Alberto Brambilla

Reddito e dintorni/ Gli aiuti a pioggia e la povertà che rimane

Reddito e dintorni/ Gli aiuti a pioggia e la povertà che rimane
di Alberto Brambilla
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Sabato 11 Settembre 2021, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 00:35

Più lo Stato italiano spende per l’assistenza sociale contro la povertà e per ridurre quella che Eurostat definisce «esclusione sociale» e più aumenta il numero dei poveri e contemporaneamente aumentano i Neet e quelli che un lavoro non lo cercano più: i cosiddetti “inattivi”, 13,7 milioni su 36 milioni di persone in età da lavoro; due problemi che ci vedono in cima alle classifiche europee in negativo. Un paradosso che dovrebbe far riflettere i fautori dell’estensione dell’assistenza a tutti i costi (reddito e pensione di cittadinanza, reddito di emergenza, bonus e agevolazioni di tutti i tipi e infine lo stipendio di stato sotto forma di assegno unico). Vediamo i numeri che parlano più chiaramente di tutte le teorie invocate per giustificare la continua concessione di soldi pubblici non sempre per amore del prossimo ma molto spesso per aumentare il consenso politico e i voti (M5S con il reddito di cittadinanza docet). Nel 2008 la spesa per assistenza a carico della fiscalità generale - un modo elegante per dire che la pagano i contribuenti - era pari a 73 miliardi; nel 2019 questa spesa è lievitata a 114,7 miliardi per i provvedimenti tipo rei, reddito di cittadinanza, bonus bollette tv eccetera e per le agevolazioni pensionistiche assistenziali (14° mensilità, ape social e gravosi; Quota 100 esclusa). Un incremento del 56%, cioè quasi 42 miliardi in più: una enormità.

Con una tale cifra la povertà si sarebbe dovuta eliminare (copyright M5S) e invece i numeri ci raccontano un’altra storia: nel 2008 le famiglie in povertà assoluta (dati Istat) erano 937mila per un totale di 2,1 milioni di persone; nel 2019 le famiglie in povertà assoluta erano aumentate di oltre il 78% attestandosi a 1,67 milioni mentre le persone sono schizzate a quasi 4,6 milioni (+117%). Pensare che il 2019 è stato uno degli anni record per i tassi di occupazione e per i redditi da lavoro. Invece, le famiglie in povertà relativa sono aumentate del 25% mentre le persone in povertà relativa di quasi il 36%.

A fronte di questi dati, drammatici per la collettività e le finanze pubbliche, si sarebbero dovute fare molte riflessioni: 1) anzitutto evitare di inventarsi altre forme di assistenza mentre, secondo il consuntivo Inps, il reddito di cittadinanza è costato nel 2020 circa 7,2 miliardi e più o meno la stessa cifra si dovrebbe spendere per il corrente anno a fronte di uno stanziamento previsto dalla legge di 8 miliardi circa per il 2020 e 8,3 miliardi dal 2021 in poi. A questa cifra occorre poi aggiungere dal maggio 2020 a fine 2021 almeno altri 2 miliardi per il reddito di emergenza. E invece è partito l’assegno unico universale per i figli (che però di universale ha praticamente solo il nome), con un costo presunto (a debito) di 4 miliardi: un assegno che si somma generosamente con il reddito di cittadinanza e con quello di emergenza; 2) in secondo luogo si sarebbe dovuto cercare di razionalizzare questa enorme spesa che nel 2020 ha quasi raggiunto quella pensionistica al netto dell’Irpef (circa 155 miliardi). Solo che quest’ultima è pagata da contributi di scopo, mentre i 144,7 miliardi di assistenza sono per metà a debito (che pagheranno quegli stessi giovani di oggi per i quali i politici si disperano) e per l’altra metà li pagano i contribuenti onesti o che non possono fare diversamente.

C’è però un terzo punto. Intelligenza vorrebbe che dopo vent’anni che se ne parla lo Stato si doti di una banca dati dell’assistenza, un’anagrafe che per codici fiscali evidenzi tutte le agevolazioni e i bonus di cui un soggetto o il suo nucleo familiare beneficia. Ma ancora non se ne parla, nonostante la proposta del 2001 e il jobs act del 2015. Eppure c’è nella maggior parte dei Paesi con welfare sviluppato. Sicché Regione, Comune o lo Stato stesso non sanno nulla di quali e quante prestazioni gode un soggetto. E in assenza di informazioni Regioni e Comuni erogano piccoli e grandi sussidi sempre agli stessi, che magari non sono i veri poveri perché questi ultimi non hanno certamente il conto corrente e quindi è difficile che ricevano le somme sulla social card.

Intendiamoci, la povertà c’è in tutti i Paesi e quindi anche da noi e dipende da molti fattori ma occorre un’analisi un poco meno superficiale per capirne le cause e dove è concretamente presente. Ad esempio la perdita del lavoro, che in Italia è tuttavia coperta dagli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione guadagni che lo scorso anno, in piena pandemia da Covid, ha sostenuto 7,2 milioni di lavoratori con quasi 5 miliardi di ore autorizzate (un record di tutti i tempi) e con la Naspi, la Discoll, i bonus per gli autonomi, altri milioni di lavoratori. Si dirà che è poco ma al bilancio pubblico il 2020 è costato quasi 160 miliardi di nuovo debito che qualcuno prima o poi dovrà restituire. Poi ci sono le povertà indotte da comportamenti non propriamente normali come la ludopatia, l’alcol dipendenza e le tossico dipendenze definite gravi che riguardano, sempre secondo l’Istat, circa 2,5 milione di persone; fossero capifamiglia con coniuge e figli il numero dei poveri assoluti e relativi raddoppierebbe, con riflessi gravissimi per i figli che molto probabilmente perpetueranno lo stato di “esclusi” dei padri.

In questi casi, lo possono capire tutti, elargire denari con molta probabilità alimenta la devianza e non risolve la povertà. Naturalmente per una certa politica è più facile, soprattutto porta più voti, distribuire soldi a pioggia anziché organizzare in tutte le regioni centri di assistenza sociale territoriali collegati al mondo del lavoro che prendano in carico queste persone e cerchino di toglierle dalla situazione di povertà anche, magari, con sanzioni sociali. L’unica attività davvero meritevole è quella messa in campo dalle Fondazioni di origine bancaria, che con l’associazione “Con i bambini” ha realizzato una serie di progetti contro la “povertà educativa” che senza dubbio è il problema in assoluto più grave dell’Italia; peggiore persino dei problemi del lavoro e della giustizia, ma del quale nessun politico o Governo parla. Diminuire la povertà educativa significa ridurre una gran parte di comportamenti devianti e spesso ai limiti della legalità e aumentare la cultura e la consapevolezza con l’effetto di generare una quantità di Pil maggiore di quanto le tante riforme previste possano fare. Ma per fare ciò ci vogliono persone preparate e intellettualmente oneste, che sappiano prendere anche decisioni impopolari (le sanzioni sociali a chi devia) e non tollerare tutto per non perdere consensi.
*Presidente di Itinerari Previdenziali

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