Il caso scuole/ Non ci sono antidoti per l’epidemia di stupidità

Sabato 8 Febbraio 2020 di
Quel che sta accadendo da una decina di giorni sul problema del Coronavirus è decisamente illuminante, perché mostra nel modo più spietato a quali aberrazioni possa portare il politicamente corretto.
Mentre le persone normali, con più o meno ansia a seconda della personalità di ciascuno, si domandano semplicemente che cosa fare per proteggere se stessi e i propri cari, i guardiani del bene vedono nel coronavirus l’ennesima, insperata occasione per istruirci e redarguirci. Secondo loro, la paura è irrazionale, i bimbi provenienti dalla Cina vanno accolti nelle classi «senza alcuna limitazione», il problema vero non è il virus ma il rischio che si verifichino «episodi di discriminazione».
Se c’è un’epidemia, è «un’epidemia di stupidità». E il vero problema è arginare il «cretinismo di massa» e «l’isteria popolare». Chi ha ruoli politici, ammonisce il presidente del Consiglio, «ha anche il dovere, la responsabilità di dare messaggi di tranquillità e serenità. La situazione è sotto controllo». I governatori se ne facciano una ragione, e si fidino di «chi ha specifica competenza». 
Può accadere così che una lettera, molto rispettosa e ragionevole, redatta da alcuni governatori del Nord raccogliendo le preoccupazioni delle famiglie, venga respinta al mittente.
Viene rigettata perché «non ci sono i presupposti per allarme o panico». Curioso. Il governo ha appena decretato lo stato di emergenza sanitaria, ma si oppone a un provvedimento elementare e assai blando suggerito dai governatori.
Che cosa proponevano i governatori del Nord nella loro lettera? Semplice, che i bambini italiani e cinesi appena stati in Cina per il capodanno (che lì quest’anno è caduto il 25 gennaio), attendano 14 giorni prima di rientrare a scuola. Che è lo stesso tipo di misura adottata per gli adulti che, negli stessi giorni, il nostro governo aveva fatto rientrare in Italia dalla Cina con un volo speciale dell’Aeronautica militare. Se è sembrato prudente isolare per un breve periodo gli adulti, perché non fare la medesima cosa con i bambini, tanto più che l’ambiente scolastico è notoriamente adatto alla trasmissione dei virus?
Già, perché? La domanda sorge spontanea non tanto e non solo perché l’argomentazione dei governatori era tutt’altro che irragionevole, ma perché nella medesima direzione si è espressa una delle voci più autorevoli in materia, quella del virologo Roberto Burioni, che ha spiegato come, in assenza di un vaccino o di una cura, quella dell’isolamento temporaneo dei soggetti potenzialmente portatori del virus sia al momento l’unica difesa possibile. 
È vero che il Coronavirus pare meno letale di quello della Sars, ma il suo potenziale di diffusione è molto maggiore: «il Coronavirus ha le potenzialità per diffondersi in tutto il mondo e anche se avesse mortalità più bassa potrebbe causare più morti». In breve, dice Burioni, quella attuale «è la situazione più grave che ho visto nella mia carriera».
Il bello è che, sulla medesima linea di prudenza, si stanno muovendo molte famiglie e comunità cinesi. Anziché esigere che i propri figli siano immediatamente ammessi a scuola, anziché accusare di razzismo le famiglie che temono il contatto con i bambini (cinesi e italiani) provenienti dalla Cina, stanno scegliendo spontaneamente di mettere in quarantena i loro bambini, con l’importante risultato di tranquillizzare le famiglie dei bambini altrui, e di non esporre i propri figli ad atteggiamenti di rifiuto e di timore da parte dei loro compagni.
Dunque, di nuovo torno a chiedermelo: perché, anziché adottare (o consentire di adottare), una misura così elementare, il governo emana una circolare in cui scarica tutte le responsabilità sul personale scolastico?
Già, perché la circolare ministeriale proprio questo fa: al personale scolastico, docente e non, raccomanda di prestare «particolare attenzione a favorire l’adozione di comportamenti atti a ridurre la possibilità di contaminazione con secrezioni delle vie aeree, anche attraverso oggetti (giocattoli, matite, etc.)». 
Ma ci rendiamo conto? Supponete che, in uno dei prossimi giorni, un bambino appena stato in Cina finisca per trasmettere il virus a qualche compagno, e che nella sua scuola anche un solo bambino si ammali e muoia. Penserete mica che il governo centrale, a quel punto, si scuserebbe e riconoscerebbe la giustezza delle preoccupazioni dei governatori?
No, a quel punto succederebbe un’altra cosa. Un magistrato aprirebbe un’inchiesta, e il personale scolastico verrebbe setacciato e scannerizzato giorno per giorno, ora per ora, classe per classe per appurare se ha ottemperato alla circolare ministeriale. Ha fatto o non ha fatto tutto il possibile per «l’adozione di comportamenti atti a ridurre la possibilità di contaminazione?»
Ha considerato solo il rischio di contaminazione «con secrezioni delle vie aeree», oppure, come puntigliosamente prescrive la circolare, ha anche diligentemente controllato che la contaminazione non avvenisse «attraverso oggetti (giocattoli, matite, etc.)»? Ha ingiunto ai bimbi di lavarsi le mani con il sapone, e di farlo spesso, per almeno 20 secondi, specie dopo essersi scambiati giocattoli e matite? Si è assicurato che il sapone fosse disponibile a scuola, magari incluso nel “materiale didattico” come talora incredibilmente è dato osservare?
Insomma, scatterebbe – come sempre in Italia – la commedia della ricerca del colpevole, perché «la tragedia si poteva evitare». Mente le autorità cinesi tengono sequestrate nelle loro case decine di milioni di famiglie, noi preferiamo caricare di responsabilità ingestibili il personale scolastico pur di evitare di tenere qualche giorno a casa poche migliaia di bambini che hanno passato le vacanze in Cina.
Quindi me lo richiedo per la terza volta. Perché? Forse, solo perché l’impulso pedagogico dei benpensanti è irrefrenabile. Per loro ogni occasione è buona per insegnarci come dobbiamo vivere, come dobbiamo agire, come dobbiamo pensare. Per loro è essenziale ricordarci che in tutti noi cova il virus del razzismo, della discriminazione, del rifiuto dell’altro. Se questa è la missione, anche una tragedia come quella che il mondo rischia di vivere, è un’occasione da non sprecare. Anche i bambini potenzialmente infetti, e le paure più o meno proporzionate che ogni pandemia suscita, sono opportunità preziose per ribadire che loro sono gli illuminati, e noi, con le nostre paure e la nostra stupidità, siamo solo gregge cui indicare la via. 
Salvare vite umane potrà essere anche importante. Ma più importante, per loro, è cogliere anche questa occasione per ricordarci che loro sono gli illuminati, i buoni, i giusti, e noi siamo materiale umano di scarto, vittime delle nostre paure e dei demagoghi che le alimentano. Non sanno, gli illuminati, che anche la paura fa parte della vita, e quel che a loro pare sempre e soltanto paura, o irrazionalità, è spesso semplicemente prudenza. Una virtù ormai sopita, ma che riemerge ogniqualvolta il mondo torna a mostrare il suo volto minaccioso.
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