Coronavirus, i 30 giorni che hanno cambiato gli italiani. Ma il nostro stile di vita resterà questo?

Mercoledì 8 Aprile 2020 di
In un mese siamo diventati irriconoscibili. E non solo per la mascherina che copre la faccia. Siamo cambiati in meglio (ma durerà questa trasformazione anche in tempi normali?) e ci siamo scoperti, tanto per cominciare, un popolo che sta facendo della grande paura una prova di civiltà. Non c'è nessuno che, dopo gli sbandamenti da «è solo un'influenza», non abbia preso maledettamente sul serio la pandemia in corso. E non ne parli come un nemico da sconfiggere, costi quel che costi.

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Dunque, e non in maniera iperbolica, è l'immagine della «guerra» - e della quarantena come una sorta di coprifuoco - quella che ha sfondato le porte della coscienza pubblica e individuale e di colpo è calata «l'ora più buia» con il suo corredo di alti e bassi (pochi alti), il mix di terrore e speranza, l'auto-isolamento aiutato dai tutorial per tutto (per costruire le mascherine, per fare le torte, per gli esercizi di ginnastica, per il taglio dei capelli in assenza di parrucchiere) come unica profilassi in attesa del vaccino. E, dopo un mese, non c'è fila - le code davanti ai pochi negozi aperti: ecco com'è cambiato il paesaggio urbano! - davanti alla farmacia in cui non ci si chieda a vicenda: quando arriva il vaccino? Perché non arriva subito? Ma davvero - c'è anche questa variante, purtroppo, ma l'aumento dei fantasmi fa parte della grande trasformazione da panico - lo hanno già inventato ma non ce lo dicono?

LE SMENTITE
Siamo cambiati eccome. Ci scopriamo, contro ogni intollerabile luogo comune che ci dipinge come un popolo spensierato e tendenzialmente anarchico, più maturi (lavati le mani si diceva solo ai bimbi: ora è l'imperativo non solo morale di tutti), più obbedienti anzi più responsabili. Dall'11 marzo ad oggi le forze di polizia, in questo improvviso sconvolgimento coatto delle abitudini e dei pensieri, della vita materiale e dell'intimo di una nazione, hanno controllato circa 5 milioni di persone e solo il 2,38 per cento è stato multato per comportamenti scorretti. E comunque tutto è cominciato esattamente un mese fa. Da quando, l'8 marzo, la Lombardia e 14 province nel Nord vengono dichiarate zona rossa e si comincia a chiudere tutto con tanto di divieto per funerali e matrimoni. Ma con un ritardo così grave e nocivo - da parte delle autorità regionali, spalleggiate dagli industriali settentrionali che sulla salute pubblica hanno fatto prevalere l'ingordigia privata - che le conseguenze si sono riversate sull'intero territorio nazionale che continua a pagarle in termini di vite umane. E comunque, s'erano mai visti da tempi della seconda guerra mondiale gli assalti ai treni per scappare dal nemico? Questo mese di lockdown non ci ha risparmiato neanche questo. La fuga di notizie sulla chiusura totale che sarebbe avvenuta l'indomani, con il discorso di Conte del 9 marzo e il provvedimento «Io resto a casa», hanno scatenato il contro-esodo dal Nord al Sud di migliaia di italiani in viaggio dalla zona occupata alla zona ancora libera (per poco) dall'invasore.

Gli italiani della spensieratezza da apericena obbligatorio e del presentismo come unica religione si ritrovano a pensare a com'era l'Italia del passato e per certi aspetti a riviverla. Davvero rischiamo la chiusura dei forni? Con il morbo arriva pure la carestia? E fioccano le rassicurazioni di Stato («Nessuna emergenza alimentare») ma non si assottigliano le code per il cibo. Intanto hanno già chiuso le scuole e le università il 4 marzo e l'e-lerning, che insieme a smartworking svetta nel neo-lessico familiare, funziona un po' sì e un po' no. Senza intaccare però una delle acquisizioni massime di questo tempo buio: un'altra vita è possibile solo grazie alla tecnologia e non c'è vita senza scienza. Con buona pace di molti degli italiani diventati scientisti e convertiti al vaccinismo dopo tanti deliri pseudo-alternativi e no vax. Anche perché quasi tutti noi abbiamo un cugino a Capena o un prozio a Pontecagnano che nel loro capannone suburbano assicurano di essere «a un passo dalla scoperta del vaccino». Che invece probabilmente arriverà da lontano e non sarà una robetta fai da te.
Anche l'arci-italiano più incallito ha dovuto imparare a vivere da remoto, ed evviva. Nonostante la sofferenza di non poter gustare il cappuccino al bar sia quasi insormontabile e non del tutto sanabile con Zoom. A dispetto della nostalgia struggente per quando si poteva vedere dal vivo una partita e non c'è nulla di più inaudito - accadde solo al tempo della guerra - di un'Italia senza calcio. Costretta a rinvangare come scene di un secolo fa l'ultimo match giocato, con la doppietta juventina di Dybala sull'Inter, o dolersi perché s'è interrotta l'emozione di vedere una super-Lazio meritevole di scudetto. In compenso, anche il poltrone più rotondo da un mese si finge runner dopo il pranzo pantagruelico e in attesa del cenone come se ogni giorno di lockdown fosse capodanno.

Ecco poi la pratica della «distanza di sicurezza». Un approdo garantista - io garantisco te, tu garantisci me - e insieme una seccatura che ci porteremo appresso ancora per un bel po'. Perché la vita normale, anche se i dati del contagio migliorano, non tornerà presto. Magari soltanto quando ci sarà il vaccino. Per ora c'è l'autocertificazione, chi la porta in tasca, chi la espone sul cruscotto dell'auto, per gli spostamenti di necessità; ci sono le bandiere tricolore che continuano ad affacciarsi dai balconi; e se prima si cantava per esorcizzare il male adesso non lo si fa più ma è anche meglio: così siamo più concentrati. Anche nella nostra laicità. Che ci esorta a ficcare a fondo lo sguardo nella natura, per cercare di capirla scientificamente, cioè liberi da parametri religiosi.
Verrebbe da dire che, inconsciamente, l'emergenza ci ha trasformati in seguaci di Epicuro, che alla fine del VI libro del De Rerum Natura si pone il problema del perché si scatena la «pestilentia» Proprio come facciamo noi oggi. Che siamo però anche stoici nella capacità di resistenza e nella speranza che, come da refrain dei 30 giorni del contagio, «Andrà tutto bene». E intanto però siamo così cambiati che la Pasqua la facciamo in quarantena e la Pasquetta - per la gioia di chi non la ama e ha sempre gridato: «Abbasso i pasquettari!» - non è più una gita ma una sorta di via crucis tra le quattro mura domestiche magari cantando con l'ottimo Gino Paoli «Il cielo in una stanza».

NON MOLLARE
Si sono scoperte sigle strane in questo strano mese: chi aveva mai sentito nominare il Dpcm, il decreto del presidente del consiglio dei ministri? E al di là delle sorti future di Conte - s'è paragonato a Churchill ma Winnie dopo aver vinto la seconda guerra mondiale fu cacciato - e delle sue attuali performance, non c'è dubbio che il nostro Paese in 30 giorni e al netto dei pasticci del governatore e dei bisticci istituzionali, sia diventato un modello per tutte le altre nazioni. Merito di un popolo che stupisce sempre. E che adesso che la prima ondata del Covid 19 si sta attenuando sta già mentalmente predisponendosi per la Fase 2, ma urge anche stampare sulle pareti dei supermercati quanto scriveva Daniel Defoe nel «Diario dell'anno della peste» del 1665 a Londra: dopo il raggiungimento del picco, «ognuno diventò di punto in bianco coraggioso e, messa da parte ogni precauzione, cominciò a frequentare le persone infette, a visitarle nelle case, persino penetrando nelle camere dove giacevano a letto i malati ancora gravi». E arrivò, inevitabile, la seconda ondata che terminò soltanto nel febbraio 1666. La storia non deve ripetersi, ovviamente. Quella accaduta fin qui, in un mese, forse ci migliorerà anche per il futuro ma non è affatto detto che andrà così, perché di solito quando il peggio è passato ritorna il solito. E' molto probabile che saremo più poveri - e già i poveri stanno patendo più degli altri questa crisi, senza le mense e senza la vita da remoto - ma almeno più temprati.
  Ultimo aggiornamento: 12:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA