Francesco Grillo
Francesco Grillo

Opposti estremismi/ Le battaglie sui simboli e i problemi non risolti

di Francesco Grillo
5 Minuti di Lettura
Lunedì 18 Ottobre 2021, 00:20

La più grande impresa della Storia nasce da un errore grave. Cristoforo Colombo sembrò, infatti, ignorare i calcoli fatti dal geografo Eratostene - che ad Alessandria d’Egitto stimò la circonferenza della Terra 17 secoli prima che Colombo salpasse dall’Andalusia - e gli stessi racconti di Marco Polo sul Catai (Cina) che il navigatore italiano voleva raggiungere. 

Se non ci fosse stata l’America tra l’Europa e l’Asia, l’equipaggio del genovese sarebbe morto per mancanza di cibo e, invece, grazie ad una sottovalutazione della distanza, arrivò dall’altra parte del mondo proiettando l’umanità nell’era moderna. La storia è, del resto, fatta proprio così: passioni, errori, esiti che sono diversi da quelli preventivati, grandi conquiste. 

Il messaggio con il quale il presidente degli Stati Uniti ha dedicato il giorno di Colombo al coraggio dei navigatori italiani e, contemporaneamente, all’eccidio dei nativi è un tentativo - imperfetto ma utile - di ricordare la dialettica tra grandezza e miserie che definisce l’umanità. Dialettica che la “cultura della cancellazione” vorrebbe abolire ricacciandoci in un conformismo sterile. 

Fa bene il presidente Biden a preoccuparsi della deriva di un “politicamente corretto” che, pure, ebbe il merito di dare una dimensione linguistica a grandi battaglie partite dalla comunità afroamericana negli anni Settanta e che continuano ancora oggi. 

La cancellazione della memoria storica, tuttavia, è parte di un fenomeno più ampio che non si limita agli Stati Uniti e che è riconducibile ad un tratto ormai strutturale in una società che Internet ha reso molto più complessa. La tendenza è ben teorizzata da uno dei firmatari della lettera che qualche mese fa 150 intellettuali americani pubblicarono per lanciare un allarme sul pericolo di rispondere alla demagogia della destra estrema, con i dogmi di una sinistra altrettanto intollerante: il linguista Noam Chomsky ha studiato per tutta la vita al Mit di Boston (il Massachusetts Institute of Technology) il motivo che ci porta a usare pregiudizi ed essi servono per dare un senso ad una realtà che ci è sfuggita di mano. 

Gli schemi precostruiti hanno il merito di confortare, ma anche il difetto di produrre conformismo, autocensura, uccidere la ricerca di nuove idee. È accaduto anche nelle università migliori e nel Paese che inventò la tolleranza (come dice il grafico che accompagna l’articolo): l’Università del Sussex ha dovuto assegnare una scorta alla filosofa e femminista Kathleen Stock, colpevole di avere scritto che, in alcune circostanze, il sesso biologico possa prevalere su quello auto-dichiarato. Per incapacità di pensare, di molti problemi non rimangono che simboli sui quali dividersi: è questa la ragione del dilagare di estremismi ed essa precede i “social network”. Anche se quegli estremismi vengono amplificati da algoritmi di cui stiamo perdendo il controllo.

Del resto, proprio mentre il presidente degli Stati Uniti cercava una difficile mediazione culturale, continuava l’abbattimento di statue del navigatore genovese a Richmond, in Virginia, e a Minneapolis, in Minnesota. La prima fu la capitale della Confederazione che nell’Ottocento entrò in guerra con gli Stati del Nord per difendere lo schiavismo; la seconda città è, invece, quella che ha vissuto la morte tragica di George Floyd ucciso a causa della pressione esercitata sul suo collo dal ginocchio del poliziotto che lo stava arrestando. 

Già questo segnala come la furia giusta se la prende, a volte, con un bersaglio vissuto molto tempo prima che arrivasse negli Stati Uniti il primo deportato dall’Africa. Ma la cancellazione non ha confini: nella piazza del Parlamento di Westminster, a Londra, la statua di Winston Churchill fu, qualche mese fa, imbrattata da chi definisce razzista chi si trovò ad essere il capo di un impero che esplicitamente si definiva coloniale (e che, però, diventò anche l’argine solitario contro la “barbarie” nazista); e a Milano fu verniciata di rosso quella del più grande giornalista italiano del novecento che, di sicuro, si macchiò della colpa di comprare – letteralmente – una sposa bambina in una colonia dell’Italia fascista (anche se lo stesso Montanelli ebbe il merito di pentirsi di certi entusiasmi e di pagare il proprio pentimento con una condanna a morte che i tedeschi non fecero in tempo a eseguire per una questione di poche ore). 

Fa bene Biden a preoccuparsi perché la cultura della cancellazione produce almeno due pericolosi effetti collaterali. Dimenticare il passato può offendere interi gruppi etnici (e di elettori come gli italoamericani che facendo qualche pesante forzatura storica hanno adottato, da tempo, Cristoforo Colombo come bandiera del proprio orgoglio) e allontanare l’una dalle altre le tante comunità che compongono una società che è già attraversata da faglie profonde come quella che sta staccando progressivamente la California dal Continente.

In secondo luogo, sono gli estremismi di sinistra ad alimentare – come se fosse una reazione di uguale forza e di direzione contraria – i suprematismi di destra (e a tenere in vita lo spettro di Donald Trump). 

A tali considerazioni elettorali, aggiungerei però che dimenticare il senso stesso - intrinsecamente contraddittorio - della storia può contribuire al dilagare di un’ignoranza senza la quale un Paese finisce con il non avere più identità e neppure una visione di futuro che, necessariamente, su quell’identità si fonda. E che ridurre tutto ad una battaglia sui simboli, può far dimenticare la sostanza dei problemi e l’attenzione sulla necessità assoluta di trovare delle soluzioni. 

Ci sarebbe bisogno di leader capaci di ricominciare non dalle narrazioni di breve periodo, ma di coinvolgere in progetti che non possono che partire da una riflessione su cosa siamo. Ci riuscivano Moro, Roosevelt, lo stesso Churchill. Quel Berlinguer che «avrebbe dato la sua vita» per consentire al suo avversario Almirante di «sostenere un’idea opposta a quella sua». E di cittadini che abbiano l’entusiasmo per ricominciare ad interpretare la partecipazione come una grande avventura intellettuale per capire come navigare – proprio come Colombo – mari completamente nuovi.
www.thinktank.vision

© RIPRODUZIONE RISERVATA