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Giovanni Castellaneta

La scomoda eredità di Boris Johnson

La scomoda eredità di Boris Johnson
di Giovanni Castellaneta
4 Minuti di Lettura
Lunedì 18 Luglio 2022, 00:11 - Ultimo aggiornamento: 19 Luglio, 00:11

Cosa resterà di Boris Johnson, dopo due anni e mezzo al potere che hanno portato il Regno Unito ad uscire – per davvero – dall’Unione Europea? Probabilmente saranno in pochi a rimpiangerlo: i risultati della sua performance, dalle questioni politiche a quelle economiche, sono decisamente eloquenti. Quel che è certo è che l’eredità lasciata da BoJo al suo successore – indipendentemente da colui o colei che ne prenderà il posto a Downing Street – consiste in una serie di problemi di non poco conto e di difficile risoluzione.


Tra i “meriti” del Primo ministro uscente c’è quello di aver portato a termine la Brexit: un impegno che era stato preso sin dal giorno successivo al famoso (o famigerato) referendum del giugno 2016 e che si era presto trasformato in un rompicapo inestricabile per Theresa May, che si era trovata a raccogliere i “cocci” lasciati da David Cameron. La risolutezza, insieme alla forte maggioranza Tory ottenuta alle elezioni di dicembre 2019, avevano consentito a Johnson di concludere i negoziati con l’Ue e di portare Londra fuori dal Mercato Unico. Ora, se l’obiettivo di breve periodo è stato certamente centrato, non si può dire lo stesso per quello che è venuto dopo: alla prova dei fatti Brexit è stata un mezzo disastro, con l’economia britannica in preda all’inflazione (più alta che nel resto dell’Europa nonostante la minore dipendenza energetica dalla Russia), le previsioni di crescita più basse tra i Paesi del G7 e una quantità elevatissima di posti di lavoro “vacanti” (soprattutto quelli meno qualificati) come conseguenza indiretta del nuovo, restrittivo sistema di immigrazione. Un Regno Unito che è dunque economicamente più lontano dal resto del continente: un controsenso se si pensa all’elevata integrazione produttiva e commerciale con l’Europa e i cui legami sono stati resi più difficili.


Non va tuttavia trascurato anche il rovescio della medaglia: va dato atto a Johnson di essere stato un populista estremamente “atipico” se paragonato agli altri principali esponenti del conservatorismo europeo. Il suo governo ha cercato in maniera coerente di portare avanti l’obiettivo – già dichiarato da Theresa May – della cosiddetta “Global Britain”, ovvero un Regno Unito proiettato (e non isolato) verso il resto del mondo, sia in termini politici che economici, con la finalità di ampliare accordi di libero scambio una volta ottenute “mani libere” dall’Ue. E un Paese convinto sostenitori dei valori liberal-democratici, sia all’interno del Paese (ad esempio in termini di diritti civili) che in politica estera, come ha testimoniato il ruolo profilato che Johnson ha mantenuto in difesa dell’Ucraina contro l’aggressione russa sin dall’inizio dell’invasione. In questo senso, il contributo che Londra ha offerto all’unità dell’Occidente negli ultimi mesi non può essere sottostimato.


Dunque, che succederà ora che Johnson è destinato ad uscire dalla scena politica? Innanzitutto, c’è il rischio di un vuoto di leadership in Gran Bretagna: nessuno tra i candidati alla guida dei Tory sembra dotato di particolare carisma o di grande esperienza politica. L’ex cancelliere (Ministro dell’Economia) Rishi Sunak sembra quello dotato di maggiori chances (e da parecchio tempo infatti agiva per logorare Johnson lentamente), mentre tra le cheerleaders di BoJo potrebbe restare l’attuale Ministro degli Esteri Liz Truss, che è tuttavia una politica di esperienza limitata. Quel che è certo è che Europa e Occidente non possono permettersi un Regno Unito eccessivamente ridimensionato e indebolito: Londra rimane un partner fondamentale anche per l’Italia (con cui ci sono storicamente ottimi rapporti economici) nell’ottica di un continente più unito e autonomo in termini di sicurezza e difesa.

Si andrà avanti anche senza Boris Johnson; sul “come”, però, si comincia ad avere qualche timore.
Le vicende politiche di questi giorni a casa nostra dovrebbero farci riflettere profondamente su quello che sta accadendo nel Regno Unito (?) e sul futuro del nostro Paese che non ha sfortunatamente quelle salvaguardie interne del sistema politico e sociale e quella dimensione internazionale (dal seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, alla capacità nucleare, alla influenza nel mondo anglofono in generale) che limitano gli effetti negativi di ogni crisi a Londra 
 

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