L’anniversario/Regioni da ripensare, privilegi ed egoismi hanno diviso l’Italia

Martedì 4 Agosto 2020 di
L’anniversario/Regioni da ripensare, privilegi ed egoismi hanno diviso l’Italia
Le regioni a statuto ordinario compiono cinquanta anni proprio durante questa straordinaria crisi.

È anche in questo caso un’occasione da sfruttare: per mettere da parte lunghi anni di contrapposizioni e provare a riflettere su come ripartire. Non sarà facile, inutile illudersi: ma se non ora, quando provarci?
Il tema è sfuggente perché, al di là di qualche posizione estrema, appare evidente che l’Italia non può essere né governata a colpi di decreto dal centro, né abbandonata alla frantumazione dovuta a migliaia di diverse scelte locali. Ci serve un regionalismo ben temperato, che tenga insieme i vantaggi del decentramento e quelli di un buon livello di uniformità; ed è sfuggente proprio perché è questione di misure relative. 

I VANTAGGI
I vantaggi del decentramento: avvicinare il governo ai cittadini, differenziare le scelte in base alle diverse condizioni, responsabilizzare le autorità regionali con prelievo e spesa. E i vantaggi dell’uniformità: garantire a tutti condizioni di cittadinanza simili, redistribuendo, come ci chiede la Costituzione, da chi più ha a chi meno ha; mantenere saldo il presidio su grandi politiche che possono essere efficacemente condotte a livello nazionale, se non europeo; garantire una funzione assicurativa a favore delle diverse comunità, tenere conto delle “esternalità” generate sugli altri dall’azione di ogni territorio. 

IN MEDIA CON LA UE
Abbiamo un livello di decentramento verso le regioni molto vicino alla media europea. Eppure c’è evidenza che il sistema, dopo 50 anni, funzioni peggio che altrove; che abbia bisogno di una buona “manutenzione straordinaria”: tanto giuridica, amministrativa, finanziaria, quanto politica. Tre sembrano le grandi questioni.
In primo luogo c’è un problema di assetti delle competenze fra governo e regioni. La riforma costituzionale del 2001 ha ampliato molto gli ambiti in cui queste ultime possono intervenire, ma determinando vaste aree grigie, sulle quali la Corte Costituzionale si è a lungo esercitata provando a mettere ordine. Si pone chiaramente il problema, politicamente scabroso, dell’esistenza di regioni a statuto speciale privilegiate, per le quali le condizioni attuali sono oggi assai diverse di quelle che portarono alla loro istituzione (dalla tutela di minoranze, alla perifericità e sottosviluppo), molto meno giustificate. 

QUADRO FRANTUMATO
Negli ultimi anni è emersa la richiesta di regionalismo differenziato, che potrebbe ulteriormente frantumare il quadro e creare ulteriori condizioni di disparità fra i cittadini. Il chi fa che cosa dunque merita una riflessione attenta. Per avviarla serve sgombrare il campo dal pregiudizio che sia sempre e comunque meglio accentrare o decentrare: il pendolo su cui hanno più volte oscillato negli ultimi 30 anni la politica e l’opinione pubblica. E dotarsi di molta ragionevolezza, empirica. Serve il cacciavite, non l’ascia.

In secondo luogo c’è un problema a monte, di definizione delle grandi scelte politiche del paese, che per troppi anni sono state accantonate. Si pensi alla sanità. Ci siamo accorti che il diritto alla salute degli Italiani era divenuto assai diverso da regione a regione, per il sommarsi di scelte prese in assenza di chiari indirizzi nazionali. La pandemia ci ha ricordato l’importanza fondamentale di un sistema di prevenzione ed assistenza socio-sanitaria territoriale: questo deve divenire una grande scelta politica a favore di tutti gli Italiani, una linea guida che valga in ogni territorio. Declinandola operativamente in base alle diverse situazioni, ma con obiettivi di prevenzione e tutela validi per tutti, visto che i virus, è proprio il caso di dirlo, non conoscono certo confini regionali. 

SCELTE INDUSTRIALI
Si pensi alle politiche industriali: abbandonate, salvo qualche eccezione, a livello nazionale, e fiorite in una miriade di azioni a quello regionale; con evidenti diseconomie di efficienza ed efficacia. Sono il Parlamento e il governo, la politica, che devono progressivamente riprendere, proprio a partire dalle discussioni di queste settimane sul Piano di Recupero, le loro potestà relative ai grandi indirizzi da dare al paese. 
In terzo luogo, ci sono i soldi. Il federalismo fiscale prefigurato dalla riforma costituzionale è stato attuato tardi, poco e male. Con evidenti disparità, come nel caso dei comuni. Senza aver fissato, come base per la definizione dei meccanismi finanziari delle regioni, i livelli essenziali delle prestazioni a cui ha diritto ogni cittadino. E il fondamentale processo di perequazione delle condizioni infrastrutturali: impossibile erogare servizi simili in presenza di disparità così profonde nelle dotazioni di capitale pubblico, come quelle esistenti fra Nord e Sud, ma anche fra aree, all’interno delle grandi circoscrizioni. Ci sono state proposte e tentativi di attuazione di nuovi meccanismi nel pieno dell’austerità di bilancio: senza risorse gradatamente disponibili nel tempo, questo ha significato una lotta senza quartiere dei “ricchi” (le regioni con più servizi) contro i poveri: nella quale i primi hanno sempre vinto. E i cittadini delle regioni più deboli hanno livelli di servizio assai inferiori. Una lotta senza colore politico, che ha ulteriormente acuito le fratture e i rancori interni al paese, coltivati da trent’anni di retoriche “suprematiste” degli uni nei confronti degli altri.

Gli aspetti giuridici e amministrativi sono centrali; gli aspetti tecnici e finanziari molto importanti. Ma rivedere il regionalismo, richiede un prerequisito fondamentale: la convinzione politica che il nostro paese può uscire dalla stagnazione dell’ultimo ventennio e dalla crisi attuale, solo tutto insieme; e cambiando: funzionando meglio, con più responsabilità, con più equità. Una grande riforma che ci serve.

  Ultimo aggiornamento: 16:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA