Giuseppe Vegas
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Regole ed eccezioni/ La tassa sui consumi che rende tutti uguali

di Giuseppe Vegas
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Sabato 10 Febbraio 2024, 23:53

La riforma dell’Irpef non ha fatto in tempo ad essere approvata alla fine dello scorso anno, che già è stata messa allo studio una possibile revisione delle aliquote, per riconsiderare ed addolcire un po’ la tassazione dei redditi più elevati. Non si tratta della sola ipotesi di ripensamento: anche la mancata proroga dell’esenzione dell’imposta sui redditi dei terreni agricoli è sotto esame. Su altri temi si discute: è il caso della tassazione agevolata per il rimpatrio dei cervelli e di quella finalizzata ad attrarre verso il nostro paese i titolari di redditi importanti. Non cessano infine le polemiche sulla questione della cosiddetta “flat tax”, che agevolerebbe i lavoratori autonomi rispetto a quelli dipendenti.
Che innovazioni, se non riforme, fiscali varate dopo una lunga gestazione vedano parti importante di esse sciogliersi come neve al sole all’indomani della loro approvazione, pare un risultato paradossale. In realtà non è così, perché le modifiche, o la necessità di apportarle, non sono il frutto di balzana volubilità, ma cercano di far fronte ad una serie di problemi, che vanno emergendo in occasione dell’applicazione concreta delle nuove norme.
In particolare, il livello di reddito al quale applicare l’aliquota massima dell’imposta sulle persone fisiche corrisponde alla necessità di operare una valutazione più approfondita sulla reale capacità di acquisto delle famiglie.

Lo scaglione di reddito riferito all’aliquota del 43 per cento era stato abbassato due anni fa, più che altro per recuperare qualche euro a favore dell’erario. Oggi invece si va considerando il problema dalla parte del contribuente e ci si rende forse meglio conto della realtà. Cinquantamila euro rappresentano un livello di reddito a cui ambirebbero molti italiani. Ma anche disponendo di quelle entrate, non è facile mantenere una famiglia e far crescere dei figli, soprattutto se si vive in una grande città. E si tratta di un tema che dovrebbe stare a cuore a tutti, in una preoccupante fase storica di declino demografico. Infine, non si dovrebbe trascurare neppure il fatto che penalizzare gli incrementi di reddito significa nella sostanza spingere i contribuenti a limitare il proprio apporto al “progresso materiale…della società”, con buona pace dell’articolo 4 della costituzione.
Il caso dell’applicazione dell’aliquota massima dimostra con evidenza come la realtà, quando si scontra con la teoria, vinca sempre. Ma non rappresenta la sola eccezione. Non mancano fattispecie in cui la speciale condizione personale fa premio sulla regola generale. È il caso degli agricoltori con redditi inferiori ai diecimila euro, per i quali si intenderebbe ripristinare l’esenzione Irpef per i terreni. È il caso anche dei giovani lavoratori dipendenti con meno i 35 anni e, ancorché in minor misura, delle donne. Per questi soggetti viene applicata una riduzione del cuneo fiscale finalizzata ad accrescere lo stipendio netto. Ai lavoratori autonomi con redditi fino ad ottantacinquemila euro, poi, sono applicate delle aliquote “piatte” assai più convenienti rispetto a quelle valevoli per i lavoratori dipendenti ed i pensionati. E, per finire, i “cervelli” che tornano in Italia e pagano meno di quelli che Longanesi avrebbe definito i “fessi” che restano, mentre l’accoglienza dei nababbi forestieri non è lasciata, come si dovrebbe, ai direttori dei Grand Hotel, ma a quello dell’Agenzia delle entrate.
A questo punto, una domanda sorge spontanea. Quando si constata che una regola soffre di troppe eccezioni e queste sono giustificabili, il più delle volte ciò che non funziona non sono le eccezioni, ma la regola. Se è così, allora è forse giunto il momento di far cadere il tabù del mito della supremazia della tassazione personale diretta, uguale per tutti e progressiva. Considerata come strumento fondamentale attraverso il quale si consacra il rapporto fiscale tra Stato e cittadino. Rapporto, che trova nella capacità contributiva il suo precetto costituzionale. Si tratta di un principio che è stato applicato non come originariamente pensato dai costituenti, ma attraverso gli occhiali di quel prevalente approccio anticapitalistico prevalente nel nostro paese.
È così risultata associata alla pretesa fiscale la caratteristica morale di fungere anche da castigo, se non divino, almeno terreno, nei confronti di quanti aspirano ad un più solido benessere materiale.
In conclusione, sarebbe il caso di non ostinarsi a percorrere una strada che si è nel tempo deformata e, soprattutto per le persone fisiche, constatare che oggi la capacità contributiva si manifesta maggiormente nel consumo piuttosto che nel reddito.

Le abitudini di vita sono radicalmente mutate rispetto a cinquant’anni fa, quando venne introdotta l’imposta progressiva sulle persone fisiche, l’Irpef. L’imposizione sui consumi potrebbe quindi assumere in sé quella sorta di funzione perequativa attualmente affidata ad un elefantiaco sistema di esenzioni ed agevolazioni. Inoltre la tassazione dei consumi opera in via automatica e si applica nello stesso modo a tutti i contribuenti con un meccanismo trasparente. Da non trascurare, infine, il fatto che il consumo, comportando una serie di transazioni registrate, sfugge assai di meno alla imposizione, percuote anche coloro che riescono a mantenersi sconosciuti per l’erario, si applica anche ai beni importati dall’estero e tende a crescere più dell’aumento del reddito. Un sistema bifronte, con una adeguata riconsiderazione del livello del minimo imponibile per tener conto delle esigenze di vita della parte più debole della popolazione, potrebbe avere le caratteristiche per offrire lo strumento per modernizzare il nostro sistema fiscale, rendendolo più equo ed efficiente.

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