Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€
Mario Ajello
Mario Ajello

Comunali, hanno vinto le persone e non i partiti

di Mario Ajello
5 Minuti di Lettura
Martedì 28 Giugno 2022, 00:06

Avvertimento ai naviganti. Mai come stavolta hanno vinto le persone e non i partiti, anche se al primo turno delle amministrative, quindici giorni fa, c’è stato un ribaltone importantissimo e dalle forti conseguenze sul voto del 2023, ovvero il sorpasso di Fratelli d’Italia sulla Lega. Ma il ballottaggio è questione anzitutto di profili personali e di singole capacità di mobilitazione. E in questo tipo di sfida si sono imposte in molti casi le figure meno connotate politicamente. Come Damiano Tommasi a Verona che fa il paio con Marco Bucci a Genova che non ha neppure avuto bisogno di andare al secondo turno per essere plebiscitato in nome di ciò che ha fatto in questi cinque anni. I simboli di questo voto sono loro. Uno rappresenta il centrosinistra civico, e non partitico, non identificabile con formule poco significanti e politichesi come “campolargo”, o campostretto o campomedio, l’altro alla seconda prova come sindaco della capitale ligure incarna l’opposto della litigiosità della coalizione di centrodestra e dei bisticci tra le sigle, fa annusare il vento del fare e del mare, e ha il Ponte ricostruito come tratto distintivo di un pragmatismo che non ha colore. 

Insomma due emblemi di come possono cambiare i tempi, in quanto personaggi trasversali e poco identificabili con una casacca e con una ideologia. Oltretutto vengono entrambi non dal mondo della politica ma da quello dell’imprenditoria (Bucci è un ex manager) e dello sport (Tommasi è ex calciatore della Roma e della Nazionale). 

Anche altrove in queste ore si sono imposte figure più aderenti ai bisogni delle città che agli interessi delle botteghe partitiche. Gli italiani in questa prova di maturità hanno voluto dare un segnale e lanciare una sfida alla politica. Il segnale: ce ne infischiamo delle appartenenze, delle formule (alleanza con i 5Stelle o senza? centrodestra a tre punte o a una sola con i compagni di squadra che non passano la palla?), di ogni presunta strategia di pace o di guerra tra leader, sottoleader e agit-prop e puntiamo sulle competenze dei singoli e dei loro team che oltretutto in tempi di soldi Pnrr da spendere e da spendere molto bene devono essere particolarmente qualificati. Come professionisti della politica e non come tribuni che prendono i voti e scappano nell’improduttività e nell’indifferenza. 

Questo è il segnale generale che si spera venga colto, ovvero bisogno di fattività e non di logiche politichesi e politicanti, mentre la sfida lanciata è quest’altra: alle elezioni nazionali del prossimo anno, ma anche alle regionali 2023 nel Lazio e in Lombardia e a quelle siciliane di questo ottobre, i partiti devono sforzarsi di presentare candidati non figli del gioco autoreferenziale degli equilibri tra correnti e dell’affidabilità al capo che li designa ma rappresentativi di una qualità che è quella richiesta dai cittadini. I quali stavolta non hanno guardato alle etichette dei concorrenti ma alla sostanza. 

Ed è questo il motivo per cui è sbagliato, da parte di chi sta festeggiando il successo dei propri sindaci, proiettare il risultato di queste amministrative piuttosto favorevole al centrosinistra ma senza esagerare (a Genova e Palermo non ha vinto il Pd e sono i due centri più popolosi dove si è votato) sulle prossime politiche. Il cui esito dipenderà dai programmi (ma bando al bla bla) e dalla giusta o meno capacità di individuare e proporre un personale politico finalmente attrezzato. Senza questo, aspettiamoci grande astensionismo sulla scia di quello appena verificatosi: con quasi il 60 per cento degli italiani che non s’è presentato alla urne al secondo turno. 

Da oggi comincia una nuova stagione, verso il voto 2023, ed è necessario insomma un definitivo approdo alla laicità della politica. Quella che prescinde dai facili slogan e ha una concezione il più possibile tecnica del governo o comunque innervata di un surplus di serietà e di qualità. Tanto è vero che in questa tornata i due partiti sconfitti sono stati quelli - M5S e Lega - che più stanno creando fratture anche pretestuose, instabilità e incertezza nella maggioranza e nell’esecutivo. Strategie e giochi di cui evidentemente i cittadini si accorgono - a riprova che non è vero che siamo un Paese disattento, qualunquista e qualcunista, ovvero convinto che l’uno vale l’altro, ma cosciente e selettivo - e che si rifiutano di premiare. Queste elezioni non possono che valere perciò come una spinta ormai inderogabile per i partiti a darsi un profilo più ambizioso, selezionando un personale estraneo alle logiche di cordata e unicamente concentrato, pur nelle diverse sensibilità e sfumature programmatiche, agli interessi generali della patria. 

L’Italia si gioca nei prossimi cinque anni il suo posto nel mondo nuovo ed è prioritario non presentarsi alla grande sfida attardandosi nelle logiche asfittiche del gioco di interdizione - cerco di vincere io solo per non far vincere te - e lanciarsi invece, come insegnano in parte le elezioni appena avvenute, in un tentativo più al passo con i tempi. Quello di ridisegnare il rapporto tra il cosiddetto Paese legale, ossia la rappresentanza parlamentare e di governo, e il cosiddetto Paese reale, cioè la cittadinanza che concede la delega vincolandola ormai sempre di più all’attesa di risultati, alla possibilità di crescita dello standing del sistema Paese, al miglioramento di tutti i parametri economici, sanitari, civili, infrastrutturali, con particolare attenzione al riequilibrio del gap tra il Nord e il Mezzogiorno che fa dell’Italia uno Stato zoppo quando viceversa ha bisogno di correre tutto insieme e sempre di più. 

Occhio, allora: disattendere le aspettative nettissime espresse in questa occasione dagli elettori rischierà di produrre una nuova fase di anti-politica che è sinonimo di arretratezza, di stagnazione e di sconfitta non dell’uno o dell’altro ma dell’intera comunità nazionale che avrebbe le risorse mentali e la forza creativa per puntare al meglio, se accompagnata da classi dirigenti consapevoli e di sguardo molto lungo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA