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Maria Latella
Maria Latella

Il commento/Adolescenti e coltellate, la tribù dietro i social

Il commento/ Adolescenti e coltellate la tribù dietro i social
di Maria Latella
4 Minuti di Lettura
Martedì 19 Luglio 2022, 23:30 - Ultimo aggiornamento: 20 Luglio, 12:47

Benvenuti nel 1500, nella Roma dai coltelli facili, dove sei secoli fa capitava che in una rissa Caravaggio accoltellasse a morte uno che detestava, e poi fosse costretto alla fuga perché, all’epoca, se ti prendevano finivi sul patibolo. 
Pensiamo che la modernità siano le “spritzerie”, le cene fuori, i viaggi, una vita sessuale senza barriere, e invece no, viviamo come sei secoli fa, quando si poteva morire di peste (la pandemia di allora) o di coltello. Un mondo tribale sotto la superficie glamour.
Inorridiamo per le stragi a sorpresa nei supermercati o nelle scuole americane ma non ci colpisce che in Italia si muore di coltello, e sempre più in giovane età. 


L’ultimo episodio è dell’altro ieri sera a San Severo, nel foggiano, dove un 15enne ha ucciso con una coltellata un 17enne per una ragazzina contesa. A Monghidoro, paese finora noto ai più anziani per aver dato i natali a Gianni Morandi, un diciassettenne di origine moldave viene accoltellato da un quindicenne di famiglia tunisina. Il diciassettenne aveva cercato di difendere il fratello più piccolo dagli attacchi di una baby gang. 


A Torino, quartiere di Borgo Vittoria, Francesco Lo Manto, 20 anni, uccide a bastonate un cinquantenne che, secondo lui, voleva rubargli un pacchetto di sigarette. «Mi sono rovinato la vita, ero fatto di crack», ha detto quando l’hanno arrestato. 


A Roma, 13 giugno scorso, un quindicenne è stato accoltellato davanti alla fermata della metropolitana Lepanto. Portato al “Bambino Gesù” in pericolo di vita.
Si potrebbe continuare, con i due (17 e 18 anni) accoltellati a Trastevere in piazza San Calisto, con gli accoltellamenti in zona Garibaldi a Milano, con gli arresti di quindicenni a Lodi.
Metropoli e paesi di quattromila anime, città e provincia, nord e sud, famiglie bene e invece poverissime (il tragico Capodanno romano di ragazzi di “buona famiglia” e ragazzi di periferia). Tutti accomunati da uno stillicidio di risse, di vite finite, perché la vita finisce anche in carcere minorile prima ancora di cominciare a vivere.


Perché? Perché abbiamo sempre meno giovani, risorsa preziosa, e ci permettiamo di sprecarla così?

Don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Beccaria a Milano, distingue tra cause scatenanti e motivazioni più profonde. «La causa scatenante è sempre la stessa. I ragazzini fanno uso di sostanze e poi non sono in grado di gestirsi. Oppure bevono, tantissimo. Supermercati e piccoli commerci vendono alcol a quindicenni che dopo un po’ diventano aggressivi per un niente».


Così si scatena la notte, il coltello, la bottiglia di birra che diventa un’arma. Il bastone. Gli altri ti filmano, sai che la piazza elettronica ti giudicherà, non puoi passare da sfigato e per un momento, per quel momento, ti rovini la vita.
Poi c’è il resto, la motivazione profonda che sfugge a tutti perché non si vuole vederla. «I nostri sistemi educativi stanno facendo acqua», ammette don Burgio.
I ragazzi, dice lui che li vede arrivare in carcere a 15 anni, non hanno progetti, hanno perso il senso del vivere, stanno solo nell’impulsività del presente. I sistemi educativi, dalla famiglia alla scuola, non tengono più, bisognerebbe tornare a insegnare l’educazione sentimentale, prima di tutto in aula, con psicologici e pedagogisti. Sentimentale prima che sessuale. 


Insegnare, a scuola e nelle palestra, il rispetto, per i sentimenti dell’altro e per i tuoi, giovane maschio di 15 anni che hai diritto a sentirti fragile e non bullizzato. «Invece ci sono padri che non hanno capito come sono cambiati i loro figli, padri fermi al machismo del “Devi farti rispettare. Menare per primo”», racconta don Burgio.
Quando, a metà maggio, il quindicenne di Loiano ha accoltellato il diciassettenne di Monghidoro, i sindaci dei due paesi della provincia emiliana hanno saggiamente deciso di mettersi attorno a un tavolo con le famiglie, le forze dell’ordine, la scuola, per capire quel che sta succedendo e come evitare che si ripeta.


Ecco, invece di contare ogni settimana i sedicenni che accoltellano e quelli che vengono accoltellati, sarebbe ora che un’Italia a parole così interessata ai suoi giovani, sempre meno numerosi, si sedesse a un tavolo del Paese. Per il suo futuro ponendosi una domanda che per ora sembra interessare solo le famiglie (quando vengono toccate) e i sacerdoti come don Claudio Burgio: «Che cosa sta succedendo?»

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