Mario Ajello
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Chiamiamolo Speraggio/Da un albero fronzuto la lezione anti-declino

Chiamiamolo Speraggio/Da un albero fronzuto la lezione anti-declino
di Mario Ajello
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Giovedì 29 Novembre 2018, 00:14 - Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 10:45

Uno splendido quarantenne al posto di un rinsecchito ottantenne. Ecco, Roma ha il nuovo albero di Natale e non è Spelacchio ma un abete colosso, un abetone, verdissimo e di razza tosta, e la sua specie a un nome altisonante: «abete nordmanniano», anche se Thomas Mann purtroppo non c’entra. Occhio invece al poeta Khail Gibran, il quale diceva: «Se un albero scrivesse l’autobiografia, non sarebbe diversa dalla storia di un popolo».

I romani questa verità la sanno bene. L’autobiografia di Spelacchio parlava infatti di una cittadinanza intristita e depressa. L’autobiografia dell’albero in arrivo a Piazza Venezia - dove bisogna pregare che non diventi brutto pure lui, lì in mezzo al traffico, alle buche circostanti e alle solite prevedibili lagne dei si stava meglio quando si stava peggio: Spelacchio era racchio ma simpatico, questo se crede ‘n fenomeno.... - può viceversa raccontare, attraverso i suoi rami rigogliosi e il suo atteggiamento spavaldo, che c’è sempre speranza e che insomma magari Roma si dà una mossa.

Lo scorso anno, nostro malgrado, ci siamo trovati a ironizzare mestamente sulla tristezza di un albero di Natale che nella sua piazza simbolo dava della Capitale un’immagine rinsecchita di declino e quasi di vergogna per i propri mali. E andando a caccia di qualcosa che potesse nutrire meglio il nostro orgoglio frustrato, ci siamo consolati davanti a quel fustaccio di Rigoglio in Piazza San Pietro. Trovando la prova che nella stessa città potessero convivere due alberi di Natale rappresentativi di due immagini opposte di Roma: il declino e la crescita.

Ora va dunque salutato con gioia che l’atto di contrizione pagato dalla città dodici mesi fa abbia prodotto una voglia di riscatto grazie al forzuto arbusto - c’è già chi lo chiama Er Piacione - che sta per piantarsi al centro degli occhi di tutti. O sarebbe meglio parlare di voglia di speranza. Forse la stessa sindaca Raggi, liberata adesso dalla paura di una sentenza superata ha uno sguardo più positivo e più proiettato al futuro e quindi ha optato per un anti-Spelacchio. Con l’errore però - per spirito auto-ironico e per giocare con se stessa e con gli altri così: l’anno scorso ho sbagliato ma ora riparo - di chiamarlo sempre Spelacchio e di celebrarne le sorti nelle sue pagine social con questo slogan: «#Spelacchio is Back». Ma perché sempre l’inglese?! Perché inseguire in questo l’Ignazio Marino che ribattezzò Roma Capitale in «Rome and You»?! 


Lo splendido quarantenne che apparirà quaggiù l’8 dicembre - ce lo porta Netflix e già twitta fingendosi la riproposizione dell’abete dell’altra volta: «Quanto vi sono mancato, eh?, «Sono tornato e sono uno spettacolo!» - è un lumbard, proviene da Varese, anzi dal Varesotto, da un vivaio nel paesino di Cittiglio. E chissà, forse è un frutto della stagione giallo-verde, ma in fin dei conti appena fu fatta l’Italia nel 1861 le cassette delle poste già forgiate nell’ex regno borbonico vennero sostituite con quelle inviate dal Piemonte. Di fatto, però, dall’atto di contrizione chiamato Spelacchio, da quell’idea pauperistica rivestita da saio francescano con tanto di cilicio vegetale, si è passati a un albero di altro tipo e questo potrebbe significare la consapevolezza - e speriamo non l’illusione - che deve cominciare una nuova fase per Roma.

E siccome “spes ultima dea”, proviamo a chiamare Speraggio quest’albero dell’ultima speranza della Raggi e soprattutto dei romani. Da Spelacchio a Speraggio, insomma, e siamo tutti pronti a rivolgerci così: «A Spera’, dacce ‘na mano!». 

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