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Paolo Pombeni

Interessi di partito/ Lo scontro politico che alimenta l’astensionismo

di Paolo Pombeni
5 Minuti di Lettura
Sabato 2 Luglio 2022, 00:03

Come leggere la (ripetuta) asserzione di Draghi: “il governo non rischia”? Razionalmente e a partire dalle valutazioni di chi l’ha pronunciata come l’abbastanza ovvia constatazione che solo degli irresponsabili ottusi potrebbero pensare ad una crisi di governo in queste condizioni (situazione internazionale, criticità varie dalla pandemia all’energia, Pnrr, legge di bilancio da varare in autunno). Inquadrandola in una certa contingenza della situazione italiana, dove non si esclude la presenza di una certa follia, come una frase che fra non sappiamo quanto tempo potrebbe essere destinata a finire nello stesso cestino della famosa “Enrico stai sereno”.


Perché definire la contingenza attuale come kafkiana è banale, ma non infondato. Da una parte tutti i gruppi dirigenti sanno benissimo non solo che la situazione è delicata, ma che far saltare l’attuale esecutivo conduce dritto allo scioglimento della legislatura: una soluzione disastrosa sotto molti profili che prevedibilmente si pagherebbe amaramente nei risultati delle urne dove si farebbero i conti con le tensioni degli elettori trovatisi a fare i conti (amari) con quel che succederebbe nel vuoto politico fra lo scioglimento delle Camere e l’avvio del nuovo governo post elettorale (quale che fosse). Dalla parte opposta gioca l’insopprimibile pressione di una scadenza elettorale da cui in ogni caso ci separa meno di un anno. E ciò significa affrontare un corpo elettorale che nelle amministrative si è mostrato in piccola parte mobile fra le componenti politiche, ma soprattutto in parte più consistente mobile verso l’astensione, il che significa mettere ogni confronto sotto la scure dell’imprevedibilità.


Non si capisce quel che sta succedendo, se non si parte da come le forze politiche stanno leggendo ciò che è successo il 26 giugno. Per tutti, ma proprio tutti, l’imperativo centrale è diventato serrare i ranghi dei propri sostenitori e impedirne smottamenti verso l’astensionismo o verso le sirene dei micro-partiti populisti che sono un altro fattore di dispersione del voto. Purtroppo l’unico schema che al riguardo sembrano avere in mente le forze politiche più significative è la riproposizione dello schema duale: chiamatelo destra vs sinistra, angeli contro demoni, o come volete voi, ma questo è. Dunque prima di accendere un piccolo faro sulle intemperanze nel mondo dei Cinque Stelle, prendiamo in considerazione la linea scelta da Salvini (più Meloni) e Letta (più qualche altro): tornare ad agitare la questione delle bandierine identitarie, i diritti civili a sinistra (ius scholae, cannabis, ddl Zan), a destra il populismo del non sono problemi che interessano gli italiani preoccupati per i vari rincari (benzina, energia, inflazione) per speculare fra le righe sulle pulsioni tradizionaliste rispetto ad un modo vetero-ideologico di affrontare i problemi dei diritti civili (ne fa le spese la questione della cittadinanza ai giovani migranti, che è invece un tema che andrebbe affrontato in maniera cruciale e responsabile viste le dinamiche demografiche attuali).


I Cinque Stelle, ma soprattutto il loro capo politico, sono letteralmente spaesati dalle contingenze attuali. Avendo perso la “spinta propulsiva” dell’utopismo delle origini, reso improponibile dallo svolgersi degli eventi, non sono in grado di darsi una identità che consenta loro di avere delle chance di ripresa elettorale. Se si muovono nell’ideologia dei diritti, fra il resto non proprio nelle loro corde, asseriscono la loro subalternità ad un certo universo Pd, se si buttano sul solito populismo tipo bonus 110% non si discostano molto dall’universo delle destre. Dunque per far vedere che esistono devono battere i pugni su tutti i tavoli possibili, costruire narrazioni che li presentano come il cavaliere bianco messo in disparte dalla reazione dei poteri forti, e via dicendo. E’ quel che viene suggerito da vari spin doctor che ci sembrano più interessati a difendere la propria presenza nel gran teatrino della comunicazione che a sostenere davvero una ripresa politica del M5S, ma è anche vero che per ogni partito la speranza di raccogliere voti si basa anche sulla dimostrazione di essere una componente che ha un suo peso da gettare sulla bilancia. 


E’ questo mix di componenti che rende complicata e confusa la situazione attuale. Certamente la parte “dura” della realtà con cui ci misuriamo in questa fase ci mostra che non ci dovrebbe essere spazio per avventurismi: sono sempre rischiosi, figurarsi nelle condizioni che abbiamo già ricordato in apertura. Ma c’è sempre la parte imprevedibile della natura umana (e politica), quella che non esclude mai che il controllo possa sfuggire di mano. Qui c’è da richiamare un dato importante: è vero che a contare molto sono le azioni che il governo può mettere in campo (giustamente Draghi lo ricorda in continuazione), ma non si deve dimenticare che anche le parole in libertà hanno il loro peso e possono provocare molti danni.


Il continuo ricorso da parte delle dirigenza politica alle sfide, alle provocazioni, allo spararla grossa genera un’immagine di precarietà del nostro quadro politico e il sospetto, per non dire la preoccupazione che la nostra situazione possa deflagrare. Ciò significa che chi sa di dover affrontare un quadro del genere, investitori, classi dirigenti internazionali, gestori della miriade di centro decisionali che agiscono nel complesso mondo di oggi, può tenerci se va bene in condizione di osservato speciale, se va male in condizione di soggetto da tenere ai margini. Tutte cose che non ci fanno bene, anzi che possono vanificare i molti passi avanti che l’Italia aveva compiuto negli ultimi anni. E, ammettiamolo, la fiera continua delle parole in libertà giusto per mettere in ombra l’azione di un governo “tecnico” non spingerà al recupero o anche solo al contenimento della fuga dalla politica di tutto quell’elettorato che non si identifica coi pasdaran dei vari campi contrapposti.

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