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Angelo De Mattia

Riforme urgenti/ Le tutele Ue, una sferzata per uscire dal tunnel

di Angelo De Mattia
4 Minuti di Lettura
Venerdì 22 Luglio 2022, 00:01

Sono trascorsi undici anni nei quali non vi è stata alcuna manovra al rialzo dei tassi di interesse. Ieri questo periodo d’oro, limitatamente a tale aspetto, è terminato. E la campana suona per tutti. Il primo impatto sui mercati, pur in un contesto di volatilità, è stato sostanzialmente positivo: misureremo nei prossimi giorni la tenuta di tale atteggiamento. 
Ma non si può sottovalutare che l’aumento dei tassi di 50 punti base è maggiore di quello previsto (25 punti) perché si sono aggravati i rischi e che l’inflazione ha raggiunto l’8,6% mentre secondo le stime resterà elevata per un tempo non breve: influiscono pesantemente i prezzi dei prodotti energetici, degli alimentari e il cambio con il dollaro, nonché i “colli di bottiglia” per molti prodotti, a cominciare dai beni industriali.
Il mandato conferito dal Trattato Ue impone all’Istituto di Francoforte di agire per riportare l’inflazione al 2%, con l’obbligo di operare quando se ne discosta al di sopra (come nel nostro caso) o al di sotto, in una prospettiva di non breve termine. 
Ma l’arma fondamentale che la Bce ha deciso - probabilmente anche in bilanciamento dell’aumento dei tassi - è lo scudo anti-frammentazione (noto come anti-spread) della politica monetaria, il Transmission Protection Instrument (Tpi). Lo si potrebbe considerare una sorta di “whatever it takes” - la famosa dichiarazione londinese di Draghi sulla difesa dell’euro - riveduta e adattata alla nuova situazione. Lo strumento sarà utilizzato, a discrezione del Consiglio direttivo della Bce, per contrastare dinamiche di mercato ingiustificate e disordinate che mettano a repentaglio la stabilità monetaria nell’area. 
E riguarderà, in particolare, gli interventi in acquisto dei titoli pubblici per il legame che hanno con la politica monetaria. Non esistono speciali restrizioni ex ante per accedere a tale protezione, ma l’ammissibilità al Tpi è pur sempre legata a quattro criteri da osservare dagli Stati interessati: non essere soggetti a procedure per debito eccessivo, assenza di gravi squilibri macroeconomici, sostenibilità fiscale e politiche macroeconomiche altrettanto sostenibili.

Come accennato, avendo presente la regola di non mettersi mai contro una Banca centrale, i riflessi dell’annuncio di questa misura - le cui caratteristiche andranno comunque analizzate in modo approfondito - sono stati immediatamente positivi per gli spread e per i rendimenti dei titoli pubblici. 
Sarebbe però un grave errore immaginare che lo scudo tranquillizzi tutti e sia un nulla-osta per non darsi carico delle sfide che incombono al Paese, sottolineate con forza dal Capo dello Stato, a cominciare dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, dal contrasto della pandemia, dagli impatti della guerra in Ucraina e dalle altre emergenze economiche e sociali, da affrontare da tutte le forze politiche, pur in una dialettica elettorale che non sconfini oltre gli interessi del Paese e pur nei limiti costituzionali della nuova situazione.
Vanno poi tenute presenti le posizioni e le attese delle istituzioni europee, di quelle estere nonché dei mercati, ma prima ancora degli italiani, che potrebbero ritenere, si spera errando, precluse ormai le vie delle riforme che il governo Draghi non è riuscito a portare a termine. 
Il ragionamento possibile («se non vi è riuscito lui, allora chi potrà riuscire?») va prevenuto, dando però le prove dell’impegno e non cullandosi sulla protezione della Bce, la quale comunque chiede un raccordo con una politica economica rigorosa - specie per un Paese che vanta un debito intorno al 152% del Pil - che sappia bilanciare la restrizione monetaria senza cadere nel lassismo, impiegando freno e acceleratore. Insomma, le decisioni della Bce sono una sferzata per il nostro Paese affinché offra una dimostrazione all’altezza della nuova misura monetaria. E, sia pure come “spes contra spem”, bisogna crederci.

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