Interventi mancati/Il disinteresse di Raggi per la città che governa

Sabato 5 Settembre 2020 di
8
Virginia Raggi
Il governo ha ufficialmente candidato Milano quale sede del Tribunale unificato dei brevetti dell’Unione europea (costretto a lasciare Londra dopo la Brexit). A Torino, che aspirava a sua volta alla candidatura, l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha concesso di ospitare la sede dell’Istituto italiano per l’intelligenza artificiale (I3A). E Roma?

Da qualche tempo Il Messaggero ha avviato una campagna di stampa per sostenere che l’Italia potrà uscire dalla crisi economico-sociale in cui versa – aggravata dalla pandemia, ma tutt’altro che originata da quest’ultima – solo grazie al superamento degli squilibri territoriali (tra Nord e Sud, tra centri urbani e aree interne, tra singole zone o distretti d’una stessa regione) che storicamente ne hanno segnato il cammino unitario e che negli ultimi tempi non hanno fatto che aggravarsi. A tal punto da rendere tutt’altro che remota la prospettiva d’una crescente slabbratura del suo tessuto civile e istituzionale, che come esito fatale potrebbe persino avere la fine dell’Italia come soggetto storico-politico unitario.

In questo quadro, l’insistenza su queste colonne riguardo l’appuntamento elettorale amministrativo che il prossimo anno riguarderà Roma non nasce dalla curiosità di conoscere con largo anticipo quale candidato (uomo o donna, alto o basso, bello o brutto, simpatico o antipatico) i partiti s’inventeranno per provare a strappare il Campidoglio alla sua attuale inquilina (peraltro convintasi di meritare una seconda occasione e già scesa in campo). Se ci si sta interrogando – con editoriali, articoli, inchieste, interviste e commenti – su quali caratteristiche dovrà avere il prossimo sindaco di Roma è perché si è convinti che il futuro politico di quest’ultima sia strettamente connesso con quello del Paese di cui è la Capitale. Roma – come abbiamo scritto in più occasioni – è ormai diventata una grande questione nazionale: le sue difficoltà (oggi divenute particolarmente evidenti) non fanno altro che riflettere quelle di un’intera nazione.

Da qui l’auspicio che il governo in carica e le forze politiche nel loro insieme (ammesso ne abbiano la forza e la voglia) colgano l’occasione offerta dall’arrivo nei prossimi mesi di ingenti risorse finanziarie dall’Europa per mettere a punto un’articolata (e ambiziosa) strategia di rilancio del Paese. Che attraverso progetti innovativi e rivolti al futuro, in grado di far ripartire gli investimenti e l’occupazione, dovrebbe consentire all’Italia il raggiungimento di un duplice obiettivo: da un lato recuperare i ritardi accumulati in questi anni nei confronti dei suoi principali competitori internazionali; dall’altro ridurre in modo significativo il differenziale di crescita e le conseguenti diseguaglianze sociali e reddituali esistenti tra le sue diverse aree interne, con particolare riferimento alla storica e non più sostenibile divaricazione tra Nord e Mezzogiorno.

Verso il conseguimento di questo traguardo strategico negli ultimi tempi si è prodotta, almeno sulla carta, un’ampia convergenza. Politici d’ogni orientamento – tranne quelli che perseguono con lucidità la disarticolazione istituzionale della nazione e la sua frammentazione territoriale – si sono espressi a favore di politiche pubbliche e programmi d’investimento che dovrebbero essere finalizzati ad uno sviluppo dell’Italia più armonico e omogeneo. La qual cosa non può che implicare, senza dover cadere per forza nella logica del vecchio assistenzialismo di Stato, un significativo spostamento di risorse verso il centro-sud: non solo per motivi di equità sociale, ma perché, come più volte ha spiegato su queste pagine l’economista Gianfranco Viesti, il rilancio produttivo e occupazionale del Mezzogiorno – generando più reddito, più consumi, più entrate fiscali per lo Stato, oltre a favorire un clima sociale meno conflittuale – finirebbe per accrescere la competitività dell’intero sistema economico nazionale e per beneficiare anche le aree produttivamente più dinamiche e innovative.

Il problema, se questi sono gli intendimenti o gli annunci, è che la decisione presa giovedì notte dal premier Conte e dal Consiglio dei ministri va esattamente nella direzione opposta. Si è puntato su Milano e Torino nella convinzione, pubblicamente dichiarata dall’esecutivo, che sia preferibile rafforzare strategicamente l’asse Nord-Ovest del Paese e questo per offrire un “ulteriore contributo italiano allo sviluppo e alla crescita dell’Unione europea”. Dunque se crescono Milano e Torino cresce l’Europa. Peccato solo che il ragionamento valga anche al contrario: se decrescono Roma, Napoli, Bari e Palermo decresce l’Italia e dunque, a sua volta, si indebolisce l’Europa. Torna dunque la solita domanda: cosa si intende fare – in concreto – per la Capitale d’Italia e per il Mezzogiorno da qui ai prossimi mesi?

Così dicendo non si vuole rivendicare, a mo’ di compensazione o contentino, qualche prebenda o concessione (anche se andrebbe spiegato con chiarezza perché Roma, rispetto a Milano, non abbia titolo per ospitare una struttura amministrativa qual è il Tribunale unificato dei brevetti dell’Unione europea). Non si tratta insomma di cedere al vizio antico del particolarismo territoriale o peggio del localismo, che dell’autonomismo e del decentramento amministrativo correttamente intesi rischiano di essere la caricatura o il risvolto patologico. Si tratta piuttosto di capire quanto la classe politica italiana abbia capito dei problemi (e dei pericoli) che gravano in questo momento sull’Italia. La disarmonia nello sviluppo economico crea nel tempo tensioni sociali che alla fine partoriscono divisioni politiche. E’ così difficile da comprendere, alla luce della cronaca se non della storia?

Per tornare (in conclusione) alla notizia da cui siamo partiti, colpisce il fatto che a sostenere con più convinzione il governo attualmente in carica sia un partito, il Pd, il cui segretario – romano de’ Roma – è anche il Presidente della Regione Lazio, dopo essere stato il Presidente della Provincia di Roma. Per la candidatura di Milano tutti hanno fatto quadrato, senza distinzione di colore politico (come già era successo in altre occasioni, ad esempio per l’assegnazione dell’Expo): dal sindaco “progressista” Giuseppe Sala al presidente della Lombardia leghista Attilio Fontana. Roma, e questo per la città è un problema nel problema, in questo momento storico non ha evidentemente nessuno che sia in grado di rappresentarne e difenderne gli interessi nelle varie arene decisionali, interne e internazionali.

La sindaca Virginia Raggi, che dovrebbe farlo se non altro per dovere istituzionale, ha adottato ormai da tempo una filosofia tutta sua: non scegliere per non rischiare. Esordì dicendo “no” alle Olimpiadi ed ha continuato imperterrita a sottrarsi a qualunque battaglia per Roma. Nicola Zingaretti, che in questa specifica vicenda qualche pressione sul governo avrebbe potuto farla, non l’ha fatta forse perché ha ritenuto che l’iniziativa spettasse alla Raggi. In queste condizioni davvero non ci si può sorprendere per la grande fuga in atto da Roma di aziende e imprese. Voi investireste in una città che politicamente sembra non stare a cuore a nessuno e sempre più abbandonata a se stessa? Viene quasi da ridere (o forse da piangere) a pensare che il prossimo anno si festeggeranno sulla carta i centocinquant’anni di Roma Capitale. Capitale di cosa, Capitale per cosa, Capitale per chi, esattamente?
  Ultimo aggiornamento: 01:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA