Giuseppe Roma

Il bilancio/ Il volto sano del Paese che chiede stabilità

di Giuseppe Roma
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Sabato 16 Ottobre 2021, 00:10

Ancora una volta vince l’Italia sana, ragionevole e pragmatica: il D-Day del ritorno al lavoro in sicurezza non ha comportato i catastrofici effetti previsti, forse un po’ incautamente, nei giorni passati. Non c’è stato il blocco dei porti, improvvisamente alla ribalta della cronaca come fondamentale infrastruttura del paese, per le proteste dei lavoratori di Trieste. Non si sono fermati i trasporti stradali con il temuto rallentamento delle attività produttive e il rischio, paventato da qualcuno, che si manifestassero persino difficoltà nell’approvvigionamento dei beni di prima necessità. Cosa che non era avvenuta neppure durante il lockdown. Ha funzionato la pubblica amministrazione e non sono aumentate eccessivamente le assenze per malattia. In buona sostanza non si è verificato il clima di violenta rottura, con turbativa dell’ordine pubblico, che molti social sulla rete e gran parte dei media (non questo giornale) ritenevano si sarebbe verificato con l’entrata in vigore dell’obbligatorietà del Green pass per accedere ai luoghi di lavoro. 


La rivolta è stata derubricata in protesta senza gravi disagi per la popolazione. Anzi, a giudicare dalla riduzione del traffico veicolare, in molte città la giornata è risultata particolarmente calma. 
Evidentemente chi non aveva necessità di muoversi ha preferito rimanere nel proprio quartiere, mentre il flusso verso i luoghi di lavoro è stato particolarmente regolare e ordinato. E’ un giorno di vittoria per milioni di lavoratori, che partecipano con serietà alla vita collettiva e contribuiscono con il loro impegno a creare valore economico e sociale. Ancora una volta l’Italia ha mostrato il suo volto sano, ragionevole, pragmatico, rispondendo con i fatti e senza retorica alla voglia montante di normalità. In fin dei conti esce sconfitta la pretesa di imporre inesistenti diritti fondati su un esacerbato individualismo contrario al bene comune.
Non ha neanche avuto successo un uso della comunicazione basata sul sensazionalismo che spesso provoca ingiustificato allarme sociale. Certo la realtà non va mai nascosta o edulcorata, non solo per ragioni deontologiche, ma soprattutto per dare consapevolezza alle opinioni.

Nel caso di chi rifiuta il vaccino le fenomenologie vanno riportate il più possibile vicine al reale, evitando interpretazioni fuorvianti. L’esistenza di una minoranza contraria è opportuno sia sempre messa in relazione con una straripante presenza di una maggioranza favorevole. Non si può mettere in secondo piano il grande successo della campagna vaccinale sia sotto il profilo dell’organizzazione sanitaria che della disciplina dei cittadini. In pochi mesi l’amministrazione pubblica italiana ha inviato 87 milioni di sms e fissato altrettanti appuntamenti con ogni singolo cittadino della repubblica. Un risultato clamoroso se confrontato con le lentezze e inefficienze della nostra burocrazia. E poi, gli “indisciplinati” italiani battono gli altri grandi paesi europei quanto a vaccinati sull’intera popolazione: con almeno una prima dose sono il 78% in Italia, il 77% in Francia, il 72% nel Regno Unito e il 68% in Germania.

Ha avuto ragione il presidente Draghi a mantenere il punto visto che con l’avvicinarsi dell’obbligatorietà del Green pass i vaccini inoculati sono aumentati di un terzo. Proprio questa azione ha consentito di relegare in un angolo il virus e ridare fiducia agli italiani, mettere in moto a pieno ritmo il sistema imprenditoriale, far ripartire l’occupazione, farci tornare a una vita normale. La conseguenza involontaria di amplificare la portata del dissenso rispetto alla vaccinazione porta ad attenuare lo slancio positivo in atto negli ultimi mesi. Taluni analisti, poi, hanno offerto interpretazioni del fenomeno no vax/no pass quanto meno discutili. E’ abbastanza dubbio che il rifiuto del vaccino sia un’ulteriore prova del grande disagio sociale, di quelle spinte carsiche, sotterranee che trovano modo di manifestarsi a ogni occasione sia possibile mettere in pratica la cultura del no. Non tanto perché nel nostro paese non ci siano condizioni precarie, problemi di emarginazione, difficoltà occupazionali, rischi di povertà. Ma perché da sempre le tematiche che riguardano il proprio corpo afferiscono più alla bio-politica che alla sociologia. Si tratta di fenomeni profondi e complessi, di tipo trasversale non ascrivibili a singole categorie. Inoltre, il rifiuto del Green pass lo può attuare chi ha un lavoro, e non chi è disoccupato, mentre quelle situazioni limite dei camionisti stranieri o degli stagionali immigrati troveranno certo una sistemazione normativa. A volte non è neanche un atteggiamento anti scientifico a motivare il rifiuto, visto che alcune indagini fanno emergere un profilo dei no vax come mediamente dotati di istruzione elevata. Certo questa complessità di elementi va a spiovere su un sostrato che tiene insieme tutti e che va ascritto a una comune ripulsa della socialità, alla negazione dei doveri, all’affermazione di un’ egoistica primazia. Per un argomento così difficile è d’obbligo la prudenza, specie se si maneggiano strumenti tanto potenti come la comunicazione.

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