Caso Orlandi/ Cold case riaperto dopo 35 anni a colpi di piccone

Giovedì 1 Novembre 2018 di Paolo Graldi
Si riapre, come un lampo di luce sulle tenebre, il “caso Orlandi”. La Cassazione vi aveva posto una pietra tombale.
In tal modo seppellendo l’ultimo scandaglio dei giudici romani di pochi anni fa. Ma ora la procura della Repubblica procede per omicidio. Il cold case si scongela ancora una volta e si apre a imprevedibili sviluppi. 
Ci aspettano sequenze da thriller. Va riporta alla luce una verità tenuta avvolta in una lugubre penombra, una verità probabilmente sconvolgente che potrebbe implicare di nuovo e con più chiarezza mondi lontani, alti prelati e malavitosi, banchieri e mafiosi di rango supremo, una verità celata da veli di omertà inscalfibile, di complicità inconfessabili perfino torbide, di moventi oscuri con agganci con altri misteri e segreti d’Italia. 
Il primo passo dovrà compierlo la medicina legale. Dovrà dire se ci sono evidenze scientifiche capaci di risalire alla identità di quei resti umani. Appartengono a Emanuela Orlandi? Riguardano Mirella Gregori? Sette-dieci giorni per saperlo.

Colpi di piccone per un colpo di scena: nel rifare il pavimento di un locale annesso alla sede della Nunziatura Apostolica di via Po gli operai addetti alla ristrutturazione hanno dapprima riportato alla luce lo scheletro di una donna e poi altri frammenti di ossa di un’altra persona: così, allo improvviso, da quella sede distaccata del Vaticano si riapre l’intera vicenda della scomparsa, 35 anni fa, 22 giugno 1983, di Emanuela Orlandi e, per contagio investigativo, anche quella di Mirella Gregori, svanita nel nulla quaranta giorni prima. 
Dalla Santa Sede, con una nota di poche righe, è venuta la dichiarazione di un ritrovamento che la Procura ha collegato alle due sparizioni. 

Mossa sorprendente sulla quale gli avvocati dei parenti di Emanuela, instancabili nel chiedere l’accesso a carte di peso della cui esistenza si dice e si nega, hanno chiesto spiegazioni. 
Perché si è collegato il macabro ritrovamento con la sparizione della giovane, figlia di un impiegato alla Prefettura della Casa Pontificia? 

Comunque, in attesa che i medici legali siano in grado di fornire risposte decisive sull’identità dei “reperti” attraverso l’esame del Dna (comparati con quelli dei congiunti delle due ragazze) si resta attoniti di fronte a un ritrovamento di scheletri in quel luogo. 

Del resto il sequestro di Emanuela, ancorché immerso in complesse zone d’ombra è stato collegato perfino all’attentato al Papa compiuto dal turco Ali Agca, e assai più realisticamente alle famigerate gesta della Banda della Magliana. 

Il capo riconosciuto dell’organizzazione era Renato De Pedis, detto “Renatino”, fulminato da sicari rivali in via del Pellegrino, e da morto premiato, con tanto di bolla pontificia del cardinal Poletti, con una cripta all’interno della basilica di sant’Apollinare (a due passi dal Senato e a quattro dalla scuola di musica dove Emanuela fu vista per l’ultima volta): era un grande benefattore dei poveri, diceva la motivazione dell’inusitato gesto vescovile. 
E’ davvero assai probabile che il boss della Magliana, invischiato in una spaventosa ragnatela di delitti dopo aver imposto sulla Capitale la legge della droga acquistata dalla mafia siciliana, leggi Pippo Calò, forte di complicità anche istituzionali (servizi segreti deviati?) rimaste tuttavia senza risposte giudiziarie definitive, fosse il regista del rapimento per conto terzi o per lanciare pesanti avvertimenti ad interlocutori Oltre Tevere. 

Bene, “Renatino”, con l’ambizione di diventare la mano armata di colletti bianchi della finanza aveva rapporti con monsignor Marcikus: si sospetta che gli portasse borsoni pieni di soldi da risciacquare magari oltre oceano: uno sgarro, un impegno non mantenuto, un bluff potrebbero rivelarsi il movente del rapimento. Per scuotere le gerarchie ecclesiastiche, mettere in angoscia Giovanni Paolo II, ricattare lo Ior del quale il cardinale americano era il discusso capo…indiscusso. 

Verità scritte e poi sepolte da altre carte, verità scomode negate con ferma determinazione, verità inascoltate messe sotto silenzio. 

Il caso di Emanuela, al quale il fratello Pietro ha dedicato con assoluta determinazione ogni sforzo, e quello di Mirella Gregori restano orfani di verità, di colpevoli, di complici, di ambienti. 

E tuttavia il tempo e talvolta il caso, come il ritrovamento delle ossa in via Po, potrebbero ora sfuggire al calcolo di chi ha giocato con le tenebre. Ultimo aggiornamento: 09:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA