Guerra senza populismi/ Questa stretta non basta: combattere fino in fondo

Mercoledì 11 Marzo 2020 di
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La stretta decisa l’altra notte dal governo è un solo un primo passo. Opportuna, obbligata, quasi ovvia in un Paese che ci tiene ad essere serio, l’estensione nazionale della zona rossa, ovvero la scelta di cominciare a bloccare tutto perché soltanto così si ferma il contagio. La risposta all’emergenza contiene insomma, sia pure con un certo ritardo penalizzante, un grado di positività. Grazie al fatto che lo Stato, accogliendo il pressing anzitutto dell’opinione pubblica, s’è convertito al blocco totale di ogni possibile movimento che aiuti il morbo. 
A questo però si accompagna negativamente, da parte dell’esecutivo, la deliberata rinuncia a fare valere il potere, o meglio il dovere, statuale di coercizione e di sanzione. Che è l’unico che può davvero rendere efficaci le norme messe in campo, non lasciandone l’applicazione all’arbitrio individuale dei cittadini, al loro senso di responsabilità, ammesso che ci sia sempre e in tutti. Lo Stato moderno non nacque sulla base di una doppia funzione, che è quella di sorvegliare e punire e che tanto ha scandalizzato i sessantottismi e gli eterni seguaci di Foucault ma resta l’unica ratio contro il caos? Nella mezza stretta dell’altra sera è però rimasta la falla pur segnalata a gran voce da queste colonne al presidente del Consiglio. 
La piaga dell’autocertificazione (ho diritto alla mia libertà di movimento perché lo decido io), quella per cui nei moduli di richiesta di deroga al blocco si dice che si può girare lungo l’Italia, pur provenendo da zone ad alto rischio, per “comprovate esigenze lavorative” e per “situazioni di necessità” infiacchiscono moltissimo, fino al rischio di vanificarla, l’azione di contrasto al contagio. Che cosa significa “comprovate esigenze?”. Comprovate da chi? Chi ne certifica la sussistenza? Ed è mai possibile, in uno Stato che voglia essere riconosciuto come uno Stato e non come un organo che lancia appello al buonsenso e al buon cuore degli italiani, che il permesso di circolare venga autonomamente autoprodotto dal popolo che così si fa legislatore in proprio? C’è anche da vedere che cosa significhi il concetto di “situazioni di necessità”. Rischia di contenere nella sua vaghezza, nel limbo che lo rende inafferrabile, una gamma vasta di ipotesi e di possibilità che oscilla tra il tollerato, il pericoloso e l’intollerabile. E che pasticcio!
L’autocertificazione, oltre a contenere una concezione demagogica del potere che non impone le sue scelte ma le contratta perfino in una materia di vita e di morte come la lotta alle epidemie, non è accompagnata da un vero impegno repressivo - sì, repressivo! - nei confronti di chi sbaglia, abusa o se ne approfitta. Ma Palazzo Chigi non lo sa che se non punisci veramente non dissuadi? Così, in presenza di regole eteree, di fronte alla bandiera bianca della resa a far valere il principio della coercizione, diventa difficile perfino per il Viminale svolgere la sua funzione di disciplina e di ordine. Più fumoso è il principio, più eterea è la sua applicazione.
Ma va notato anche un altro aspetto. Riguarda le Regioni. Se lo Stato, come con grave ritardo ha cominciato a fare, riesce bene o male a comportarsi da Stato e a decidere il blocco generale, alle fine anche le Regioni più riottose ad allinearsi retrocedono dalle loro posizioni e escono - o almeno ci provano - dal proprio “particulare”. E ciò si deve appunto al colpo di reni (seppure a metà) di un’autorità centrale che, dopo avere ondeggiato pericolosamente, non ha dato retta alla deriva libertaria di qualche regione. Il fatto è che Conte, forse, sta arrivando per gradi a fare la cosa giusta, per quanto in ritardo. E c’è dunque da pensare e sperare che l’ulteriore stretta chiesta dalla Lombardia in queste ore possa essere assunta dal governo e applicata su scala nazionale. Trattandosi di una misura sacrosanta, non solo per il contesto di quella regione. Stupisce non poco, perciò, l’altolà di Confindustria al blocco totale lombardo. Una mossa che tradisce l’errore di non aver inquadrato bene l’orizzonte. Quando si affronta una guerra come quella in corso, è necessario che nessuno si sottragga ai sacrifici. Non possono e non devono esistere zone franche. Nell’interesse del Paese.
Ecco, appunto, perché deve fare di più un governo che sta considerando, per sua stessa ammissione e addirittura Conte si paragona a Churchill che vinse il secondo conflitto mondiale (ma poi fu deposto), la lotta contro il Coronavirus una vera e propria guerra. E in tempo di guerra, anche contro un epidemia, bisogna verticalizzare e centralizzare, accorciare la catena del comando, far valere le gerarchie e anche - qui ritorna il tema cruciale dell’autocertificazione, dei mancati controlli e dell’impalpabilità delle pene - dotarsi pienamente della facoltà di punire i “disertori”.
Georges Clemenceau, lo statista francese soprannominato “il Tigre”, sosteneva che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generarli. Ma se il governo dice di volersi sentire, in questa fase di guerra epidemiologica, come una sorta di stato maggiore, dimostri di saperlo essere, mantenendo tutte le ovvie garanzie democratiche, fino in fondo. E senza populismi o sotterfugi.
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