Paolo Balduzzi
Paolo Balduzzi

Grillini nel caos/ La Tav a Sud unica risposta per superare i troppi i no

Venerdì 26 Luglio 2019 di Paolo Balduzzi
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In guerra, come in politica, uno degli insegnamenti da apprendere in fretta è il come tramutare le sconfitte in vittorie. In politica, e dal punto di vista elettorale, quest’arte è stata abbondantemente assimilata ormai fin troppo; infatti, vincono tutti: chi arriva primo perché ha preso più seggi, chi arriva secondo perché sarà l’ago della bilancia, chi arriva terzo perché ha guadagnato consensi rispetto al passato, chi arriva quarto perché ha racimolato voti nonostante i mezzi di comunicazione lo abbiano snobbato. E così via: gli esempi, soprattutto nel nostro Paese, di certo non mancano. Più sottile e più difficile, invece, capire come uscire in maniera dignitosa da dialettiche e dinamiche decisionali che sanno oggettivamente di resa (seppure benvenuta) su argomenti di fondamentale importanza. Tuttavia, solo in campagna elettorale le promesse sono facili da mantenere. 
Da quando è al governo, è forse questo il momento più difficile per il Movimento Cinque Stelle. I compromessi rispetto alla propria identità e tradizione barricadera sembrano - per fortuna - non contarsi più: dal “mandato zero” all’Ilva, alla Tap, senza ovviamente dimenticare il voto favorevole all’immunità di Salvini al culmine delle intemerate giustizialiste della vigilia. 

Ma è sul fronte dell’Alta Velocità che, soprattutto a livello simbolico, il Movimento rischia davvero il colpo letale rispetto ai proclami pre e post elettorali. Dopo anni di battaglie sulle barricate e in trincea, il sì del premier Conte all’opera (concordato con un gioco della parti con il vice premier) segnerebbe di fatto la fine del “partito dei no”. Sia ben chiaro: ogni grande opera pubblica e ogni modifica e consumo del territorio devono comportare dei benefici superiori ai costi e migliorare la qualità della vita di molte persone, incluse le generazioni future. Da tempo sosteniamo che la Tav - dovunque allocata - rispetti tutte queste caratteristiche, al contrario del Movimento Cinque Stelle. E allora cosa dovrebbe fare il vice premier Di Maio in questa situazione? La minaccia di votare contro al proprio governo è irrealistica e poco credibile. E comunque un’arma spuntata ( la maggioranza per l’opera in Parlamento c’è) che al momento ha il valore di un calmante alla base inferocita. Un pentastellato della prima ora forse gradirebbe delle dimissioni di massa, a partire proprio dal vicepremier. E invece, e qui torniamo alle sconfitte che diventano vittorie, forse è il caso che Di Maio - folgorato sulla via di Damasco - colga l’occasione. E allora perché non usare questo malvoluto sì alla Tav, alla connessione veloce tra est e ovest d’Italia e d’Europa, per richiamare la necessita di maggiori infrastrutture nel Sud del Paese? In fin dei conti, che cosa ha infatti ottenuto il Sud in questo anno di governo? Pochissimo, se pensiamo a quanto il movimento debba la sua vittoria dell’anno scorso proprio al Meridione. Può bastare il reddito di cittadinanza? Certo che no: perché l’idea stessa del reddito è che debba essere misura di politica attiva del lavoro e non una misura passiva e assistenziale. E per continuare a essere finanziato ed erogato è necessario che si creino le condizioni per cui i beneficiari possano verosimilmente trovare un’occupazione. E allora, di nuovo, perché non sacrificare il tradizionale no alla Tav per ottenere adeguati e strategici investimenti anche al Sud? Se il Cristo di Carlo Levi si era fermato a Eboli, lo stesso è avvenuto fino ad oggi con l’alta velocità (Salerno). 

Si parta pure da dove si vuole: dai necessari ammodernamenti, sviluppo e messa in sicurezza delle linee regionali o dal vero e proprio disegno di nuove linee veloci per avvicinare il Mezzogiorno del paese all’Europa, con tutto ciò che di positivo questo può comportare in termini di trasporto merci e turistico. Ormai il treno ha soppiantato l’aereo negli spostamenti tra Roma e Milano: perché non può accadere anche per il Sud? O ci si è rassegnati a dare a questa area del Paese minori diritti di cittadinanza? Questo è l’unico modo di ribaltare la pericolosa deriva dell’autonomia differenziata che oggi rischia di spaccare l’Italia.

Le regole della politica sono invisibili e complicate, come quelle degli scacchi. Le tecniche di difesa e gli arrocchi servono solo a prendere tempo, ma non fanno vincere le partite. Quando di mezzo poi c’è un Paese e non una semplice scacchiera, l’attendismo e i no creano povertà, disoccupazione e assistenzialismo. I tempi e i modi per vincere la partita Di Maio ancora ce li ha: tramutare un vecchio no che divide in un sì che unisce il Paese sarebbe davvero la vittoria di tutti.
  Ultimo aggiornamento: 00:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA