Alessandro Campi
Alessandro Campi

Il calo di Laschet/ La democrazia frammentata del quasi-pareggio

di Alessandro Campi
5 Minuti di Lettura
Lunedì 27 Settembre 2021, 00:04

In politica si può trasmettere solo l’autorità legale, quella che serve per essere obbediti quando si danno degli ordini. Mentre il carisma e l’autorevolezza, essendo doti personali, non possono essere ceduti. Questo spiega perché Armin Laschet, il successore sulla carta di Angela Merkel, non poteva sperare di vincere il più atteso appuntamento elettorale dell’anno. I sondaggi, per settimane, lo hanno dato inesorabilmente indietro i socialdemocratici di Olaf Scholz, vincitore annunciato.
Sennonché alla Cancelliera è riuscito il colpo finale: trasformare una sconfitta umiliante per il suo partito (l’ennesima degli ultimi anni) in un quasi pareggio, almeno stando ai risultati circolati ad urne appena chiuse e confermati in serata. Negli ultimi giorni di campagna elettorale s’era spesa personalmente, al fianco del successore, giocando la sua carta migliore, che è poi quella preferita della gran massa dei tedeschi: la stabilità politica come condizione del benessere economico. Quella che lei ha garantito per sedici anni, quella che adesso – visto l’esito delle urne – ci si chiede come e da chi possa essere garantita. I democratico-cristiani non hanno perso pur avendo ottenuto il peggior risultato della loro storia, i socialdemocratici non hanno vinto pur essendo cresciuti nei consensi.

Come se ne esce?La realtà è che anche la Germania, come queste elezioni hanno soltanto confermato, è entrata definitivamente nel club poco invidiabile delle democrazie frammentate, febbricitanti e instabili. Noi italiani ci siamo abituati e la cosa non ci fa impressione. Ma per la Germania è in effetti una novità degli ultimi tempi. I due grandi e storici partiti di massa oggi raccolgono insieme, se va bene, il 50% dei consensi. Nel 2017 avevano superato questa soglia di qualche punto (il 53,4%), Alle europee del 2019 avevano fatto molto peggio: insieme valevano intorno al 45%. Quando il bipolarismo tedesco era una cosa seria – comunque piuttosto anomalo rispetto al resto d’Europa: più cooperativo che muscolare – sommavano ben altre cifre: dal 75% del lontano 1998 al quasi 67% del 2013. 


È il segno che anche oltre Reno le culture popolari storiche – cristiano-liberali e socialiste – faticano a rinnovarsi e ad attrarre nuovi elettori. Ma ci si può considerare persino fortunati, visto che in altri Paesi europei quelle stesse famiglie ideologiche sono nel frattempo scomparse dalla scena. Dicevamo un quasi pareggio. Con la differenza che i socialdemocratici, come accennato, sono cresciuti rispetto al minimo storico del 2017 (dal 20,5 al 25,2%), mentre la Cdu/Csu è scesa di quasi 8 punti rispetto al risultato delle precedenti elezioni federali (dal 32,9 al 24,6%). E’ la ragione per cui Paul Ziemiak, segretario generale della Cdu, ha parlato comunque di una “perdita amara” nonostante il testa a testa. Il dato politico, infatti, è che la Cancelleria a questo giro toccherà ai socialdemocratici. Ma quale governo, se i dati saranno confermati, riusciranno eventualmente a creare? L’unica certezza è che nessuno vorrà avere a che fare con i parlamentari di Alternative für Deutschland (Afd). L’estrema destra era data in forte regressione nei consensi. In realtà, con il 10,7% dei voti (contro il 12,6 delle precedenti consultazioni) si conferma una presenza stabile nel panorama politico tedesco. I nazional-populisti in Europa salgono e scendono nei diversi appuntamenti elettorali, ma sono ormai una famiglia politica radicata. Se c’è stato un vero tracollo si è verificato semmai all’altro estremo dello spettro politico. Il 5% assegnato alla Linke – che aveva ottenuto il 9,2% nel 2017 – difficilmente può lasciare tranquilli i dirigenti di quel partito. Basta poco, al termine del conteggio reale, per trovarsi sotto la soglia di sbarramento e dunque, secondo la legge elettorale tedesca, fuori dal Bundestag.

Sono in ballo per la cronaca una quarantina di seggi. Molti voti della sinistra comunista sono evidentemente finiti ai Verdi, passati dal 9 circa delle passate elezioni federali al 14,4%. Il risultato storico delle europee del 2019 – il 20,5% – aveva fatto immaginare che per la leader ambientalista Annalena Baerbock, con la Merkel in uscita, fosse spianata la strada per la Cancelleria. Ma la Germania è ancora un Paese serio. Se dici o fai troppe stupidaggini, e la Baerbock ha francamente esagerato in gaffe e cadute di stile, gli italiani prima ti perdonano e poi ti prendono a modello, i luterani ti additano come cattivo esempio e te la fanno pagare. Ciò detto i 119 seggi assegnati ai Verdi potrebbero risultare decisivi nelle future trattative per il governo. Così come i 92 parlamentari che dovrebbero ottenere i liberali dell’Fpd, passati dall’11,6 al 12%.
Ma chi si metterà con chi per fare che cosa? Socialdemocratici, verdi e sinistra radicale (se quest’ultima dovesse entrare al Bundestag superando la soglia di sballamento) sarebbero ad un passo dalla maggioranza assoluta. La supererebbe invece abbondantemente una coalizione tra conservatori, verdi e liberali. La terza soluzione possibile è un classico della cultura politica tedesca: la grande coalizione tra Spd e Cdu/Csu (insieme avrebbero quasi quattrocento seggi).


Ma i numeri sono una cosa le scelte politiche un’altra. Laschet e Scholz durante la campagna elettorale non hanno fatto altro che ripetere di non voler governare insieme. Quanto ai verdi potrebbero mai convivere con un partito liberale guidato da un falco rigorista in materia economica come Christian Lindner? I socialdemocratici hanno davvero voglia di mettersi nelle mani della Linke pur di creare un governo tutto di sinistra? La conclusione è che dobbiamo aspettarci settimane di trattative serrate e di conciliabili più o meno segreti, alla ricerca di una coalizione che non appare facile da costruire. Altro che conoscere il nome del capo del governo la sera stessa del voto, come talvolta si sente dire! La regola un po’ dovunque in Europa sta diventando un’altra: partiti che non arrivano più alla soglia del 30%, coalizioni di governo tra partiti che sino al giorno prima si sono combattuti e che spesso hanno poco in comune, un intervallo temporale sempre più lungo tra il giorno del voto e la nascita dell’esecutivo, dopo appunto trattative, accordi e intese nero su bianco tra alleati che si fidano poco l’uno dell’altro. 
Alla fine di troverà comunque una soluzione, nel segno del pragmatismo, della reciproca convenienza e dell’interesse generale: la grande lezione di metodo politico che la Merkel ha lasciato alla politica tedesca.

© RIPRODUZIONE RISERVATA