Giuseppe Roma

La proposta/Un dicastero per il futuro delle città

La proposta/Un dicastero per il futuro delle città
di Giuseppe Roma
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Lunedì 8 Febbraio 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 9 Febbraio, 00:19

Analisti e istituzioni internazionali s’interrogano su quale scia di cambiamento la pandemia proietterà sul futuro delle città. Gli effetti concreti di Covid-19 hanno riguardato maggiormente la vita quotidiana delle persone, i modi d’abitare, muoversi, consumare o usare il tempo libero. Il consolidarsi di tali comportamenti potrebbe definire, nel lungo periodo, nuovi modelli di organizzazione sociale, in grado di modificare la stessa struttura urbana. Ciò appare evidente nelle metropoli mondiali dove l’alta densità territoriale ha reso particolarmente visibile lo stato d’emergenza sanitario.

Nei Paesi poveri questo carattere peculiare delle grandi città impedisce, nei fatti, il distanziamento sociale e la riduzione dei contagi. Nei Paesi ricchi, le paure per la propagazione del virus, causata dagli assembramenti, sta provocando il doppio effetto di “rintanamento” domestico o di fuga verso località non metropolitane. 


Altro evidente impatto riguarda tutti gli spazi costruiti a partire da quelli abitativi, non pensati e non dimensionati per reggere al sovraccarico di funzioni cui devono rispondere a causa della pandemia. La casa vede una prolungata e contemporanea presenza di più persone che in precedenza occupavano scuole, uffici, luoghi di lavoro, palestre. Al contrario, si svuotano altri spazi tipici delle città come i negozi di vicinato, le strade commerciali e le botteghe artigianali, gli alberghi e le strutture ricettive come i B&B, determinando un processo di rapido declino per le aree più centrali e storiche, improvvisamente private del sovraccarico di flussi e di funzioni.

Ma sono gli spazi per uffici, così rappresentativi della prevalente dimensione terziaria della città, a essere soggetti ai più radicali cambiamenti legati alla transizione digitale e al lavoro da remoto. In questo caso la pandemia accelera un fenomeno già in atto, destinato a perdurare nel tempo. Si prospetta un nuovo modo di lavorare, di dialogare, di discutere, intermediato dalla rete, da sistemi informatici e dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Queste radicali trasformazioni nell’organizzazione produttiva e del lavoro comportano come inevitabile conseguenza un terremoto nella struttura sociale, con un prevedibile aumento delle povertà urbane. L’ addensamento metropolitano potrebbe trasformarsi da opportunità in una trappola con impieghi e professioni rese rapidamente obsolete dalla digitalizzazione e con una ridotta domanda di lavoro, diluita nelle pieghe dell’automazione. 


Nelle città del dopo Covid-19 cosa resterà di questi macro fenomeni? Appare credibile una discontinuità nelle traiettorie di uno sviluppo che, negli ultimi decenni, sembrava inarrestabile tanto da preconizzare l’assoluta prevalenza, a livello globale, dei residenti nelle aree urbane. Recentissimi dati Istat rivelano per il 2020 una contro tendenza con una riduzione del 6% per i flussi interni e del 42% per quelli dall’estero verso le città italiane. 


Tuttavia, le metropoli rimarranno vive e vitali, e forse più equilibrate se sapremo far tesoro del momento critico che stiamo attraversando. Non è pensabile una crisi paragonabile a quella che colpì la città industriale nel suo passaggio verso l’era delle tecnologie avanzate e dei servizi. Assistiamo oggi a una sostituzione di funzioni all’interno di uno stesso modello. Consumiamo e compriamo beni direttamente recapitati a casa nostra, affossando il commercio tradizionale, ma facendo sviluppare logistica e grandi piattaforme del commercio elettronico. Cresce il lavoro a distanza, ma anche l’esigenza di operare in presenza. Sperimentiamo la didattica on line, ma confermando il valore della socialità scolastica. In definitiva, ciò che oggi appare rigido e obbligato, potrà evolvere in modo più fluido confermando la centralità della vita urbana come forma specifica della società contemporanea. 


Per riportare questa riflessione nel vivo dell’attualità, non mancano le implicazioni per il nostro Paese alle prese con una nuova transizione politica. Una fetta importante dei problemi da affrontare col Next Generation Italia, riguarda gli assetti territoriali (sanità, scuola, infrastrutture, sociale, periferie) e per questo sarebbe utile individuare una responsabilità nel governo in grado di coordinare, prevedere e monitorare le politiche per le città. La breve stagione del ministero per le aree urbane fu di stimolo al rinnovamento dell’azione messa poi in atto dai sindaci, e sarebbe utile riprenderla anche nel governo Draghi in via di definizione. 


L’altra occasione da non perdere riguarda Roma, la metropoli italiana colpita gravemente dalla pandemia sotto il profilo economico e occupazionale. Il nuovo contesto post-Covid-19 reclama l’urgenza di elaborare strategie da contrapporre al blocco delle connessioni, alla crisi del tessuto minuto commerciale e artigianale, al rinnovato interesse per la casa e il quartiere. E sarà proprio la Capitale la grande città con più alto potenziale di crescita su cui investire, visto che l’emergenza segue una lunga stagnazione.

Nel Paese delle cento città sarebbe davvero un bel segnale disporre di un ministro che, come succede in Europa, curasse particolarmente le aree urbane, definendo politiche e investimenti per la casa, per le periferie, per i servizi di prossimità .Un modo concreto per corrispondere alle attese dei cittadini di vivere in un ambiente pulito, funzionale e bello. A partire da Roma.

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