Mario Ajello
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Emergenza e ingerenza/ Il Papa riapre le chiese e crea un’altra falla

di Mario Ajello
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Sabato 14 Marzo 2020, 00:02

Con la coerenza si vince. E non con la discrepanza, la contraddittorietà e i paradossi che sono supreme qualità - se sapientemente maneggiate - in tempi di pace, ma questo non è un tempo di pace. Contro il virus, l’unita d’azione e la linearità delle scelte sono le condotte essenziali a cui attenersi. Senza sbavature.
Perciò colpisce e preoccupa la schizofrenia calata ieri sull’Italia, o meglio sulla sua Capitale. Da una parte il governo si muove, seppure con ritardo, nella direzione del rigore nelle ultime decisioni prese. Dall’altra parte, il Vaticano che all’influenza extraterritoriale resta affezionato più che mai e gli argini risultano deboli, sembra agire in senso opposto. Secondo una logica libertaria, o utilitarista, che può creare confusione e pericolo e che appare stridente rispetto alla gravità della situazione.

Insomma, cercando di turare le falle che si sono irresponsabilmente lasciate aperte, il governo corregge se stesso sul concetto aleatorio e indefinito di “comprovato stato di necessità” e il Viminale sta per emanare con saggezza un’ordinanza che limita i criteri che giustificano gli spostamenti dei cittadini. Così si prova a mettere una toppa a un errore macroscopico e si recupera o si cerca di recuperare quel necessario rigore restrittivo di cui gli stessi cittadini hanno capito l’importanza a fin di bene. E anche l’altra novità, la chiusura dei parchi di Roma decisa dalla sindaca Raggi, sembra andare nella direzione del chiudiamo tutto, che è la vera arma, come questo il giornale insiste a dire da giorni, con cui combattere da potenza a potenza la guerra al contagio.

Naturalmente il Campidoglio scivola sugli eccessi e non si limita a ville e giardini pubblici. Blinda anche Villa Borghese, ma per fortuna non fino al punto da impedire le passeggiate. Traduzione: riconosce uno status speciale a questo gioiello verde, eccellenza mondiale e parte integrante della Capitale d’Italia fisicamente impossibile da interdire, limitandosi ad evitare gli assembramenti. 

<HS9>Non che i soggetti appena citati, lo Stato e il Comune, si siano sempre mossi - ma figuriamoci - in maniera avveduta. Ma stupisce e sconcerta l’atipicità, in questo contesto, della nuova iniziativa pontificia. Le autorità ecclesiastiche avevano tempestivamente deciso la chiusura fino al 3 aprile delle chiese parrocchiali e non parrocchiali della diocesi di Roma: e invece, no. Ieri Francesco ha fatto revocare la serrata per le chiese parrocchiali e questo rischia di risultare come una crepa, sia pure dovuta a nobilissime ragioni spirituali, nel clima di risolutezza che il Paese sta intraprendendo di fronte all’epidemia.

Le falle in cui il contagio si può insinuare vanno sigillate e in questo senso - che nulla c’entra con la libertà religiosa - riaprire i luoghi di culto sarebbe sconsigliabile. Si può restare in mille modi, indipendentemente dal luogo in cui si prega, in contatto con Dio. Si può recuperare per esempio la preghiera in famiglia, come si faceva una volta. E non sta certo a noi intrometterci in questioni di fede e di culto. Ma le ricadute pratiche della riapertura di molte chiese, con la concentrazione di fedeli, possono facilitare il cammino del virus invece di bloccarne la propagazione. Una logica cartesiana vorrebbe che se si devono stringere i bulloni del rigore contro la malattia, vi partecipassero tutti. Per un senso di responsabilità che è laico ed è cristiano e appartiene a quella religione civile che comprende e supera le credenze religiose.

E di questo dovrebbe tenere conto anche o soprattutto il governo, visto che una decisione come quella annunciata dal Papa e subito diventata operativa non sarebbe potuta esistere senza una condivisione del premier, devoto di Padre Pio, con ottimi rapporti con il Papa ed estremamente benvoluto dalle gerarchie e dagli organi politici d’ Oltretevere. Proprio perché le chiese di Roma sono fisicamente nel territorio italiano, il governo avrebbe potuto umilmente rivolgersi a Sua Santità dicendogli: sarebbe più che legittima in tempi normali l’esigenza di riaprire le parrocchie, ma essendo queste parte della tessuto di una nazione impegnata in una sfida difficile sarebbe opportuno evitare decisioni a rischio boomerang.

Non ci sarebbe nulla d’irrispettoso, da parte della potestà civile, nel rimarcare il valore del patriottismo che non può che riguardare anche il cattolicesimo italiano e vaticano. Libera Chiesa in libero Stato, diceva Cavour e non soltanto lui. Se invece la libertà della Chiesa si risolve in un’abdicazione dello Stato, il ritorno indietro è evidente. E non ammissibile nel mondo moderno.

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