La scossa necessaria/Il fuoco dentro di Pablito e la grinta che ora ci manca

Sabato 12 Dicembre 2020 di

Era un’Italia che dava la sensazione che nulla avrebbe potuto fermarla. Oggi l’impressione è che nulla riesca davvero a rimetterla in moto. La scomparsa dell’eterno ragazzo nel quale un intero Paese si riconobbe nelle sere di un’estate dalla quale ci separano trentotto anni, propone un confronto tra due Paesi: quello di Paolo Rossi e quello che oggi vive sospeso in attesa delle conseguenze di un’enorme crisi economica. 


Un confronto difficile ma che è assai utile per cogliere la natura profonda di una crisi che è non solo economica ma anche di atteggiamento mentale di un popolo nei confronti di se stesso. L’Italia che aveva Pertini come presidente della Repubblica, Giovanni Spadolini come capo del Governo e Bearzot come allenatore di tutti, era una società viva e che – tra contraddizioni e drammi – cresceva. 


Oggi, invece, stiamo affondando in una crisi che è di sfiducia nella possibilità stessa di poter davvero avere un futuro. Una sfiducia nei propri mezzi che, aldilà delle rassicurazioni paternalistiche che i custodi della comunicazione impongono sbagliando, ha contagiato – più velocemente dello stesso Covid-19 – non solo i cittadini ma anche le stesse classi dirigenti, che sembrano aver escluso ormai la possibilità di vincere tra le proprie prospettive.

 

 

Diciamo, innanzitutto, che l’Italia del 1982 aveva la fortuna di essere dalla parte giusta del mondo. I satelliti che ritrasmettevano le immagini notturne della Terra erano la dimostrazione più plastica di quanto l’idea del benessere diffuso fosse, in realtà, limitato a pochissime aree: le due coste del Nord America; la Cee, Comunità Economica Europea, alla quale ancora doveva aderire la Spagna che era molto meno illuminata e usò quei mondiali per promuovere la propria candidatura; e il Giappone.


L’Italia stava uscendo, tuttavia, da anni di piombo: solo quell’anno ci furono ventotto vittime (quasi tutti carabinieri); due anni prima alla stazione centrale di Bologna persero la vita 85 persone nella strage peggiore; mentre nel 1978 l’attacco arrivò al cuore dello Stato con il rapimento di Aldo Moro che era architrave morale di un Paese che fu sul punto di spezzarsi. Due anni prima del trionfo, Pertini tuonò denunciando l’inefficienza dei soccorsi arrivati in ritardo in una terra, tra Irpinia e Lucania, che un terremoto aveva trasformato in un cratere con 2.500 morti. 
Del resto, anche, il calcio usciva da un trauma: due anni prima, il primo grande scandalo portò il Milan in serie B e alla squalifica della stella più luminosa della serie A (appunto, Paolo Rossi). Ed è curioso che anche la Nazionale del 2006 si laureò campione del mondo mentre più della metà dei suoi titolari venivano da una Juventus appena privata da due scudetti ma retrocessa nell’ambito dello scandalo Calciopoli.

 
È curioso che sia quasi sempre dalla disperazione che l’Italia trae la forza di reagire. Nel 1982 fu grazie all’iniezione di calcio che il presidente della Repubblica trasformò spontaneamente in una grande operazione di fiducia, che l’Italia ricominciò una seconda stagione di crescita dopo quella irripetibile del miracolo economico. Alla fine degli anni Ottanta l’Italia superò non solo il Regno Unito (il famoso sorpasso), ma per qualche anno la Francia e si avvicinò moltissimo – per reddito per abitante – ad una Germania che si era appena riunificata. I numeri aggregati dell’economia riflettevano, del resto una domanda di Italia che cresceva nei settori a più alto valore aggiunto innovando il modo stesso di intendere il tessile (dai Benetton fino a Prada) e la chimica (alla Montedison inventarono quella verde), e una creatività che resero possibile il miracolo di sfidare gli americani nei territori della vela, della musica, dei film che dominavano incontrastati. 


Certo negli anni Ottanta il debito pubblico spiega parte di quella crescita straordinaria: nel 1982 – proprio mentre Carlo Azeglio Ciampi e Guido Carli sancivano il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia – il rapporto tra debito dello Stato e Prodotto Interno Lordo era inferiore al 60% (livello inferiore a quello che faceva registrare il Regno Unito) e, però, esso raddoppiò in soli dieci anni portandosi ai livelli che sono diventati il macigno al piede di un Paese bloccato. 


E, tuttavia, non è irrilevante la circostanza che quel debito fosse quasi interamente posseduto da italiani, mentre oggi dipendiamo dalle decisioni della Banca Centrale Europea (ed è questa una circostanza che – anche se non ce ne accorgiamo – ci rende assai vulnerabili). È questo il motivo per il quale l’agenzia di rating Moody’s assegnava, alla fine degli anni Ottanta, al nostro debito sovrano la massima valutazione possibile (la tripla A) e oggi invece avverte gli investitori che siamo distanti solo due gradini dalle obbligazioni “spazzatura”.


Era un’Italia, quella di Pertini, semplicemente più giovane, molto più giovane: quasi il 40% degli italiani avevano meno di 24 anni; oggi sono appena poco più del 20%. Ed è il numero complessivo di italiani che si è rattrappito: alla fine del 2020, anche per effetto della pandemia, avremo un numero di abitanti simile (59 milioni) a quelli che avevamo mentre Dino Zoff alzava la Coppa; nel frattempo i francesi (che nel 1982 erano un po’ meno degli italiani) e gli spagnoli, hanno aggiunto 11 milioni di connazionali. 


È quella demografica la semantica probabilmente più efficace per capire la natura dello smarrimento: un Paese che, uscito da anni tremendi, sembrava aver bisogno assoluto di quella vita che è fatta di conflitto, di slanci, di contraddizioni. Ed era guidato da statisti pensierosi come Ciampi o Andreatta. 
Oggi sembriamo schiacciati dalla paura o, forse, dalla rassegnazione di non poter fare null’altro che la gestione della decadenza. La classe dirigente rispecchia la perdita di quel fuoco che sembrava essersi impossessato di un ragazzo di Prato e ha come propria massima colpa quella di avere, sempre, accompagnato il declino senza avere mai ammesso che un qualsiasi progetto di trasformazione (incluso quello che ci chiede l’Europa anche a prescindere dalle risorse dedicate alle “prossime generazioni”) non può neppure cominciare se non passa attraverso la mobilitazione di tutti.

 
In fondo di un’epoca finita con un lancio di monetine ed il seppellimento di un’intera classe politica, manca proprio la grinta di quegli urli increduli di quell’estate straordinaria; la curiosità che ci portava in giro per il mondo; l’umiltà di chi ancora ricorda tempi bui; la voglia feroce di risolvere problemi concreti che è l’unica, possibile “madre” – come dice Primo Levi in un bellissimo romanzo sulla generazione dei ricostruttori – di quell’innovazione che rischia, altrimenti, di diventare solo il braciere vuoto nel quale bruciare gli ultimi sogni.


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