Alessandro Campi
​Alessandro Campi

Parabola Verde/ Se l’interesse per l’ambiente non sposta il consenso

di ​Alessandro Campi
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Lunedì 4 Dicembre 2023, 00:09

In questi giorni si sprecano le ironie sul leader dei Verdi italiani Angelo Bonelli. Essere accusato di patriarcato da una propria compagna di partito, avendo fatto della critica al patriarcato un tema di battaglia del proprio partito, è una cosa che di per sé fa doppiamente sorridere: primo perché qualcuno pensa sul serio che nel nostro ordinamento sociale si possa essere sanzionati o messi al bando per un reato detto di patriarcato; secondo perché la furia ideologica alla base di questa visione già miete le prime vittime nel campo di quelli che si considerano i virtuosi della storia e i custodi dei valori di progresso. Ma non basta. Bonelli è colui che per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema degli immigrati sfruttati dagli italiani senza scrupoli ha fatto eleggere in Parlamento un immigrato la cui moglie e suocera sono state prima indagate poi arrestate per le gravi irregolarità contabili e amministrative relative alla gestione delle cooperative di accoglienza agli immigrati da loro dirette e fondate. Qui il divertimento dovrebbe cedere il posto all’indignazione, se non fosse che questa categoria morale è detenuta in esclusiva dalla tribù ideologica alla quale Bonelli appartiene. Ancora. Bonelli viene da una tradizione cultural-partitica che negli ultimi trent’anni non ha mai smesso di denunciare la deriva personalistica e proprietaria della politica italiana, ovvero la tendenza – tipica, va da sé, della destra intrisa di berlusconismo – a fare dei partiti giocattoli al servizio del leader, salvo dover ricordare che la sua guida senza concorrenti dei Verdi dura dal lontano 2009. Quasi quindici anni. Una longevità che nessun altro capo partito italiano può vantare. 

Ironie meritate e scontate, diranno in molti. Secondo altri, esagerate e dettate da malanimo nei suoi confronti. La verità è che esse, giustificate o meno che siano, sfuggono l’unica questione alla quale Bonelli dovrebbe in realtà provare a rispondere: perché i Verdi in Italia continuano ad avere un peso elettorale tanto insignificante mentre nella gran parte dei Paesi europei sono una forza ben più forte e dinamica? Il tema della residualità politica dell’ambientalismo italiano è antico. Ed è stato spiegato in molti modi. Ad esempio, con la scelta di subalternità politico-organizzativa ai partiti storici della sinistra istituzionale, rispetto ai quali, diversamente dai loro omologhi europei, i Verdi non si sono mai proposti come concorrenti o alternativi, ma alla stregua di una corrente di minoranza priva di una reale autonomia d’azione. Ma molto hanno pesato altri due fattori, strettamente intrecciati tra di loro: l’eccesso di frammentazione all’interno della galassia ambientalista e la mancanza di una leadership unitaria carismatica in grado di tenerla unita, di darle una forte rappresentanza esterna e di spingerla oltre il suo tradizionale perimetro politico-ideologico. Alexander Langer, tra i padri nobili dell’ambientalismo italiano, due anni prima della sua tragica scomparsa nel 1995 aveva ben fotografato questa situazione: «Scontiamo un’alta litigiosità interna, tanta burocrazia da partitino e l’assenza di una leadership riconoscibile all’esterno».

Da allora, evidentemente, è cambiato poco o nulla, viste le performance elettorali sempre più deludenti dei Verdi. E ciò a dispetto della drammatica impellenza che nel frattempo hanno assunto la protezione dell’ambiente, il rapporto dell’uomo con la natura e la lotta ai cambiamenti climatici. L’opinione pubblica e, in particolare, le giovani generazioni hanno di conseguenza maturato una sensibilità sempre più forte verso questi temi, che secondo tutti i sondaggi sono quelli stabilmente in cima alle preoccupazioni dei cittadini.
Resta il fatto che i Verdi, come realtà politica organizzata, in Italia non sono considerati – nemmeno dai giovani – una forza politica credibilmente in grado di affrontarli e risolverli.

Molte istanze in senso lato ambientaliste hanno semmai trovato una rappresentanza partitica da parte del M5S. Oppure si esprimono all’interno di reti attivistiche e associative che preferiscono mantenersi autonome rispetto al partito con il quale sulla carta dovrebbero avere la maggiore sintonia. Bisognerebbe chiedersi il perché di questa situazione al limite del paradossale. Si potrebbe argomentare a contrario che la sensibilità per l’ambiente è divenuta talmente trasversale e diffusa da rendere probabilmente superflua l’esistenza di un partito tendenzialmente monotematico come quello dei Verdi. Ma è una spiegazione che non spiega. In Europa, come detto, le cose stanno diversamente rispetto all’Italia. I Verdi godono di grandi consensi, in diverse realtà nazionali sono forza di governo e hanno in ogni caso una grande riconoscibilità sociale. Da cosa dipende allora questa differenza? Si possono indicare almeno due ragioni.

Innanzitutto, il passaggio che i Verdi europei hanno saputo compiere, strada facendo, da posizioni di intransigenza dottrinaria ad una visione politica più pragmatica e realistica. Il dogmatismo ideologico, ammesso serva a catturare consensi, non serve a risolvere i problemi. Si cambia il mondo governandolo, non annunciandone la fine o proponendo ricette che funzionano solo sulla carta. Esemplare, da questo punto di vista, l’esperienza dei Verdi tedeschi, che quando sono entrati nella stanza dei bottoni lo hanno fatto senza rinunciare ai loro princìpi e senza trasformarsi in ruota di scorta o fiore all’occhiello ecologista degli altri partiti. Ma senza nemmeno pretendere l’impossibile.

Un secondo motivo è invece l’istinto conservativo della vecchia guardia ambientalista italiana: uomini e donne (in realtà più uomini che donne) che sulle spalle hanno trenta o quarant’anni di attivismo politico e che non vogliono saperne di cedere il posto di comando a generazioni che su certi temi hanno una sensibilità, magari più ingenua e istintiva, ma certamente più autentica rispetto a chi per troppi anni ha scorrazzato, in un modo o nell’altro, nei corridoi dei palazzi del potere. Parliamo di una classe dirigente dei Verdi – Bonelli in testa – che sembra condannata a perpetuare la tradizione settaria tipica di un certo radicalismo di sinistra, preoccupato più di mantenere la propria integrità ideologica, i propri equilibri di potere interni e le proprie piccole rendite di posizione che di incidere sui processi storici reali e di influire sull’opinione pubblica. Il risultato è quello che vediamo. Mentre le piazze del mondo sono invase da persone che manifestano per l’ambiente e il futuro del pianeta, mentre ovunque i partiti ecologisti orientano il dibattito pubblico e raccolgono consensi a due cifre nelle urne, i Verdi italiani sono lì a ragionare con quale partitino allearsi alle prossime elezioni per strappare un seggio o due in Parlamento.

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