la penalizzazione, di qualcuno in base a un carattere ascritto, come l’essere di un certo genere o di una certa etnia (non ti assumo perché sei nero, non ti promuovo perché sei donna, eccetera).

Per estensione, si parla di discriminazione quando l’esclusione o la penalizzazione sono semplicemente arbitrarie, ossia non giustificate dal gioco che si sta giocando. In questa accezione più ampia, non occorre che a determinare l’esclusione o la penalizzazione sia un carattere ascritto, che il soggetto non può cambiare (genere, etnia, luogo di nascita, eccetera), ma basta che la base della discriminazione sia non pertinente: in un esame di Stato da avvocato conta la preparazione, non può contare il fatto che il candidato sia vestito in modo casual o classico, sia gay o eterosessuale, sia bello o sia brutto. Analogamente, non si può parlare di discriminazione se chi non ha la patente non può guidare un’auto, se un atleta maschio non può gareggiare con una atleta femmina, se un laureato in legge non può aprire uno studio da dentista. In tutti questi casi ci sono delle (ovvie) ragioni di sicurezza, equità, salute, che impongono determinate esclusioni: escludere, di per sé, non implica discriminare.

Ma nemmeno, a rigore, si può parlare di discriminazione per il solo fatto che una categoria è sotto-rappresentata in determinate posizioni più o meno ambite. Per parlare in modo non ideologico di discriminazione occorre provare che la sotto-rappresentazione sia frutto di abusi o usi distorti delle regole del gioco. Se determinate asimmetrie sono il frutto della divisione del lavoro, delle preferenze individuali, o della logica di determinate attività economiche, parlare di discriminazione è un abuso di linguaggio. Quindi, in questi casi, l’esistenza di una discriminazione è una eventualità da stabilire sulla base di evidenze empiriche, non certo sulla base della sotto o sovra-rappresentazione di determinate categorie. Può accadere, quindi, che determinati squilibri siano (anche) frutto di discriminazione, e altri non lo siano. Non credo sia difficile dimostrare che vi è un po’ di discriminazione anti-femminile nell’accademia; credo sia difficile dimostrare che vi sia discriminazione anti-femminile in ambito politico; credo sia impossibile dimostrare che vi sia discriminazione anti-femminile nell’assegnazione delle medaglie Fields (equivalenti al Nobel) della matematica. E’ anche per queste ragioni che nelle società liberal-democratiche che ancora credono nell’eguaglianza delle opportunità, la politica delle “quote” a favore di specifiche categorie come le donne, i neri, o altre etnie e gruppi può legittimamente essere considerata contro-discriminatoria, nella misura in cui impone un handicap ingiustificato a chi non fa parte delle categorie protette.

E il Green pass? È discriminatorio pretendere la vaccinazione (o il tampone negativo) per esercitare diritti fondamentali come spostarsi, assistere a una lezione, e persino lavorare? È giusto che chi non vuole vaccinarsi, o non può permettersi tamponi ad ogni piè sospinto, sia fortemente limitato nelle sue libertà? La mia riposta è che forse è ingiusto, ma non è “discriminatorio”. La discriminazione è una esclusione (o penalizzazione) arbitraria di una specifica categoria di persone pre-esistente. Se dico che chi non vuole prendere la patente non può guidare un’auto non sto discriminando la categoria dei “renitenti alla patente”, sto solo dicendo che per accedere a certi diritti (guidare un’auto) ci vogliono certi requisiti, più o meno sensati. I presunti discriminati sono semplicemente coloro che non intendono prendere la patente. Il fatto che sia alquanto improprio parlare di discriminazione, però, non implica affatto che la richiesta di una patente (il Green pass) per restare normali cittadini sia giustificata. Una norma può essere sbagliata, o eccessiva, senza essere discriminatoria. È il caso delle norme che non sono proporzionate rispetto agli scopi che si prefiggono. Facciamo un esempio innocente: il limite di velocità in autostrada.

A nessuno viene in mente che il limite di 130 sia discriminatorio verso gli italiani (parecchi milioni) che si sentono Niki Lauda e vorrebbero correre più forte. Però, se le nostre autorità ponessero il limite a 90 km all’ora adducendo l’argomento che così si risparmierebbero un sacco di morti sarebbe lecito chiedere loro se il costo per l’economia e per la qualità della nostra vita non sarebbe eccessivo. E, viceversa, se alzassero il limite a 180 km l’ora per lasciarci più liberi di scorrazzare sarebbe lecito chiedere loro se il costo in morti e feriti per incidenti stradali non sarebbe eccessivo. La questione del Green pass è molto più complessa e complicata, ma dal punto di vista logico è analoga a quella dei limiti di velocità: è un problema di bilanciamento fra salute e diritti individuali. Dove la complessità risiede in tre nodi inestricabili. Primo, l’importanza relativa che ciascuno di noi dà alla protezione della salute e alla difesa dei diritti individuali varia da persona a persona, anche a seconda della sua condizione oggettiva (essere percettori di reddito fisso oppure no). Secondo, l’entità del rischio che corriamo (varianti future ed efficacia delle misure di contenimento) è sconosciuta, e nessuno scienziato è in grado di valutarla con ragionevole approssimazione. Terzo, allo stato attuale delle conoscenze, l’efficacia delle restrizioni connesse al Green pass è impossibile da calcolare in modo affidabile. E’ facile rendersi conto che, con un tale spettro di incertezze, la tenzone fra favorevoli e sfavorevoli al Green pass non è razionalmente decidibile. Una cosa però la possiamo dire: la discriminazione non c’entra. www.fondazionehume.it

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