Sanità in crisi/ La logica dell’emergenza che non serve agli italiani

Martedì 17 Novembre 2020 di

Le terapie intensive non sono in situazione di sofferenza, ha spiegato ieri Domenico Arcuri, il Commissario straordinario «per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19» (questo il suo titolo chilometrico). È una buona notizia, anche se frutto di una valutazione che pare, a sentire gli specialisti, un po’ troppo ottimistica. Quella sicuramente cattiva è che gli ospedali, sotto la pressione della pandemia, sono prossimi al collasso e con essi l’intera sanità nazionale: se entro quindici giorni non ci sarà un raffreddamento della curva epidemiologica si arriverà, questo dicono gli operatori, alla saturazione di tutti i posti-letto attualmente disponibili per l’area medica ordinaria.

Nelle strutture pubbliche, d’altro canto, non si fanno più interventi chirurgici, compresi quelli programmati da tempo, se non per situazioni gravi o d’emergenza e per particolari patologie cardiovascolari o oncologiche. Vengono ormai abitualmente rinviate le visite specialistiche, le prestazioni, le degenze e le terapie per i tanti malanni che affliggono milioni di italiani di tutte le età. In molti casi sono stati chiusi interi reparti pur di fare posto ai positivi bisognosi di cure in corsia. Il contrasto al virus sta assorbendo ogni energia, come molti cittadini – quelli non affetti da covid, ma egualmente malati o sofferenti – hanno avuto modo di sperimentare sulla loro pelle (in senso letterale) in queste ultime settimane. 

Ma la situazione – come documenta quest’oggi Il Messaggero con la sua inchiesta – è per certi versi ancora più complicata di come appare o viene raccontata. In molte strutture, in diverse parti d’Italia, cominciano a scarseggiare le dotazioni tecniche e i rifornimenti di materiale sanitario (a partire dai contenitori d’ossigeno), ci sono sempre meno donatori di sangue (e dunque fra un po’ potrebbe mancare il plasma necessario alle trasfusioni), si registrano ritardi nelle attività di laboratorio e disfunzioni nella manutenzione delle apparecchiature, senza considerare la perdurante carenza d’organico. Con in più il paradosso dei soldi che, anche quando ci sono, non vengono utilizzati: vuoi per insipienza gestionale, vuoi per eccesso di burocrazia. In queste difficili condizioni materiali e con l’attuale livello di pressione, anche psicologica, su medici e infermieri, come si pensa di arrivare alla prossima primavera?

Non si tratta di drammatizzare per aizzare le polemiche, già se ne fanno troppe e tutte inutili in questi frangenti, ma di rendersi conto che una situazione tanto difficile non dipende solo dall’emergenza in corso, ma da un accumulo – durato anni – di errori, ritardi, omissioni, tagli sconsiderati nelle risorse e scelte strategiche sbagliate. Quelli, per intenderci, che hanno portato nel corso del tempo alla chiusura di decine di ospedali nelle aree interne del Paese, alla riduzione di migliaia di posti letto in quelli rimasti attivi, alla disarticolazione della medicina territoriale o di base, alla grande fuga dei medici verso l’attività privata e, per finire, ad una gestione della sanità pubblica che è ancora troppo condizionata dalla politica e dalle sue logiche inevitabilmente clientelari (altro che il sogno di una sanità nelle mani dei manager e gestita secondo criteri aziendalistici).

Uno stato di sofferenza che viene dunque da lontano e che la pandemia ha semplicemente reso manifesto agli occhi di tutti gli italiani. E che proprio per questo andrebbe preso come occasione, l’ultima ed estrema, per mettere a punto una riforma organica e radicale dell’attuale sistema sanitario. Partendo non solo da una ridefinizione delle competenze tra Stato e Regioni (la territorializzazione ha prodotto la frammentazione delle prestazioni, crescenti disparità tra aree e costi esorbitanti a danno dell’erario), ma anche da una riorganizzazione, su base autenticamente nazionale, dei servizi e dell’organizzazione sanitaria: più telemedicina e uso dei big data clinici (anche per favorire una maggiore integrazione funzionale e operativa tra settore pubblico e strutture private), maggiore coordinamento tra centri di degenza e presidi medici territoriali, costi standardizzati, potenziamento delle politiche di prevenzione, adeguamento tempestivo delle prestazioni ai cambiamenti dei trend socio-demografici, sburocratizzazione, potenziamento e qualificazione del personale, ecc.

I soldi per attuare una simile riforma potrebbe essere, come molti suggeriscono, quelli del Mes, ma il vero problema non è finanziario: è piuttosto la capacità di questo governo (e, più in generale, dell’attuale classe politica) a realizzare interventi strutturali di riordino di settori vitali della nostra vita collettiva. Vale per la sanità, ma considerazioni analoghe si potrebbero fare per la scuola. Anche in questo caso, infatti, la pandemia è servita per mettere a nudo gli incredibili ritardi del nostro sistema di istruzione pubblica: infrastrutture obsolete, dotazioni tecnologiche arretrate o inesistenti, croniche carenze di organico a fronte di un personale al tempo stesso demotivato ed eccessivamente sindacalizzato. 

Il problema, se questa è la situazione, è come passare dalla logica dell’emergenza alla cultura della progettualità, che è soprattutto un problema di volontà e visione politiche. Nelle situazioni straordinarie, come quella in cui ci troviamo, la cosa più facile da fare – dinnanzi alle difficoltà reali dei cittadini e di intere categorie sociali – è aprire il rubinetto della spesa pubblica. L’assistenzialismo di Stato serve, in effetti, per tamponare sul breve periodo gli effetti di una crisi e per frenare il malcontento, oltre a garantire a chi lo pratica un consenso facile e immediato, ma non è quello che serve all’Italia. Così come non servono le soluzioni estemporanee e anch’esse pensate solo per affrontare l’emergenza (gli alberghi trasformati in ospedali, i pensionati richiamati in servizio, i banchi con le rotelle, ecc.). Servirebbero piuttosto scelte politiche coraggiose e progetti di cambiamento di lungo respiro, riforme in senso proprio, quelle che abbiamo invocato per decenni senza mai trovare ahimé la forza di realizzarle. 

A meno che stavolta, vuoi la forza della disperazione, vuoi la paura di precipitare nella fossa che da soli ci siamo scavati, non si trovi il coraggio di innovare. Segnali francamente non se ne vedono, ma visto che peggio di così politicamente non può andare, dopo averle provate tutte si può persino essere ottimisti sul futuro che ci aspetta.
 

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