Paolo Pombeni

Questione di fiducia/La scelta degli italiani che cercano affidabilità

Questione di fiducia/La scelta degli italiani che cercano affidabilità
di Paolo Pombeni
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Martedì 5 Ottobre 2021, 01:30 - Ultimo aggiornamento: 23:48

Siamo diventati americani e contemporaneamente tedeschi? Ci si perdoni la battuta, forse troppo leggera per un tornante certamente non banale come è il test elettorale appena concluso, ma vuole mettere in rilievo due dati che ci sembrano importanti.
La battuta sul siamo diventati americani riguarda la crescita continua dell’astensionismo che oramai tocca più o meno la metà degli elettori. Si è sempre detto in passato che la differenza fra l’Europa e gli Usa era che in questo paese la partecipazione elettorale è bassa (nelle amministrative molto più dei nostri livelli di oggi). Ma dipende anche dalla convinzione che comunque il “potere” non incide più di tanto sulla vita dei normali cittadini, che peraltro hanno strumenti diversi dal voto per fare pressione sui loro amministratori e per ottenere da loro, eventualmente, ascolto e risposte. Che sia proprio così anche da noi è discutibile, ma in parte spiega un certo allontanamento dalla partecipazione politica. 


Per altro verso c’è una diffusa convinzione che tanto, chiunque governi le città, la situazione rimarrà più o meno quella che è: buona o accettabile dove c’è una tradizione di amministrazione con un funzionamento adeguato, cattiva o pessima dove quella condizione non è disponibile.
Viceversa siamo diventati tedeschi, perché come mostra il recente caso delle elezioni in Germania contano sempre meno gli steccati ideologici e sempre più le qualità dei candidati di vertice (sugli altri ci sarebbe da fare un ragionamento diverso). Queste qualità possono essere sia personali (ovviamente il caso migliore) sia per così dire di appartenenza, cioè anche un esordiente o un personaggio che di suo non si impone viene scelto dai cittadini se ritenuto in grado di garantire una stabilità nella gestione amministrativa e politica in quanto espressione di un contesto che quella stabilità ha costruito.


Nel caso specifico dell’attuale tornata elettorale, è stato abbastanza evidente questo meccanismo che ha surclassato quello opposto, la rincorsa allo slogan del “civismo”. Il centro sinistra, ma, diciamoci la verità, il Pd soprattutto, ha saputo cogliere questa trasformazione sociale indotta dall’esperienza traumatica della pandemia con le sue varie ricadute. La gente che partecipa alla vita politica cerca nella sua maggioranza garanzie di stabilità: non assolute, perché tutti sanno che nessuno è in grado di darle, ma relative rispetto ai vari contesti.
In fasi di crisi e transizioni non c’è volontà di avventure, di fughe nell’utopia, di audaci sperimentazioni. Si preferisce affidarsi a chi offre l’immagine, a volte suffragata da storie personali in questo senso convincenti, di essere un uomo o una donna capace quantomeno di provare a prendere il classico toro per le classiche corna. Si potrebbe perfino malignamente sottolineare che una scelta del genere rappresenta in quasi tutti i casi una certa dissonanza con certe scelte del segretario del Pd di proporre fughe in avanti, ma forse anche lui si è almeno un po’ ricreduto sul punto.


Ci sarebbe da chiedersi perché mai allora da parte del Pd ci sia tanta voglia di tenersi stretta l’alleanza con un movimento come M5S che non sembra così convinto della preminenza del realismo nell’azione politica. Ci sono naturalmente ragioni per così dire aritmetiche, perché siccome, come diceva il buon Totò, è la somma che fa il totale quando devi vincere non puoi fare lo schizzinoso a priori su come raggiungerlo. Tuttavia dopo che si saranno digeriti i risultati c’è da immaginarsi che anche in quel campo si dovranno… fare i conti, e considerare una revisione di certe considerazioni su dove sta il perno del progressismo.
Quanto al centrodestra è difficile immaginare che questa avventura elettorale lo lasci intatto. Forse la Meloni si comporterà come il vecchio Pci dei suoi momenti meno felici, quando non voleva revisioni perché si beava di considerarsi una molto consistente minoranza che avrebbe avuto per sé il futuro pur non sapendo né quando, né come. Difficile che questo possa valere per una forza che ha una componente “di governo” assai forte, come è per la Lega, impossibile per un partito che deve fare i conti con la sua storia come è Forza Italia. Ormai tutti hanno toccato con mano che non si vince con gli slogan alla moda: né quelli presi dalla follia dei social, né quelli che rimandano alle vecchie liturgie dell’antipolitica italiana.


Il mondo è cambiato e i cittadini se ne stanno accorgendo. Naturalmente come una rondine non fa primavera, non è una singola pur importante tornata di amministrative che cambia definitivamente il quadro. Però sono segnali importanti che sarà opportuno per tutte le forze politiche cogliere. Tanto da qui in avanti saranno continuamente chiamate a misurarsi con quel cambiamento epocale che o hanno sottovalutato o hanno interpretato solo con fughe nella fantasia. Per di più perché a livello tanto nazionale, quanto europeo ed internazionale tutto è in movimento.

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