Alessandro Campi
Alessandro Campi

Oltre il Presidente/ Centrodestra alla prova dell’accordo per il futuro

di Alessandro Campi
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Mercoledì 19 Gennaio 2022, 00:02

Con l’elezione del futuro Presidente della Repubblica il centrodestra si gioca molto, se non tutto: la sua credibilità agli occhi degli elettori, la sua unità politica e d’azione, la sua possibilità di andare un giorno al governo. Infine, la sua stessa ragion d’essere come coalizione-alleanza dopo quasi trent’anni d’onorato servizio. I numeri in Parlamento ne fanno la forza di maggioranza (relativa), il che rende politicamente ragionevole la sua pretesa di muovere per primo (di proporre cioè un nome che possa essere votato anche dalle altre forze politiche) e la sua speranza di vedere sul Colle – sarebbe la prima volta nella storia della (puramente nominale) Seconda Repubblica – un esponente dell’Italia moderata. Un uomo dunque della propria parte, come di parte sono sempre stati gli eletti al Quirinale, cui ovviamente toccherà, una volta in carica, di convertirsi nel rappresentante dell’unità nazionale: quel che è successo, a ben vedere, con tutti i precedenti Capi dello Stato.

Il problema è che i numeri da soli non bastano, soprattutto se li si usa male (non parliamo poi se si sbagliano anche i conteggi). In ogni caso non danno diritto ad alcunché, specie se non sorretti da una strategia politica o da un chiaro obiettivo. Cosa intende dunque fare il centrodestra quando manca meno di una settimana al “grande giorno”? Da ieri, come si è capito da molti segnali, la candidatura di Silvio Berlusconi, a sostegno della quale si erano formalmente schierati tutti i partiti dell’alleanza, sembra aver perso di forza e credibilità. 
I dubbi già serpeggianti di Salvini sono venuti allo scoperto, avendo egli parlato di una candidatura alternativa alla quale il suo partito sta lavorando. Vittorio Sgarbi, auto-dichiaratosi “l’acchiappa farfalle” del Cavaliere, sembra a sua volta essersi arreso all’evidenza: la sua caccia ai voti tra i peones del gruppo misto – una pratica poco commendevole in assoluto, ancor meno visto che parliamo di un’elezione presidenziale – non ha dato i risultati sperati. 

I centristi dissidenti del berlusconismo, a partire dal governatore della Liguria Giovanni Toti, parlano apertamente di una disfatta annunciata e la imputano al “circo equestre” che continua ad illudere Berlusconi di potercela fare. Quanto al sostegno che nel segreto del voto potrebbe arrivare dai riformisti di Renzi, le sue parole dell’altro giorno non lasciano molti dubbi salvo per chi, nella sinistra, lo considera un mentitore seriale capace di tutto: “Berlusconi non ha alcuna chance di essere eletto al Quirinale. I numeri non ci sono. Qualcuno dovrebbe dirglielo ma Berlusconi è circondato solo da yes men”.

Se il buon senso abita ancora dalle parti di Forza Italia, è probabile dunque che sia lo stesso Berlusconi – magari su pressione dei famigliari e degli amici più fidati – a trarne le conseguenze rinunciando ad una candidatura che, se mantenuta con ostinazione, rischia di esporlo ad un destino simile a quello toccato a Romano Prodi nel 2013. Sarebbe per il Cavaliere un finale di partita amaro e persino immeritato: il riconoscimento realistico cui può ambire, una volta abbandonata la pazza idea di diventare un Presidente che verrebbe contestato ad ogni uscita pubblica e finirebbe oggetto di continui sarcasmi sulla stampa internazionale, è forse uno scranno da senatore a vita. Un onore che potrebbe condividere proprio col suo storico duellante, a sigillo di una stagione politica – quella del bipolarismo, del maggioritario e della democrazia dell’alternanza – finita per sempre, comunque lontanissima e della quale lui e il Professore sono stati gli indubbi protagonisti.

Anche perché votare per tre volte Berlusconi senza riuscire ad eleggerlo, come se si trattasse di esprimere solo un voto di bandiera, di fedeltà o di testimonianza, non sarebbe solo una figuraccia personale, ma una sconfitta collettiva per l’intero centrodestra. Che a quel punto, dalla quarta votazione in avanti, avrebbe margini di manovra forzatamente ridotti, oltre a rischiare defezioni all’interno del suo stesso campo. Difficile a quel punto opporsi alla carta Draghi che il Pd immediatamente metterebbe in campo.
In questione è chiaramente la capacità del centrodestra di muoversi in questa partita in modo compatto, al di là delle dichiarazioni di facciata, con o senza Berlusconi come candidato. Il vero nodo politico è questo e si trascina ormai da molti mesi. Da quando cioè è iniziato, sul filo dei decimali, la corsa a due per la leadership della coalizione tra Salvini e la Meloni. Contrasto che la decisione del primo di entrare nel governo di “unità nazionale” e della seconda di stare all’opposizione di Draghi ha ovviamente accentuato.
Nella battaglia per il Quirinale le ambizioni personali, i calcoli affrettati e il doppio gioco tra amici rischiano in effetti di fare molto male al centrodestra, che pur partendo avvantaggiato, come mai era successo prima, rischia di finire bastonato a causa dei suoi stessi errori.

I passi falsi in agguato sono molti. Berlusconi, offeso dalla freddezza e dal mancato appoggio dei suoi storici alleati, potrebbe ad esempio essere tentato da una sorta di “Io o nessuno”. Il centrodestra, nella sua visione politica titanica ed egoistica, ha sempre coinciso con la sua persona, anche se nel frattempo i rapporti di forza interni sono radicalmente cambiati: cosa gli importa di un Presidente della sua area politica che non sia lui stesso? Giorgia Meloni, dal canto suo, aspirando apertamente a Palazzo Chigi considerati i sondaggi, potrebbe al dunque decidere che solo Mario Draghi seduto al Quirinale è in grado di darle una solida copertura istituzionale nei rapporti con l’Europa e gli altri attori, politici ed economici, internazionali. Il suo interlocutore privilegiato in questa prospettiva è il leader del Pd.

Salvini – che invece se la intende soprattutto con Matteo Renzi e un pezzo del M5S – vuole essere il risolutore a qualunque costo di questa complessa partita: il nome del Presidente da eleggere vuole farlo lui per primo, meglio ovviamente se di centrodestra, ma non è fondamentale. L’importante per lui, dopo mesi di appannamento politico e d’immagine, è riprendersi la scena. Quanto ai centristi senza partito vanno per definizione dove sentono odore di vittoria e convenienza. Al minimo segnale di difficoltà del centrodestra in cui formalmente si riconoscono sono già pronti a buttarsi sul nome di Draghi, che peraltro qualcuno di loro già invoca apertamente. Il rischio del centrodestra è insomma quello di andare in ordine sparso nel momento decisivo, facendo il gioco di chi punta sulle sue divisioni interne non solo in vista del voto per il Colle, ma nella prospettiva politicamente ancora più importante delle elezioni politiche del 2023, quando saranno i cittadini a stabilire i nuovi equilibri parlamentari e dunque, indirettamente, la composizione e la guida di un governo nuovamente politico.

Si dirà che la destra è divisa e concorrenziale anche altrove, basti guardare alle presidenziali francesi. E che il centro liberale e popolare negli altri Paesi europei non si è mai alleato con le forze populiste o apertamente conservatrici. Il centrodestra da Berlusconi a Bossi passando per Fini (ora da Berlusconi a Salvini passando per la Meloni) è stato in effetti una peculiarità o eccezione italiana. Capiremo la prossima settimana se destinata a continuare, magari in forma nuova, o a dissolversi più o meno velocemente.

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