Gianfranco Viesti
Gianfranco Viesti

Rischio scatola chiusa/L’Autonomia non diventi il colpo di grazia per la Capitale

Venerdì 21 Giugno 2019 di Gianfranco Viesti
Il futuro di Roma non è una piccola questione locale. Ma un tassello indispensabile di un disegno di futuro per il Paese. Roma e l’Italia stanno morendo della stessa malattia. Il “cortoplazismo”: una splendida parola latinoamericana che descrive la grave distorsione di pensare solo all’oggi e non al domani; di vivere di piccole tattiche e non di grandi proposte e azioni. Come si può immaginare uno scenario di riguadagnata prosperità per il nostro Paese senza un ruolo fondamentale per la sua capitale in un futuro possibile?

Ora, il futuro di Roma dipende essenzialmente dalla qualità e dai risultati tangibili, dai servizi garantiti dalla sua amministrazione. Del tema si sta occupando con forza questo quotidiano. Ma dipende molto - indipendentemente da chi oggi amministra la sua Capitale - anche da come l’Italia si riorganizza, prova ad accrescere equitá, efficienza e efficacia delle sue politiche; a disegnare servizi pubblici moderni e incisivi che ci facciano entrare davvero, finalmente, nel XXI secolo. A gestire le scarse risorse pubbliche non con tagli lineari o con furti degli uni a danno degli altri, ma con regole chiare e giuste; a realizzare quella collaborazione fra i diversi livelli di governo (centrale, regionale, urbano) che è l’unica ragionevole modalità di governo in un Paese grande, complesso, articolato. La congiuntura politica sembra invece spingerci verso tutt’altri lidi.

Verso quell’autonomia regionale differenziata, giustamente definita Spacca-Italia, che rischia di produrre un complessivo indebolimento del Paese, una sua trasformazione arlecchinesca, possibili gravi iniquità. Non maggiore autonomia per alcuni - come ha scritto autorevolmente Marco Cammelli - ma lo sgretolamento per tutti. Il rischio torna concreto dopo l’offensiva leghista degli ultimi giorni, rispetto alla quale non è chiaro quanto i 5 Stelle sapranno e potranno resistere; mentre il Pd, tanto per cambiare, volta la testa dall’altra parte, e non vede, non sente e non parla.

Non è difficile capire perché, guardando il testo disponibile sul sito del Dipartimento per gli Affari Regionali e che starebbe per essere approvato in Consiglio dei Ministri, e le analisi che si susseguono nelle audizioni presso la Bicamerale sul Federalismo Fiscale.

Lombardia e Veneto hanno chiesto tutte le competenze legislative e amministrative teoricamente possibili ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione; l’Emilia-Romagna solo poche di meno. Senza mai argomentare convincentemente perché questi poteri debbano essere destinati a loro e non anche alle altre Regioni, per via legislativa o cambiando l’articolo 117; senza preoccuparsi di dimostrare perché il livello regionale dovrebbe essere meglio di quello statale. 
Un disegno che sgretolerebbe il Paese costituendo quasi Regioni-Stato; una bulimia di poteri di intermediare risorse per gli amministratori; senza che ne siano chiari i vantaggi per i loro stessi cittadini e le imprese. La Lombardia ha chiesto 131 competenze aggiuntive, su tutte le politiche pubbliche. Ora, sarebbe indispensabile capirle e discuterne dettagliatamente una ad una in Parlamento. E invece nel testo ci si limita ad elencare le “materie”: lasciando tutto il potere di definirle concretamente a “Commissioni Paritetiche”. 

Sul fronte delle risorse finanziarie non va mai dimenticato che l’obiettivo storico delle amministrazioni regionali veneta e lombarda (mai contrastato da quella emiliana) è quello di ottenere molte più risorse a discapito degli altri italiani. Il testo ne offre ampie possibilità: dalla garanzia (solo alle tre) di un livello minimo pari alla media nazionale (del tutto iniqua se analizzata bene, ad esempio per la scuola) ai diversi destini delle variazioni del gettito fiscale; all’articolo che sembra porre le basi per appropriarsi di maggiori investimenti pubblici a danno delle altre regioni. Senza dimenticare che la garanzia di risorse per le tre lascerebbe il Tesoro assai indebolito a gestire il debito pubblico (che rimarrebbe di tutti gli italiani); le porrebbe al riparo da manovre finanziarie di emergenza o da spending review; da forti cadute di gettito collegate alla possibile flat tax.

In un Paese serio nessuno comincerebbe da una confusa e dirompente autonomia differenziata l’indispensabile revisione del regionalismo: dal ruolo di Roma Capitale di cui si diceva in apertura alla riduzione degli immotivati privilegi di alcune autonomie speciali.
 
Ma se per motivi politici occorre farlo, non si può che procedere “vedendo le carte”: discutendo in Parlamento tutte le competenze e i loro effetti per tutti gli italiani, prevedendo che cosa succederà per le altre regioni giá in coda per chiedere poteri, chiarendo tutti gli aspetti finanziari, disegnando un percorso attuativo trasparente e controllato, inserendo clausole di garanzia e di revisione a vantaggio dello Stato. Un’approvazione a scatola chiusa non sarebbe un passo verso l’autonomia, ma un irresponsabile salto nel buio sulla pelle degli italiani.


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