Luca Ricolfi
Luca Ricolfi

Il nuovo corso/ La sinistra al bivio tra nostalgia e neo-riformismo

Lunedì 25 Marzo 2019 di Luca Ricolfi
Siamo in molti, dopo l’elezione di Zingaretti, a chiederci che cosa sarà il Pd nel dopo-Renzi.
E la risposta che sempre più frequentemente si sente dare a questa domanda è: sarà “più di sinistra”. Dove per “più di sinistra” quasi sempre si intende meno attento alle esigenze delle imprese, più attento a quelle dei lavoratori. Renzi è quello del Jobs Act, della decontribuzione, di industria 4.0, dell’endorsement a Marchionne. Zingaretti no, per lui il passato pro-impresa non è un dogma, ed forse è giunto il momento di “fare un tagliando alle politiche del lavoro”. Non per nulla, dopo l’elezione di Zingaretti, i rapporti con i fuorusciti di Leu sono tornati buoni, e qualcuno arriva a fantasticare di un quotidiano scambio di idee fra Zingaretti e l’ex cattivo D’Alema, ormai sdoganato dal nuovo corso del Pd.
Forse però la domanda è mal posta. Quel che dovremmo chiederci non è che cosa sarà il Pd nel dopo-Renzi, ma che cosa sarà il Pd nel dopo-Gentiloni. Pochi a sinistra sono disposti a prenderne atto, ma la realtà è che, nella storia recente del Pd, la vera cesura non è avvenuta con l’avvento di Renzi, bensì con quello di Gentiloni. Nel passaggio da Letta a Renzi, infatti, si è solo accentuata la vocazione riformista del partito. In quello da Renzi a Gentiloni, invece, è drasticamente cambiata la linea del Pd nei confronti dell’immigrazione: i risultati che oggi Salvini rivendica sulla riduzione degli sbarchi sono in gran parte dovuti all’azione di Minniti, che con varie misure – anche sul piano comunicativo – ha scoraggiato in tutti i modi le partenze dalla Libia.
Ebbene, se cambiamo la domanda, e ci chiediamo che ne è del Pd non nel dopo-Renzi ma nel dopo-Gentiloni, mi pare chiaro che, anche qui, siamo in presenza di una discontinuità. Il Pd zingarettiano, a giudicare da come si sta muovendo sul tema dei migranti, pare lontanissimo dal Pd che sosteneva il ministro Minniti, e semmai appare vicino al Pd renziano, che sui migranti ha sempre tenuto una linea di completa apertura, difendendo le Ong e le buone ragioni dei salvataggi in mare, a partire da quelli della nostra Marina e della nostra Guardia costiera.
Dunque, a guardare le cose con disincanto, il nuovo Pd, più che prendere congedo da Renzi, pare farvi ritorno. Perché sulla politica economica si vedrà a suo tempo (se e quando tornerà al governo) quel che vorrà fare realmente, ma sulla politica migratoria è fin da ora evidente l’affinità con l’atteggiamento generale del governo Renzi, nonché la discontinuità con le politiche di Minniti, ossia con l’unico vero elemento di rottura fra la stagione di Gentiloni e quella dei suoi predecessori. Insomma, tutto sommato a me Zingaretti pare un Bersani giovane, più che colui che archivia definitivamente l’era Renzi.
E per il futuro che cosa ci si può aspettare? Qui la posizione del neo-segretario appare quantomeno curiosa. Prima di essere eletto, Zingaretti dichiarava “non è mio obiettivo politico pensare a un’alleanza elettorale con il Movimento 5 stelle, noi siamo alternativi”. Ora, più cautamente, si limita a dire che il vero nemico è la Lega, il che in lingua italiana significa che i Cinque stelle non sono il nemico, o lo sono meno della Lega. L’obiettivo del suo Pd non sarebbe di tornare al governo alleato con i Cinque Stelle, ma solo di riportare all’ovile le pecorelle smarrite, archiviando l’era Renzi.
Qui però interviene la domanda che immancabilmente viene posta a Zingaretti: ma se la Lega è il nemico, e il Pd è “alternativo” ai Cinque Stelle, con chi diavolo pensate di tornare al governo? A questa domanda, finora, non è ancora stata fornita una risposta convincente. E si capisce anche perché. La ragione per cui la domanda resta senza risposta, è che nessuna delle risposte possibili è politicamente dicibile, per La prima risposta possibile sarebbe: sì, sì, è vero, lavoriamo per arrivare a un accordo di governo con i Cinque Stelle, ma per ora non possiamo dirlo esplicitamente; dobbiamo aspettare di averli sorpassati nei consensi, e ammorbiditi nelle politiche.
La seconda risposta possibile, altrettanto indicibile, sarebbe: sotto sotto un accordo con Forza Italia non ci dispiacerebbe, ma solo dopo che si sarà ricostituita un’area di centro sufficientemente forte e deberlusconizzata.
La terza risposta possibile sarebbe: vogliamo tornare sopra al 40%, come ai bei tempi di Renzi, e governare da soli o quasi. E’ la cosiddetta “vocazione maggioritaria”, che pochi osano evocare (fra essi il presidente uscente del Pd, Matteo Orfini). Quest’ultima risposta è anch’essa indicibile, ma per ragioni assai diverse dalle altre due. La ragione per cui non è dicibile è che nessuno la prenderebbe sul serio. E la ragione per cui nessuno la prenderebbe sul serio è che, per avere anche solo una debole speranza di tornare intorno al 40%, il Pd dovrebbe risolvere un puzzle quasi impossibile, e oggi impronunciabile: tornare a Renzi sulla politica economica, per non perdere il sostegno dei ceti produttivi, che vogliono la crescita e diffidano del reddito di cittadinanza; tornare a Minniti sulla politica migratoria, per recuperare il sostegno dei ceti popolari, ormai indisponibili a tollerare gli ingressi irregolari in Italia; il tutto senza perdere né il sostegno dei poveri, con le loro richieste di politiche assistenziali, né quello dei “ceti medi riflessivi”, aperti alla globalizzazione e ai migranti, che sono oggi lo zoccolo duro del Pd.
A giudicare da come si muove il nuovo Pd, si direbbe che la direzione sia esattamente quella contraria: sempre più lontani dal “bullo” Renzi, sempre più lontani dal “cattivo” Minniti. Apparentemente in cammino verso il futuro, in realtà sempre più attratti dai fasti del passato, sempre più prigionieri della nostalgia. La nostalgia per una stagione forse tramontata, ma in cui, almeno, “eravamo ancora di sinistra”. 
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