Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€
Alessandro Campi
Alessandro Campi

Oltre le Comunali / Quel voto che stabilizza un esecutivo indebolito

di Alessandro Campi
6 Minuti di Lettura
Mercoledì 29 Giugno 2022, 00:57

Al netto della propaganda (legittima) dei singoli partiti, i due turni delle amministrative sono stati un sostanziale pareggio tra le opposte coalizioni. Se conta il numero complessivo dei sindaci eletti nelle città principali, alla fine non ci sono stati grandi spostamenti da una parte e dall’altra. 
Anzi, ad essere pignoli, il centrodestra ha guadagnato qualcosina, oltre ad aver vinto in tre su quattro dei capoluoghi di regione in cui si votava (Palermo, Genova e l’Aquila, con Catanzaro andato al centrosinistra).
Quanto alle indicazioni politiche generali, quelle importanti s’erano avute già al primo turno: l’avanzata di Fratelli d’Italia a scapito della Lega, la solidità del Pd a sinistra, l’implosione del grillismo (già prima della fatal scissione), l’eccesso di frammentazione della galassia centrista, il galleggiare del berlusconismo. 
Naturalmente altro, rispetto all’esito reale, sono le attese, le previsioni, le speranze e i calcoli spesso sbagliati delle singole forze politiche. Così come le vittorie o sconfitte simboliche o paradigmatiche. Verona rientra in questa casistica. Per il centrodestra una bella botta, ma da imputare prima che ai leader nazionali troppo litigiosi, al candidato locale dimostratosi oltremodo improvvido. Un sindaco uscente che era già stato sostanzialmente bocciato al primo turno dai suoi concittadini, incaponitosi ad andare da solo al ballottaggio, 
ed ecco come è malamente finita. Una sconfitta cercata e annunciata, ma forse persino salutare visto che proprio a Verona, nel corso degli anni, s’era raggrumato un campo della destra sin troppo largo e ambiguo: dai centristi moderati agli ultras da stadio con la testa rasata, dai leghisti rimasti anti-sudisti e xenofobi all’estremismo mussoliniano.
In Italia, la destra istituzionale che si candida a vincere il prossimo anno (forte dei sondaggi che la danno al 50%), dovrà prima o poi decidersi a porre barriere nette proprio alla sua destra. I conservatori, che la Meloni guida in Europa, non fanno i saluti romani a cena e non organizzano messe per il genetliaco del duce. Nell’anno centenario della marcia su Roma certi grumi ideologici e sentimentali, a Verona più solidi e tollerati che altrove, andrebbero sciolti una volta per sempre. Altrimenti prepariamoci ad una campagna elettorale orrenda, che la sinistra forse già pregusta, nel nome dell’antifascismo militante.
Detto questo, una preghiera rivolta alla sinistra. Ne abbiamo viste tante. Risparmiateci, ora che ha meritoriamente vinto, di trasformare Damiano Tommasi nel santino del progressista modello, buono, gentile, inclusivo, semplice, operoso, da additare ad esempio per la sinistra del terzo millennio. Accontentiamoci che sia un buon amministratore.
Ma il centrodestra ha anche un altro problema, notoriamente. Come gestire senza rotture e continue tensioni l’ascesa nei sondaggi della Meloni e dunque il ribaltamento dei precedenti rapporti di forza. Su questo versante c’è un duplice errore di metodo che la Meloni dovrebbe evitare, se vuole vedersi riconosciuta nel suo ruolo di leader della coalizione. Primo, non farne una questione di numeri. Un voto in più come legittimazione al comando non è un argomento politico, ma pura algebra. E comunque tra alleati non ci si accorda strategicamente pallottoliere alla mano. 
La leadership meloniana potrà imporsi, e dunque essere accettata dagli altri partner, solo su una base politica: programma condiviso, capacità di sintesi e di ascolto, spirito di mediazione. Oltre alla formulazione di una proposta di governo che per come si stanno mettendo le cose nel Paese non potrà essere giocata su immigrazione, gender, sicurezza, ma sul lavoro, le politiche sociali, il rilancio produttivo, la difesa economica dei ceti deboli, oltre che su una scelta di politica internazionale che non potrà presentare le ambiguità del passato: Europa, Occidente, fuori da questo perimetro politico-simbolico non si può aspirare ad alcuna responsabilità di governo.
Secondo errore, legare la guida politica della coalizione al ruolo di capo del governo di centrodestra a venire. Innanzitutto è prematuro. Poi le due cose non necessariamente debbono andare insieme: potrebbe convenire, persino a lei scindere i ruoli, immaginando di mandare a Palazzo Chigi una figura che possa garantire l’equilibrio tra i componenti la coalizione meglio di quanto possa farlo un capo di partito. 
Si continua a minimizzare l’astensionismo, dato grezzo che andrebbe scomposto per cercare di capire meglio le motivazioni di coloro che sempre più si sottraggono al rito democratico per eccellenza. Nel secondo turno delle amministrative, con questa calura, ci sta che molta gente sia restata a casa. Ma questa è la spiegazione contingente e consolante. In realtà, qualcosa s’è rotto, da un pezzo, nel sentimento che dovrebbe organicamente legare i cittadini alla vita pubblica. Da un lato c’è un eccesso di offerta politica, sintetizzato dal numero impressionante di liste e listarelle civiche che rendono difficile la scelta. Dall’altro ci sono i partiti nazionali che non godono più della fiducia e rispettabilità di un tempo e spesso non riescono a formulare progetti di governo, anche locale, convincenti e credibili.
Gli elettori, più in generale, si sentono superflui e presi in poca considerazione. Percepiscono le candidature di migliaia di sconosciuti non come una mobilitazione dal basso, ma come un assalto alla diligenza del potere locale. Assistono a trasformismi e cambiamenti di casacca d’ogni tipo, che nemmeno vengono più giustificati da chi li opera. Dal centro il messaggio è poi quello di una politica e di un Parlamento sostanzialmente commissariati. E dunque ci sta questo progressivo allentamento dall’impegno del voto: una disillusione che si trasforma sempre più in disinteresse.
Da questo punto di vista, la crisi radicale del grillismo non è un problema solo interno a quel mondo: lo è per l’Italia tutta e per la sua stessa cultura pubblica. Il M5S è stato, per gli italiani che ci hanno creduto, quasi undici milioni nel 2018, ma anche per chi pur criticando l’esperimento ne riconosceva l’oggettiva novità, una proposta radicale di cambiamento e innovazione. Una sfida al sistema e di sistema. Fallita miseramente la quale – oggi i grillini parlano la lingua del sottogoverno poltronista – agli italiani, dopo averle provate tutte, non resta davvero altro cui appellarsi. Se non il paternalismo tecnocratico, post-partitico, post-ideologico, di cui Mario Draghi è l’incarnazione. 
Talmente un’ultima speranza che in molti lo vorrebbero ancora, magari per sempre, a Palazzo Chigi. Ma gli esponenti dell’area Draghi, che tanto sembrano tenere alla stabilità del sistema, peccato che siano anche quelli che più hanno problemi di sopravvivenza personale e politica. Si riconoscono nell’agenda Draghi per patriottismo estremo o la usano come copertura alle proprie debolezze? Parliamo soprattutto del fantomatico centro, tanto affollato di capi e tanto a corto di idee innovative da spingere il più volitivo del gruppo, Carlo Calenda, a coltivare la tentazione di una corsa solitaria. Meglio una proposta chiara e riconoscibile, fatta da uno solo, o un assemblaggio di forze disorganiche e potenzialmente litigiose? Di Maio, Sala, Brugnaro, Toti, Carfagna, Renzi: ma davvero può nascere una proposta politica organica dalla sommatoria di storie politiche tanto diverse? 
Questo voto – dice qualcuno – ha comunque stabilizzato il governo Draghi, con la Lega indebolita e il M5S perdente conclamato del voto e per di più scisso ora in due. In realtà, quest’esecutivo è nato strutturalmente debole e composito e così resterà sino alla fine della legislatura, come sa bene soprattutto il Capo dello Stato. Vive e vivrà del prestigio internazionale di Draghi. 
Nessuno gli staccherà la spina, perché nessuno ha convenienza a farlo. Ma il timore per l’autunno caldissimo che potrebbe aspettarci, tra pandemia, guerra, crisi energetica, inflazione e perdita del potere d’acquisto dei cittadini, è serio. Se disagio e protesta saranno grandi, come qualcuno teme, tenerli a bada non sarà facile nemmeno per Draghi. Se sarà crisi, verrà comunque dall’esterno, non dai malumori di partiti troppo presi dai loro problemi interni per permettersi il lusso di disturbare in manovratore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA