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Alessandro Campi
Alessandro Campi

Il ruolo di Draghi/ Cosa cambia il voto francese per l'Italia

di Alessandro Campi
6 Minuti di Lettura
Martedì 21 Giugno 2022, 00:01

Sulla superiorità del sistema politico-istituzionale francese (improntato al semi-presidenzialismo) rispetto a quello italiano (di stampo parlamentarista) si sono scritti fiumi di parole. Tutte o in parte da riscrivere?
Il primo, si è sempre detto, garantisce una guida politica unitaria attraverso la figura del Presidente eletto, favorisce la creazione di maggioranze parlamentari solide e omogenee, ma soprattutto taglia le ali ai partiti estremisti grazie al meccanismo del doppio turno elettorale. Laddove il secondo (ammesso esista ancora un sistema o modello italiano, visto il livello di spappolamento interno cui esso è giunto) fa l’esatto contrario: accentua la frammentazione partitica, fa nascere coalizione disorganiche e maggioranze opportunistiche, produce governi deboli e instabili.
Dopo il voto di domenica scorsa in Francia, un piccolo ma non del tutto imprevisto terremoto, non si tratta ovviamente di riscrivere i manuali di scienza politica. Ma bisogna arrendersi ad una banale evidenza: un sistema funziona secondo le sue premesse solo se a loro volta funzionano i pezzi che lo compongono. Se una componente impazzisce o viene meno, tutta l’architettura è messa a rischio.
Può dunque accadere che un Presidente appena eletto con un margine importante di consensi, sebbene ottenuti facendo nuovamente appello all’unità repubblicana contro l’estrema destra, dopo poche settimane si veda messo in discussione dagli elettori. Si dava per scontato l’effetto di trascinamento tra presidenziali e legislative e invece i cittadini francesi, la minoranza recatasi alle urne, non gli hanno dato la maggioranza assoluta che aveva nella precedente legislatura. Significa che gli elettori sono diventati imprevedibili nei loro comportamenti? Anche. In Francia erano arrabbiati, esasperati e attraversati da cattivi umori già prima che ci fossero la pandemia e la guerra. Figuriamoci ora.

Ma se gli elettori si radicalizzano nel voto non è perché si lasciano accalappiare, per ignoranza e pressapochismo, dal demagogo di turno, come spesso si sostiene. Ma perché evidentemente si sentono abbandonati e non ascoltati e dunque si rendono disponibili a qualunque avventurismo. La stessa ragione per cui, in quota crescente, molti di loro non vanno più a votare. Piuttosto che prendersela con le loro scelte, liquidandole come irrazionali e sconsiderate, converrebbe dunque prestare più attenzione ai fattori che sono alla base delle loro ansie e preoccupazioni. In democrazia, gli elettori hanno ragione (riguardo ciò che li motiva) anche quando hanno torto (riguardo le preferenze che finiscono per esprimere).
Ricordiamoci poi come e contro chi Macron è arrivato all’Eliseo nel 2017. Cannibalizzando, dopo averli denunciati come fossili politici, i rappresentanti delle gloriose tradizioni socialista e gollista: i due partiti che erano stati l’architrave della Quinta repubblica. “En marche”, il suo partito à la carte, era e rimane un assemblaggio delle cose più diverse: un pezzo di sinistra riformista, un pezzo di destra conservatrice, un pezzo di società civile (ma solo quella brillante e di successo), un pezzo di tecno-burocrazia statale. Nessuna base ideologica, solo personalismo spinto nutrito di richiami simbolici alla tradizione dei grandi capi politici francesi, da Napoleone a de Gaulle. E il tutto condito con spruzzi di populismo anti-politico, anche se reso da Macron in modo elegante sul piano retorico.

Un sistema pensato a misura di modelli di partito, ideologici e di massa, radicati sul territorio e riconoscibili nelle loro differenze, che non esistono più può ancora funzionare? Basta un presidente acchiappa-tutti per garantire la stabilità di un sistema complesso e per impedire che contro di lui si coalizzino vaste opposizioni sociali? L’anti-macronismo è stato, non a caso, il tema dominante della propaganda di Mélenchon e della Le Pen, in uno scontro non tra forze politiche collettive ma sempre tra individualità. 
Ci si chiede cosa farà ora Macron. Ha quattro possibilità: l’accordo parlamentare con la sinistra radical-populista; un patto di governo con la destra gollista; l’intesa con singoli parlamentari o singoli gruppi su ogni provvedimento da votare in aula; elezioni anticipate. Queste ultime, in caso di impasse politica prolungata, potrebbero essere una sorta di appello al popolo nel nome della stabilità. Ma l’azzardo è troppo alto: potrebbero rivelarsi un boomerang, proprio visto il livello di esasperazione e imprevedibilità raggiunto dagli elettori anche in quel Paese.

I gollisti si sono ufficialmente tirati indietro, almeno per ora: siamo e restiamo all’opposizione ha spiegato Christian Jacob a nome dei Repubblicani. Quanto alla Nupes (Nuova unione popolare ecologica e sociale), ha stravinto ma già rischia di sparire come soggetto politico unitario. Alla proposta di Jean-Luc Mélenchon di formare un gruppo Nupes unico all’Assemblea nazionale, i rappresentati dei diversi partiti aderenti al cartello – socialisti, verdi, comunisti – hanno già risposto picche. La sinistra è plurale e tale deve restare anche nelle aule parlamentari. Insomma, ognuno per sé. Ciò potrebbe favorire il governo macronista guidato da Élisabeth Borne nella ricerca dei consensi che le servono per creare maggioranze variabili a seconda delle occasioni.
Ci si chiede infine l’effetto del voto francese su quello italiano del prossimo anno. Partendo dalla destra, non accadrà nulla che non sia già successo. Tra Marine Le Pen e Giorgia Meloni non ci sono grandi rapporti, ma le rispettive formazioni politiche hanno molto in comune, anche se la seconda ha intrapreso un percorso che dovrebbe portarla sempre più verso i lidi del conservatorismo classico e lontano dalla destra radicale. Al momento sono le forze d’opposizione più credibili per l’elettorato nazionalista nei rispettivi Paesi. E infatti sono già cresciute entrambe. 

Nupes è un caso interessante di riaggregazione a sinistra, partendo da temi quali il lavoro, l’equità sociale, la critica al capitalismo e all’Europa, un ecologismo fortemente ideologizzato, l’aumento della spesa sociale e lo statalismo. Potrebbe accadere anche in Italia? Difficile. Da un lato manca un tribuno che abbia la presa di Mélenchon, in particolare tra i giovani. Dall’altro c’è una differenza di strategia e progettualità: in Francia la sinistra per rinnovarsi ha scelto di virare a sinistra, in Italia per provare a vincere essa preferisce inseguire il centro. Enrico Letta è un riformista liberal-europeista assai vicino per stile e mentalità al macronismo, così come Mélenchon per molte cose è più simile al grillismo vecchia maniera, prima che tutto da quelle parti si snaturasse. 

Quanto infine agli spezzoni centristi che speravano di rifare “En marche” in salsa italiana, da domenica scorsa sono forse un po’ più scettici sulla possibile di ripetere l’esperimento con lo stesso successo. Se non è stato capace Macron, dall’Eliseo, con l’Europa e tutta la stampa dalla sua parte, di fronteggiare l’onda del malessere sociale (tu chiamalo, se vuoi, populismo…), come potranno farlo Calenda+Renzi+Di Maio+Carfagna+Della Vedova+Toti+ ecc., sempre ammesso che tutti costoro possano stare insieme in un solo partito? 

Per concludere. Con questo voto si è certamente indebolita la leadership europea di Macron, ma questa, se permettete, è per l’Italia una buona notizia. Vuol dire che conterà di più la parola di Mario Draghi, almeno sino a che resterà in sella.

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