Aziende e caso Nord-Est/La ripartenza dei soliti furbi

Giovedì 16 Aprile 2020 di
Aziende e caso Nord-Est/La ripartenza dei soliti furbi
È comprensibile l’ansia di molti imprenditori che vorrebbero vedere riaperte le loro aziende, onde poter riavviare il ciclo produttivo dopo settimane di stop obbligato. Del resto, non hanno torto quando affermano che se è vero che la salute dei cittadini viene prima dell’economia, additare l’economia come nemica della salute dei cittadini rasenta il grottesco.

E tuttavia, nemmeno è accettabile che la semplice autocertificazione di appartenenza alla filiera produttiva autorizzata dal governo alla riapertura, consenta ad aziende che solo di striscio rientrano in quella categoria di riaccendere i motori, così amplificando il rischio di contagio quando la Fase 2 nemmeno è iniziata. Può apparire paradossale, ma oggi le cose stanno così.

Con il sistema autorizzativo del silenzio-assenso affidato alle Prefetture, che hanno appena qualche giorno di tempo per valutare l’attendibilità delle dichiarazioni autocertificate, di fronte alla valanga di richieste che si va riversando su di loro è praticamente impossibile una gestione adeguata del fenomeno. Valga per tutti l’esempio citato ieri dal Gazzettino relativamente alla Prefettura di Padova, dove sono giunte in pochi giorni cinquemila autocertificazioni e dove, per quanto solerti possano essere i suoi funzionari, i dinieghi formalizzati sono stati appena un centinaio, vale a dire il 2%.


Sia chiaro, è assai probabile che molte delle restanti 4.900 imprese del caso padovano rispondano ai requisiti fissati dal governo; nondimeno è forte il dubbio che una parte non irrilevante sia costituita da realtà aziendali che si sono infilate di forza (cioè con documentazione fasulla) nel novero degli abilitati: con il rischio molto concreto che tra loro vi sia chi non ha ancora adeguato le modalità di lavoro alle misure di sicurezza anticontagio. Un fenomeno, va sottolineato, che sembra estendersi oltre il Veneto e che si va allargando rapidamente all’Emilia Romagna e alla Toscana. E che presto potrebbe comprendere la Lombardia che, nonostante una situazione ancora grave sotto il profilo epidemico, ieri ha addirittura annunciato l’intenzione di promuovere la ripresa delle attività produttive dal 4 maggio.

Sia perciò benvenuto l’intervento del Viminale che ha invitato i prefetti a coinvolgere, per controlli serrati, sia la Guardia di Finanza che gli Ispettorati del lavoro: la prima affinché accerti che nelle sedi operative si lavori effettivamente alla produzione di beni delle categorie autorizzate o comunque appartenenti alle varie filiere consentite; i secondi perché, anche attraverso i Servizi di prevenzione (Spisal) regionali, verifichino che all’interno dei locali di chi ha ripreso l’attività siano rispettate le misure di sicurezza previste.

Infine, come è facilmente intuibile la pratica scorretta delle riaperture forzate non riguarda solo la sfera della salute dei cittadini, ma incide profondamente anche sul piano della concorrenza d’impresa, accordando un indebito vantaggio competitivo - il ritorno sul mercato prima di quanti hanno rispettato le regole - a chi ha fornito false informazioni sulla sua attività. Anche per questo il governo dovrà mostrare un atteggiamento fermo di fronte a episodi di palese malafede - al punto da evocare ipotesi commissariali - prevedendo sanzioni pesanti oltre a cancellare le agevolazioni finanziarie deliberate a favore delle imprese a quanti abbiano violato il patto di lealtà.


Tutto ciò non senza aver prima allungato i tempi del silenzio-assenso di cui oggi dispongono le Prefetture: senza arrivare ai 60 o 90 giorni canonici validi per le pratiche amministrative, si può fare di meglio che i pochissimi giorni accordati dalla normativa attualmente in vigore.
Ultimo aggiornamento: 00:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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