Coronavirus, agire subito: un prontuario per fermare la recessione

Sabato 7 Marzo 2020 di
Bastano tre lettere per spiegare i timori per l’economia della diffusione del coronavirus. All’inizio del contagio in Cina, e sulla scorta di quanto avvenuto per altre epidemie in passato, si sperava che l’economia potesse comportarsi come una V: una rapida discesa seguita da una rapida risalita. Ora, con la diffusione internazionale, si comincia a temere la U: una forte discesa, seguita da un periodo di recessione prima della ripresa. Per alcune aree, per alcuni settori economici, c’è paura di una L: una discesa senza una risalita a breve. Vediamo perché, anche con l’ausilio di recentissimi contributi: l’Interim Report dell’Ocse del 2 marzo; il bel e-book realizzato dagli economisti del Cepr e reso disponibile su www.voxeu.org il 6 marzo. 
Crescono i timori perché durata e propagazione dell’epidemia restano ampiamente ignoti: ma anche perché sappiamo (specie noi Italiani) che non si diffonde solo per prossimità geografica, ma anche per “salti”, che determinano nuove reti di contagio.

E che ha già toccato (a differenze di molte epidemie più recenti), il cuore dell’economia contemporanea: i paesi del G7 e la Cina, cioè quasi i due terzi del PIL mondiale. L’Ocse avverte che le sue previsioni per la crescita mondiale per il 2020, già ridotte dal 3% al 2,4% potrebbero dimezzarsi. Per l’Italia è in vista una recessione.
Non è difficile capire perché. Di fronte al virus usiamo metodi antichi, indispensabili: il contenimento, la riduzione degli incontri di persona. Ma questo, come ben sappiamo, impatta in modo fortissimo su una serie di attività economiche di servizio: i trasporti e i viaggi (solo parzialmente aiutati dal forte calo del prezzo del petrolio); tutto il turismo (si pensi all’effetto devastante che già si registra per il settore delle crociere), lo spettacolo e l’intrattenimento, lo sport visto e praticato. In molti di questi casi, come avvertono gli economisti del Cepr, c’è paura della L; si perdono consumi che potrebbero non essere più recuperati: le spese per le vacanze di Pasqua, o per vedere le partite a porte chiuse, non ci saranno. La riduzione dell’attività produttiva nell’industria, già sensibile in Cina, può mettere in crisi le catene mondiali di fornitura e determinare un effetto che si propaga in industrie come l’elettronica o l’automobile: più una U di una V, si teme. Non tutte le attività svolte dai lavoratori che sono costretti a restare a casa si possono svolgere a distanza: quelle che riguardano manifattura e logistica di beni tangibili, ben poco. 

Vi sono poi effetti sulla fiducia e quindi su consumi e investimenti: l’esperienza della crisi del 2008-09 mostra che essa ha determinato un forte calo di acquisti perché i consumatori li ritardano mentre le imprese pospongono precauzionalmente gli investimenti. Un calo che potrebbe essere, come allora, sincronizzato nelle maggiori economie mondiali, e per questo più incisivo. In casi come le epidemie gli effetti sulla fiducia possono essere assai importanti: gli economisti del Cepr riportano il parere di un esperto sanitario americano che avverte, ragionevolmente, che ciò che si fa prima che le epidemie si diffondano sembra sempre esagerato e ciò che si fa durante sembra sempre insufficiente. Con i conseguenti effetti psicologici.

Perché queste riflessioni, se ci sono tante incertezze? Perché tanto l’Ocse quanto gli esperti del Cepr concordano pienamente che in questa situazione tempismo e dimensione degli interventi di politica economica sono fondamentali. Bisogna fare molto, avvertono, e presto. La lista delle possibilità è ampia, e comprende anche misure in via di attivazione in Italia. Interventi massicci sulla sanità, magari pensando anche a ciò che è stato fatto a Singapore: un premio monetario straordinario per i lavoratori, specie quelli più coinvolti. Misure di sostegno specifiche per i settori più toccati, a cominciare da trasporti, turismo, spettacolo; interventi generali per la liquidità delle imprese minori. Pagamenti diretti straordinari alle famiglie in quarantena e nelle zone rosse. Copertura dei costi salariali e contribuitivi per le assenze motivate dal lavoro, anche in relazione alla chiusura delle scuole; fino ad ipotesi di riduzione, e non solo rinvio, dei pagamenti contributivi. E poi, nelle prossime settimane, una decisa accelerazione sulle infrastrutture: specie sulle piccole opere degli enti locali, più semplici da attivare e spesso assai utili, anche sotto il profilo psicologico. Un recente rapporto del Servizio Studi della Camera conforta: abbiamo avuto molte progettazioni e gare negli ultimi anni, siamo più pronti che in passato all’avvio delle opere. Far di necessità virtù: un intervento straordinario per chiudere le buche stradali e ripristinare il verde a Roma farebbe bene all’economia e all’umore.

Ma un’epidemia non è questione nazionale. La risposta deve coinvolgere l’Unione Europea. Che può attivare subito, e dovrebbe rifinanziare subito, il suo Fondo per la Solidarietà: ne ricaverebbe anche una opportuna ricaduta di immagine. Ma che dovrebbe fare molto di più: non è questione di piccole flessibilità, ma di rivedere in questa situazione i complessivi vincoli di bilancio, specie per gli investimenti. Il coordinamento delle politiche fra i principali paesi è poi essenziale, come mostra il confronto fra i disastri degli anni Settanta, con l’”ognuno per sé” dopo la crisi petrolifera e il coordinamento dopo la crisi finanziaria americana. Italia e Francia dovrebbero tornare alla carica con la Germania per lanciare e coordinare pacchetti nazionali di intervento. 
Non è tempo di paure, ma di ragionevole preoccupazione, e di conseguenti comportamenti consapevoli. Dunque, non è tempo di lesinare, ma di investire le nostre risorse collettive sulla nostra salute e sul nostro futuro.

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