Paolo Balduzzi
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Il nuovo esecutivo/ L’occasione da cogliere per fare le riforme

di Paolo Balduzzi
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Lunedì 7 Novembre 2022, 00:28

Che Paese ci immaginiamo nel 2027? Partiamo dall’inizio. La nuova legislatura nasce sulle ceneri del Governo Draghi.  I molti risultati ottenuti da questo governo, in poco più di venti mesi, sono notevoli: ha saputo garantire il rispetto degli impegni del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), assicurando che il nostro Paese ricevesse i fondi prestabiliti ad ogni scadenza; ha protetto l’Italia da speculazioni finanziarie e dal tentativo di alcuni Stati dell’Unione Europea di relegarci in una posizione marginale, grazie soprattutto alla reputazione internazionale, universalmente riconosciuta, dell’ex presidente del Consiglio; ha traghettato il Paese verso l’uscita dalla pandemia, mantenendo la barra dritta su diffusione e obbligo vaccinale e così liberandoci dall’incubo di un nuovo lockdown; ha fatto passi in avanti, come ultimo atto, per definire una strategia comune europea sul prezzo dei beni energetici. 


Tutti elementi che rendono il Paese orgoglioso di quel governo. È probabilmente è anche per questo che Giorgia Meloni, nonostante fosse il capo dell’unico partito di opposizione durante gli ultimi mesi della passata legislatura, abbia mostrato una certa volontà di non allontanarsi troppo dal sentiero percorso dal suo predecessore, già a partire dalla scelta di temi e toni durante la campagna elettorale. Per tranquillizzare l’Europa e la comunità internazionale, certamente; ma, in fin dei conti, anche per non creare troppi scossoni a un Paese che, durante la pandemia, ha rischiato più volte di spaccarsi. E che ha sempre dimostrato, sondaggi alla mano, di apprezzare moltissimo l’operato di Mario Draghi.


Questa strategia, che pure sembra avere risvolti positivi, nasconde tuttavia al suo interno un profondo rischio: quello, al contrario, di non allontanarsi a sufficienza dal passato. Perché se è vero che il governo Draghi ha gestito bene il presente, un presente talmente impegnativo da non poter certo essere derubricato a “ordinaria amministrazione”, poco tempo è rimasto per la progettazione del futuro.  Le grandi riforme strutturali che dovrebbero accompagnare lo svolgimento del Pnrr, per esempio, sono ancora in alto mare. La causa di tutto questo è probabilmente duplice. Da un lato, il governo Draghi era sostenuto da una coalizione molto ampia e caratterizzata da posizioni politiche molto diverse, addirittura opposte. Difficilmente una tale maggioranza sarebbe sopravvissuta a quelle riforme più impegnative che, per loro natura, creano divisioni. 


La vicenda della legge delega sul fisco è emblematica: pur essendo stata presentata in Parlamento con sufficiente anticipo, non ha mai visto la luce. E non solo per la fine anticipata della legislatura. Dalla montagna attesa ne è scaturito il proverbiale topolino: un piccolo ritocco a scaglioni e aliquote dell’Imposta sul reddito (Irpef) che, per l’ennesima volta, è drammaticamente punitivo per il cosiddetto ceto medio.  Ma la debolezza del governo Draghi aveva un’origine ancora più profonda e andava oltre le mura del Parlamento. Mario Draghi, come del resto moltissimi suoi predecessori, ha ovviamente ricevuto un voto di fiducia da parte del Parlamento: e questa è condizione necessaria e sufficiente per entrare in carica. Non ha però mai partecipato a una competizione elettorale; questa mancanza è inutile solo dal punto di vista formale: dal punto di vista politico, si tratta di una debolezza che piano piano porta a logorare chiunque abbia responsabilità di governo. 


Questi due elementi non caratterizzano invece il governo Meloni. La maggioranza, nonostante tutto, appare solida e piuttosto coerente: le divisioni emerse finora sembrano più strumentali che reali. E Giorgia Meloni ha indubbiamente vinto le elezioni. O meglio, è la leader del partito più votato e di una coalizione che ha ottenuto quasi il 50% dei voti. Un ragionamento che forse potrebbe non piacere ai proporzionalisti più accaniti: ma, di fatto, queste condizioni appaiono più che sufficienti per definirsi vincitori.  Non solo: molti, sia nell’opposizione sia nella maggioranza, non si sono ancora resi conto della grande simpatia che Giorgia Meloni, come prima donna a ricoprire la carica di premier, raccoglie nella popolazione italiana: tanto tra le donne quanto tra gli uomini, tanto a destra quanto a sinistra. Certo, nel lungo periodo non basterà solo la simpatia. Ma a maggior ragione questo significa che è davvero adesso il momento giusto per fare quello che il governo Draghi non è riuscito a portare a termine: le riforme strutturali.


L’elenco è lunghissimo; e basta sfogliare il Pnrr per rendersene conto: un colpo alla burocrazia malata di questo Paese; una svolta sulla durata dei processi civili e amministrativi; un fisco equo, che abbandoni i bonus e che premi il lavoro; l’autonomia differenziata, in una visione che disinneschi le false illusioni di alcuni governatori del nord e invece valorizzi le capacità e peculiarità di ogni regione italiana; la chiusura, finalmente, del lungo periodo di transizione della riforma Dini delle pensioni. Nonostante la forza del governo, nonostante il tempo a disposizione, nonostante la novità che rappresenta Giorgia Meloni, le premesse non sono le migliori.
Sulle pensioni riprende corpo l’ennesima e costosa fase transitoria delle cosiddette “quote”; a parte poche eccezioni e forse più per colpa degli alleati che suoi, molti dei ministri del governo Meloni sono persone che hanno già ricoperto queste cariche in passato ma senza lasciare una particolare nostalgia negli elettori; insistere sulla flat tax richiederà, in futuro, grossi problemi con i conti del bilancio.

Intraprendere la strada delle riforme è faticoso. E, politicamente, anche molto pericoloso. È per questo che il coraggio di un leader si misura anche da queste scelte. L’occasione non può essere persa. Sicuramente ognuno di noi si troverà davanti a una riforma che lo convincerà poco o che addirittura potrebbe peggiorarne lo stato. È un rischio che, come cittadini, ci dobbiamo prendere. Perché viviamo in un Paese che ha necessità di essere cambiato e, ci auguriamo, migliorato. Un Paese fa fatica a crescere, dove il luogo e il genere di nascita fanno ancora la differenza, e dove l’illegalità è spesso un vanto. Presidente Meloni, qual è dunque il Paese ci vuole riconsegnare nel 2027?

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