Paolo Pombeni
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Coalizioni divise/ La corsa in Europa nell’interesse di tutto il Paese

di Paolo Pombeni
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Giovedì 7 Dicembre 2023, 23:59
La discussione in corso sulle regole europee di stabilità non è una faccenda banale che si possa ridurre ad uno scontro più o meno di bandiera fra frugali e cicale. Il contesto è ad alta tensione e la scadenza ormai alle porte del parlamento europeo con successiva tornata elettorale dovrebbe invitare a riflessioni di un certo spessore.
Tutto si svolge, lo si voglia ammettere o meno, sotto il segno dell’incertezza sul futuro, Non ci sono solo le tensioni interne alle varie opinioni pubbliche nazionali che spingono ad un populismo dei più diversi ed anche contrastanti colori (fra quello genericamente di destra e quello genericamente di sinistra le varianti e le variazioni sono più che numerose). Le incognite maggiori riguardano un contesto internazionale di cui l’Unione Europea è parte e per certi versi anche vittima. È divenuta incerta la situazione in Ucraina con una guerra che non si sa se tenderà a cronicizzarsi o porterà ad esiti imprevisti. Sappiamo quanto la UE sia coinvolta nel sostegno a Kiev sebbene ci siano fratture sul tema, anche piuttosto radicali, vedi la posizione ungherese.
Su quanto sia incendiaria la situazione in Medio Oriente c’è un vasto consenso, ma non c’è accordo su come potrà evolversi la guerra fra Israele ed Hamas e anche questo è un fronte che pone non pochi problemi alla politica tanto della Ue nel suo complesso quanto a quella dei suoi membri, incluso il tema del comportamento delle componenti di immigrazione più o meno islamiche presenti sul loro territorio.
Relativamente lontana nel tempo, ma non per questo da sottovalutare è la vicenda delle elezioni presidenziali in USA. Una vittoria di Trump significherebbe un ridimensionamento (ben che vada) della alleanza euro-atlantica che si era riconsolidata con la sintonia fra Biden e gli europei a fronte dell’espansionismo russo in Ucraina. Una America che tornasse all’isolazionismo egoistico creerebbe un inevitabile sciame sismico a livello politico.
Se non si tiene conto di questi fattori (e ci siamo limitati ad indicare quelli maggiori su cui c’è una consapevolezza diffusa) non si comprende fino in fondo la difficile partita che si sta giocando ai vertici dell’Unione Europea. Il confronto sulle regole per la stabilità finanziaria che si devono concordare per la scadenza ormai del congelamento dovuto all’emergenza Covid di quelle sul famoso tre per cento di incremento del rapporto deficit/Pil è reso complicato da una situazione non facile all’interno di alcuni paesi: le difficoltà negli equilibri politici interni non sono un’esclusiva del nostro paese.
Indichiamo le maggiori. In Spagna c’è la spinta ad avere il suo ministro delle finanze al vertice della Banca Europea degli Investimenti, il che porta a cercare un accordo con i tedeschi e con i rigoristi del Nord. In Francia c’è il problema di una situazione di bilancio non florida che deve fare i conti, qui come altrove (e noi ne sappiamo qualcosa), con la domanda di sostegni vari per settori in crisi e per i redditi. Creerebbe problemi a quel governo non potersi trincerare dietro la solita scusa del “ce lo impone l’Europa” per contenere le rivendicazioni in modo da non rischiare penalizzazioni sui mercati dei capitali.
Qualcosa di simile, ma in modo più stringente accade in Germania dove al ministero dell’economia sta il liberale Lidner, assediato su un versante dai partiti più “sociali” della maggioranza (Spd e Verdi) che chiedono risorse per politiche di sostegno ai settori in crisi, e sull’altro dal suo elettorato di fautori di una economia “ortodossa” la quale non vede spazi per questo genere di spese dopo che la Corte Costituzionale ha costretto il governo a tenere conto di 60 miliardi destinati ad interventi che si sperava di poter tenere fuori del bilancio.
È in queste acque che navigano Meloni e Giorgetti, per di più portandosi sulle spalle eredità non proprio brillanti come il rifiuto di approvare il Mes e il disastro economico dei bonus elargiti con spensieratezza da precedenti governi nel bel mezzo della crisi pandemica. A fronte di questo sta però la decisa scelta del governo attuale a favore del sostegno all’Ucraina, la comprensione per la tragedia che ha dovuto affrontare Israele (pur con una apprezzabile pressione a contenerne le spinte ultra belliciste tenendo conto delle esigenze della popolazione civile palestinese), e infine la scelta recentissima di recedere dalla sottoscrizione dell’accordo sottoscritto con la Cina sulla via della seta, scelta che riposiziona l’Italia chiaramente nell’ambito dell’alleanza euro-atlantica.
A complicare ulteriormente il quadro sta il tema dei futuri equilibri ai vertici europei così come si delineeranno dopo i risultati elettorali di giugno. Anche qui non è solo questione delle percentuali che otterranno i vari partiti in corsa nei 27 paesi per i seggi a Bruxelles/Strasburgo. La determinazione dei vertici delle istituzioni comunitarie, a partire dalla Commissione, non è materia della sola assemblea parlamentare, ma è fortemente condizionata dall’azione dei governi dei vari paesi membri. Essere parte di entrambe quelle dinamiche è essenziale per il ruolo che il nostro paese vorrà esercitare nei prossimi anni che da molti punti di vista si prospettano quanto meno come assai complicati.
Si tratta di una partita che dovremmo davvero cercare di giocare al meglio possibile con una ottica di interesse nazionale che superi i conflitti di parte, per non dire di fazione. Certamente un primissimo tempo si giocherà nella riunione del 14-15 dicembre, ma sarà solo un inizio, per quanto tutt’altro che irrilevante. Le azioni sul piano internazionale richiedono tempo, fatica e pazienza, ma soprattutto il concorso più largo possibile, perché alla fine a vincere o a perdere non sarà una parte politica, ma il paese nel suo complesso.
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