La Moratti e Robledo/La supplenza dei pm che fa male alla politica

Venerdì 15 Gennaio 2021 di

Letizia Moratti, neo assessore alla Sanità e vicepresidente della regione Lombardia, ha chiamato a far parte della sua squadra il dottor Alfredo Robledo, magistrato in pensione, che a suo tempo aveva esercitato la funzione di Pm a Milano, indagando, tra l’altro, nei confronti della stessa Moratti, che ne era uscita con un’archiviazione. Robledo, a quanto pare, ha accettato l’incarico, che comunque sarebbe gratuito.


Va detto subito che tutto avviene nella più perfetta legalità. Robledo, ormai fuori dall’ordine giudiziario, può aspirare a qualsiasi posto, pubblico o privato. Per di più la sua competenza professionale è indiscussa, soprattutto nell’ambito dei reati economici e contro la pubblica amministrazione. Né la Moratti può esser sospettata di una “captatio benevolentiae” verso la magistratura, e in particolare verso la Procura di Milano, dove Robledo non è del tutto ben visto, essendo entrato a suo tempo in un conflitto acutissimo con l’ex procuratore Bruti Liberati e con altri colleghi. Nessun retropensiero dunque sulla legittimità e i motivi della scelta. Che tuttavia desta delle perplessità, per due ragioni.


La prima. Noi abbiamo sempre sostenuto che un magistrato non debba assumere incarichi politici o amministrativi né durante e nemmeno dopo il servizio.

Soprattutto quando ha condotto indagini su personaggi politici, e a maggior ragione su quelli con i quali, o contro i quali, poi scende in campo. E questo non per diffidenza verso chi accetta l’incarico o chi glielo conferisce, ma per riaffermare quella divisione dei poteri che è garanzia di imparzialità formale e sostanziale dell’ordine giudiziario. 
Questo perché un pubblico ministero, o comunque un giudice penale, non è un cittadino come gli altri: dispone del potere - diabolico o divino secondo le valutazioni - di spedire le persone in galera, di comprometterne l’onore con accuse magari infondate, di condizionarne la carriera professionale e persino la competizione elettorale con una semplice informazione di garanzia, e tutto questo senza nessuna responsabilità, in nome della sua autonomia e indipendenza. Un magistrato non può nemmeno esser citato direttamente in giudizio per risarcire il danno, non perché sia svincolato dalla legge, ma perché questa gli riconosce alcune guarentigie a tutela della sua serenità nel difficile momento del giudizio.


Queste prerogative, che alcuni considerano ingiustificati privilegi, non sono in realtà concesse alla persona ma alla toga; e tuttavia sotto la toga ci sta una persona, che deve accettarne i limiti che ne conseguono, non per vincolo cogente, ma per semplice opportunità e buon gusto. 


Non solo. È quasi banale e stucchevole ripetere il ritornello che il giudice è come la moglie di Cesare, non deve solo essere ma anche apparire imparziale eccetera eccetera. In realtà il discorso è molto più complesso. Spesso infatti le indagini interferiscono oggettivamente - anche senza o contro la volontà di chi le conduce - sulla politica. Orbene, il fatto che il magistrato, una volta dismessa la toga, entri in quel mondo che lui ha visto da un osservatorio privilegiato, attraverso intercettazioni e notizie ad altri inaccessibili, lo pone in una condizione di privilegio, che altera quantomeno l’uguaglianza delle posizioni di partenza.


Infine, e non ultimo, può far sorgere il sospetto che egli intenda sfruttare se non i favori, almeno la notorietà ottenuta attraverso il suo doveroso operato. Poco importa che questo sospetto sia, nella gran parte dei casi, infondato. La sua sola prospettazione costituisce una perniciosa insidia alla credibilità dell’istituzione. 
Seconda ragione. È noto, e ripetutamente lamentato, che negli ultimi trent’anni la magistratura ha interferito, ancorché non intenzionalmente, nella politica. Quest’ultima peraltro ha le sue colpe, perché non ha saputo disciplinare, con leggi adeguate, l’effervescente esuberanza di alcune toghe, e spesso si è ritirata in un ossequio inerte e servile nei confronti dei suoi stessi persecutori, talvolta offrendo loro allettanti candidature. 
Orbene, se è la stessa politica a chiedere soccorso ai magistrati, come se non disponesse nel suo seno di figure adeguate e affidabili, il cittadino trae la convinzione che essa non è in grado di assolvere ai propri compiti rispettando quella separazione dei poteri tante volte invocata.


La tanto vituperata supplenza della magistratura viene così avallata, e addirittura incoraggiata, come se questa cooptazione fosse imposta da una carenza di risorse che solo la cosiddetta cultura della giurisdizione è in grado di colmare. Con il risultato paradossale di legittimare quelle stravaganti affermazioni di alcuni magistrati secondo i quali questo Paese andrebbe rivoltato come un calzino ed affidato alla direzione dei migliori, cioè a loro.

 

 

Ultimo aggiornamento: 16-01-2021 01:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA