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Carlo Nordio
Carlo Nordio

Dalla Ue a Kiev/ La corsa dei partiti senza indicare i programmi

di Carlo Nordio
5 Minuti di Lettura
Martedì 26 Luglio 2022, 23:57

Se, come si legge nel “Micromegas” di Voltaire, un intelligentissimo alieno scendesse sulla terra, resterebbe sconcertato dalla volatilità della nostra politica. Non tanto per la spregiudicatezza dei governanti, diffusa in tutte le latitudini, quanto per la difficoltà di comprenderne i disegni, vista l’indeterminatezza dei loro programmi elettorali. 
Da questi, come per la grappa, bisognerà togliere la testa e la coda, cioè le aspirazioni palingenetiche, che evaporano nell’Utopia, come il taglio generalizzato delle tasse, l’aria incontaminata, la sconfitta della povertà e la pace del mondo. Sono peccatucci veniali, comuni a tutte le democrazie: Clemenceau diceva che non si raccontano mai tante frottole come dopo la caccia e prima delle elezioni. 
Ma al netto di queste stonature, i cittadini avrebbero il diritto di ricevere risposte chiare almeno su alcuni argomenti cruciali. Qui, per ovvie ragioni di spazio, ci limitiamo a farne tre.
La prima: l’Europa. Noi possiamo concedere che questa Unione sia nata male e gestita peggio, senza una Costituzione e un’unità giuridica e fiscale: è un edifico costruito partendo dal tetto, ed essendo senza fondamenta rimane instabile e disomogeneo. Ma ormai il matrimonio è stato celebrato, e un divorzio sarebbe impossibile. 
Senza l’Europa noi saremmo al collasso finanziario, all’emarginazione politica e persino sociale. E’ brutto ammetterlo, ma sarebbe peggio ignorarlo. Quindi l’unica possibilità è battersi per renderla migliore. E’ quello che più o meno dicono tutti i partiti. Bene: il loro dovere sarebbe di spiegarci, nel dettaglio, come intenderebbero agire, tenendo conto che, senza gli aiuti promessi, e solo in parte ottenuti con il Next Generation Eu, una recessione sarebbe inevitabile, e forse fatale.
La seconda: l’immigrazione. Il governo Draghi ha operato con ottimi risultati nell’economia e nei rapporti internazionali. Ma non si può dire altrettanto sulla tratta dei clandestini che, come l’usucapione, è stata continua, ininterrotta, pacifica e pubblica. Gli accordi sulla distribuzione annunciati dalla ministra Lamorgese si son rivelati un soffio di vento, e i rimpatri delle mere velleità verbali. In questi ultimi giorni gli sbarchi sono aumentati a dismisura, e poiché le organizzazioni criminali che li controllano sono, probabilmente, in contatto con potenze straniere, non si può escludere che costituiscano un’ennesima forma di pressione verso il nostro Paese. Sta di fatto che, nel periodo elettorale, il tema ritornerà in primo piano per il suo intrinseco impatto emotivo, soprattutto se aumenterà la criminalità di strada. Che intendono fare i partiti? Salvini ha già enunciato la linea durissima, peraltro irta di difficoltà non solo legali e giudiziarie, ma anche operative: rispedire a casa un clandestino è difficile e costoso. Ma gli altri, e soprattutto il centrosinistra, come rispondono? Quanti ne intendono accogliere? Tutti quelli che verranno? Forse decine di migliaia o anche di più, visto che i servizi di informazione parlano addirittura di mezzo milione? E dove li metterebbero? Finora si è risposto con generiche omelie di solidarismo cristiano. Ma non è con questi buoni propositi che si fa politica: o almeno non è questo che vogliono sentirsi dire gli elettori. Anche quelli che pensano che gli stranieri siano una risorsa e non un problema, limitano questa generosa predisposizione a chi viene per lavorare, e non per delinquere o vagare tra le vie.

La terza e più importante: la guerra. Chi (forse pochi, purtroppo) ha ascoltato il discorso di Putin del 24 febbraio, gli ha riconosciuto il dono della schiettezza e della semplicità. I leader autoritari possono risparmiarsi le contorsioni sintattiche e la verbosità suadenti dei parlamentari democratici: basta leggerli e prendere sul serio quello che dicono, perché appena sono in grado di farlo, lo fanno. Per capire i disegni di Hitler non occorreva aver studiato ad Oxford, e del resto né Chamberlain né Halifax li avevano capiti: bastava leggere il suo Mein Kampf. Ebbene, lo zar moscovita ha detto che l’Ucraina è un’ espressione geografica e un errore della Rivoluzione leninista che ne ha riconosciuto l’autonomia. Liberatosi di questo fardello ideologico ereditato dall’Urss, l’ex colonnello del Kgb ha detto che intende riprendersela tutta. E infatti ha puntato direttamente su Kiev per eliminare il governo. L’operazione non gli è riuscita, ed è ripiegato sul più vicino e meno ostile fronte del Donbass. Ma l’altro ieri l’ineffabile Lavrov ha detto che questa regione non è sufficiente. Proprio come fece Hitler con i Sudeti: una volta occupatili si mangiò l’intera Cecoslovacchia, per puntare quindi su Danzica.
Putin ha detto di più: ha detto che nemmeno Ucraina basterebbe a ricostituire la Santa Madre Russia e alcuni nostri politici hanno recepito queste parole con ambigui distinguo, come se l’invasione brutale e criminale di un Paese sovrano avesse qualche attenuante se non proprio una giustificazione. Ora per loro è arrivato il momento della verità: dicano se stanno con l’aggressore o con l’aggredito, con la giustizia o il sopruso, con la libertà o la tirannide. E dicano se, anche schierandosi con Zelensky, intendano aiutarlo in modo serio ed efficace, anche con le armi. Si, con le armi, perché le guerre, come diceva Churchill, non si vincono con le ritirate. E aggiungiamo noi, neanche con i pellegrinaggi e i rosari.
Naturalmente le altre domande sarebbero numerose, ma abbiamo cominciato con queste. Senza le adeguate risposte, la progressiva disaffezione dei cittadini verso le urne potrebbe aumentare ancora, con un risultato elettorale ambiguo e una nuova instabilità politica e finanziaria. E a Mosca riprenderebbero a brindare a vodka e caviale, come pare abbiano fatto in questi giorni.

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