Governo e imprese/ La strategia unica indispensabile per la ripartenza

Sabato 15 Agosto 2020 di
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Gli interventi di rilancio del Mezzogiorno che auspicabilmente vedranno la luce nelle prossime settimane fra Recovery Plan e programmazione dei fondi strutturali 21-27, dovranno essere una parte di un progetto di ricostruzione dell’intero Paese. Ad esso coerenti e funzionali, basati su strumenti simili, su obiettivi comuni. Non dovranno essere “altro”: men che meno misure caritatevoli, assistenziali. Ma se così sarà, questo ha due importanti implicazioni.
La prima è che un progetto nazionale ha bisogno di un governo unitario: nella definizione, nelle regole, nel controllo dell’attuazione. In un Paese così diverso sarà naturalmente importante il contributo delle amministrazioni regionali nell’adattare gli interventi alle specifiche condizioni, nell’accompagnarli opportunamente, nel valorizzare saperi e potenzialità locali. Ma, rispetto alle esperienze degli ultimi venti anni bisognerà fare uno sforzo eccezionale per ridurre dispersione e frammentazione delle risorse, particolarismi, ritardi attuativi. Governo e Parlamento dovranno svolgere un ruolo più intenso: anche perché dovranno rendere conto ai partner europei dei precisi obiettivi raggiunti. Andranno potenziati, del caso costruiti, centri di competenza tecnica centrale. Le stesse imprese a partecipazione pubblica potrebbero avere ruoli, in ambiti ben disegnati, nella strategia di investimento. Politiche industriali nazionali “di missione” (dalla società digitale alla sostenibilità ambientale) coerenti con i grandi indirizzi comunitari, dovrebbero ispirare le azioni sul sistema delle imprese.

La seconda è che questi interventi dovranno conseguentemente mirare al potenziamento dell’apparato produttivo al Sud come componente importante di un rinnovato sistema economico nazionale. Non sarà facile: dalla fine del Novecento l’economia europea si va polarizzando, e concentrando da un lato nelle città e regioni più innovative e dall’altro in territori in grado di offrire costi di produzione molto bassi. Le regioni intermedie, non sufficientemente innovative o convenienti (come sono gran parte di quelle italiane, specie al CentroSud) sono in difficoltà. Il geografo spagnolo Rodriguez-Pose lo ha convincentemente documentato anche in un recente rapporto per la Commissione Ue.

Ma per fortuna il mondo non è estremo: e per chi si colloca “a mezza via” tra Monaco di Baviera e la Romania non mancano possibilità. Anche, molto nel Mezzogiorno: specie se progressivamente miglioreranno le condizioni che favoriscono la produttività delle imprese. Si pensi alle enormi potenzialità del sistema agroindustriale: di un’agricoltura al Sud che è ancora grande (oltre il 7% di quella Ue) e in grado di offrire qualità anche per le trasformazioni industriali, specie se accompagnate da un investimento molto maggiore nella ricerca e nell’innovazione nei processi e nei prodotti. Alle potenzialità localizzative per attività di trasformazione industriale, soprattutto vicino ai porti e sui grandi assi di comunicazione, anche in relazione alla riconfigurazione delle “catene del valore” che probabilmente ci sarà e agli scambi con Asia e Africa. Alle nuove imprese, industriali e di servizio, che possono nascere a valle e in connessione a più decisi e finalizzati investimenti nel sistema dell’istruzione e della ricerca; e alle possibilità di crescita delle medie imprese meridionali (significative specie in Campania e in Puglia), sopravvissute con successo ad un decennio di stagnazione. Al mondo delle energie rinnovabili (già significativo), dell’economia circolare (quasi tutto da costruire), dei servizi digitali, delle economie urbane. Le città del Sud, in particolare, a cominciare da Napoli, possono diventare luoghi densi di imprese: mettendo a valore, cedendo meno e attirando di più intelligenze e saperi giovanili e femminili. È un futuro certo non a portata di mano nel giro di pochi mesi, ma del tutto possibile, se si riuscirà a combinare pragmatismo e concretezza con uno sguardo lungo.

Per far sì che l’intero Paese riprenda quel cammino che ha smarrito dalla fine del secolo scorso non basta il Nord industriale che abbiamo: c’è bisogno del contributo di un Sud produttivo, competitivo. Questa la logica, non di cortile ma profondamente unitaria, che dovrebbe ispirare il Piano di Rilancio.
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