Candidati imposti/ Referendum e liste bloccate le modifiche da fare subito

Venerdì 25 Settembre 2020 di
Dopo l’esito del referendum confermativo, il Paese ha una nuova Costituzione. Nuova, s’intende, “in parte qua”, nel senso che la modifica riguarda solo tre dei suoi 139 articoli. Ma è una modifica essenziale, perché trasforma il nostro organo legislativo. La brutale riduzione, con un taglio lineare, del numero dei componenti del Parlamento ne modifica radicalmente la sua stessa struttura, perché ne riduce la rappresentatività alterando in tal modo i complessi e fragili equilibri a suo tempo creati dai nostri padri fondatori. 

La riforma - dice l’articolo 4 - sarà operativa dopo il prossimo scioglimento delle Camere e comunque «non prima che siano decorsi sessanta giorni», termine necessario e sufficiente per disegnare le nuove circoscrizioni e promulgare una nuova legge elettorale. Questa complessa situazione crea alcuni problemi.

Primo. Proprio perché lo prevede la norma, questo Parlamento può benissimo continuare fino alla sua naturale scadenza. Ma se questo è vero dal punto di vista giuridico, lo è assai meno da quello politico. Camera e Senato sono come dei condannati in attesa di esecuzione. Un’esecuzione differita, ma pur sempre un’esecuzione capitale. 

È presumibile che abbiano, prima o poi, almeno una crisi di identità. E se anche i partiti non vorranno anticiparne la fine, per la ragion pura che la legge non lo impone e per la ragion pratica che nessuno vuole andare a casa, è difficile pensare che possano tirare avanti per altri tre anni in operosa e feconda serenità. 

Secondo. Il termine di sessanta giorni è, per dirla in “giuridichese”, meramente ordinatorio. Nel senso che se il Parlamento resta inerte, la riforma entra ugualmente in vigore. Ora, se è vero che essa non impone lo scioglimento delle Camere, è anche vero che nemmeno lo esclude. Rimane una prerogativa presidenziale da esercitarsi nel caso di una crisi insolubile, circostanza che nella nostra travagliata Repubblica si è ripetuta più volte. Ora, che accadrebbe se questa necessità si presentasse, mettiamo a Natale, senza l’intervenuta revisione dei collegi? Dovremmo votare con il sistema vecchio, che però è di fatto incompatibile con la riduzione di deputati e senatori. Sarebbe una paralisi istituzionale. 
Terzo. E qui arriviamo alla parte forse più delicata. Oltre alla modifica dei collegi, è necessaria, per comune ammissione, una nuova legge elettorale. Ma qui le proposte divergono, a seconda delle esigenze delle coalizioni, dei partiti, e dei loro rappresentanti. Una cosa è certa: è necessario evitare lo scandalo delle cosiddette liste bloccate, dove il cittadino si trova davanti a un diktat sovietico sul candidato da scegliere: candidato imposto, con criteri spesso misteriosi e ancor più spesso clientelari, dai vertici delle segreterie. 

Tuttavia questa esigenza nasconde varie insidie, perché i sistemi elettorali, come tutti gli strumenti, spesso non sono in sé né buoni né cattivi: dipende dall’uso che se ne fa, e dal contesto in cui vengono applicati. Ad esempio, il cosiddetto uninominale puro è la bandiera della patria della democrazia e del legame tra elettore e candidato: nel Regno Unito, infatti, quest’ultimo si presenta in un collegio dove questo rapporto personale è più solido di quello tra l’elettore e il partito. 

Churchill passò varie volte dai liberali ai conservatori, e la gente continuava a votare (o a non votare) lui, e non i suoi padrini. Ma da noi è andata diversamente. Quando nel ‘96 una larga parte del Parlamento fu eletta con questo sistema, i partiti si divisero in anticipo i collegi e le candidature. Con gli accordi di desistenza, l’Ulivo rinunciò a presentare in alcuni collegi candidati propri a favore di quelli di Rifondazione Comunista, che ricambiò ovviamente nelle circoscrizioni residue, costringendo così molti cattolici a votare un comunista, e molti comunisti a votare un ex democristiano. Come si vede, la nostra fertile fantasia riesce anche a manipolare le virtuose pratiche della vecchia Inghilterra. 

Se dunque è necessaria una nuova legge elettorale che, evitando questi pericolosi precedenti, consenta al cittadino di scegliere il candidato che più gli aggrada, non è detto che sia un percorso facile e breve. L’attuale maggioranza non solo è divisa sui vari sistemi, ma dopo il referendum alcune formazioni hanno problemi di sopravvivenza soprattutto se si prospetta uno sbarramento in ingresso correlato alla percentuale dei voti. 

Tuttavia la clessidra corre, il tempo stringe, e lo sforamento del termine bimestrale costituirebbe una clamorosa smentita della stessa legge di riforma. Di più: sarebbe un’intollerabile offesa alle prerogative del Presidente, che di fatto si vedrebbe privato del potere di scioglimento delle Camere.

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