Gianfranco Viesti
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Pnrr e territori/ Locomotiva Centro Italia: adesso serve integrazione

di Gianfranco Viesti
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Giovedì 24 Giugno 2021, 01:33 - Ultimo aggiornamento: 01:42

Tira aria di ripresa economica, in molti territori italiani. Lo confermano i dati congiunturali, che consentono un certo ottimismo da parte del governo. Bene. Bene che queste tendenze caratterizzino soprattutto il Centro Italia, ripartito dopo essere stato pesantemente colpito dalle ricadute economiche della crisi covid: per la sua specializzazione sia nel terziario (turismo) sia nella manifattura (tessile-abbigliamento).

E bene che questa percezione si diffonda fra i cittadini e gli imprenditori, perché la sensazione di stare uscendo da questo terribile tunnel possa trasformarsi in comportamenti conseguenti. In una ripresa di consumi da parte delle non poche famiglie che possono permetterseli; ripresa della domanda interna indispensabile soprattutto per i territori meno industrializzati, anche del Centro, che hanno minor conforto dal commercio internazionale. In una ripresa degli investimenti, in macchinari e in assunzioni di personale, da parte delle imprese, soprattutto per avviare o rafforzare quei processi di transizione verde e digitale che caratterizzeranno l’Italia e l’intera Europa nei prossimi anni. Una percezione più positiva del futuro proprio in questi mesi è della massima importanza: lo stesso impatto della spesa del Piano di Rilancio sarà molto maggiore se esso sarà in grado di creare condizioni migliori, tangibili ma anche psicologiche, per l’investimento privato.

Ma queste percezioni positive devono essere accompagnate da un grande realismo nel cogliere e nell’affrontare i problemi assai rilevanti che ancora abbiamo. La ripresa non li risolve magicamente. Uno, in particolare. La crisi covid non è stata uguale per tutti: ha colpito di più le fasce più deboli della società e i più giovani e le imprese più piccole di molti comparti del terziario. Non è affatto escluso che nei prossimi mesi possano manifestarsene ancora le conseguenze: licenziamenti, chiusure delle imprese finora “congelate” dai sostegni. Questo significa che la ripresa dovrà essere il più possibile inclusiva, cioè coinvolgere il più possibile tutti i cittadini e tutti i territori italiani (riuscendo così anche ad essere più forte); e capace il più possibile di trasformare strutturalmente le nostre città e le nostre imprese. Il Piano di rilancio contiene molti interventi utili, declinati lungo linee strettamente settoriali, e senza particolari specificazioni della loro allocazione territoriale. La sua attuazione sarà decisiva: sarà molto importante “mettere insieme” le diverse linee settoriali in interventi il più possibile integrati a base territoriale, in tutti i territori italiani (e non solo quelli in condizioni più favorevoli per rispondere ai tanti bandi competitivi previsti dal Piano).

Facciamo alcuni esempi. Per il rilancio del Centro Italia contano le sue città, a partire da Roma e Firenze alle molte medie aree urbane. La componente M1C2 del Piano destina 6 miliardi ad interventi urbani per la messa in sicurezza del territorio, la sicurezza e l’adeguamento degli edifici, l’efficienza energetica e i sistemi di illuminazione pubblica, che si sommano ai 3,3 della componente M5C2 per la rigenerazione urbana nei comuni con più di 15.000 abitanti, ai 3,6 per il trasporto rapido di massa e a molte altre misure di rilevante impatto sulle città, per ulteriori molti miliardi. Ora il Governo dovrebbe allocare questo insieme di risorse in maniera territorialmente equilibrata e soprattutto stimolare (ed aiutare) le amministrazioni a presentare progetti integrati, molto più che opere singole. Allo stesso modo per il rilancio del Centro contano le connessioni fra i suoi centri e le città minori.

Il Piano destina 1,6 miliardi (componente M3C1) alle connessioni ferroviarie diagonali. Bene, anche se le cifre non sono certo enormi. E tuttavia nuove opere (specie se hanno tempi lunghi di realizzazione) non risolvono da sé i problemi della mobilità; i binari non sono come le strade, non basta costruirli per veder correre i treni. E’ la disponibilità di servizi regolari e di qualità accettabile a fare la differenza: per questo è essenziale che le regioni del Centro siedano insieme, fra loro e con Ministero, per disegnare e finanziare i nuovi collegamenti, con una collaborazione orizzontale e verticale che in tutto il Paese è stata molto debole sinora. Ancora, per il rilancio della manifattura (si pensi alle Marche, ma lo stesso vale per le altre regioni) sono necessari processi di innovazione ben più intensi di quelli degli ultimi venti anni. Il Piano destina nella componente M4C2 oltre 6 miliardi per strutture di interfaccia fra ricerca e impresa, che possono essere importanti proprio per diffondere l’innovazione. Il loro disegno sarà cruciale: perché abbiano capacità, massa critica e presenza in tutto il Paese (e non solo dove le imprese sono già più grandi e forti), magari scavalcando i confini regionali. Occorrerà progettarle, e farsele finanziare.

Le implicazioni finali di questo ragionamento vanno nello stesso verso. Le amministrazioni regionali e locali, del Centro come di tutto il paese, dovranno necessariamente collaborare di più fra loro, su dossier molto concreti. Ma il Governo nazionale ha una responsabilità politica fondamentale: il Piano non deve essere una gara, in cui ognuno (i Ministeri come le amministrazioni locali) corre per sé per scrivere o vincere i bandi: sarà indispensabile un’integrazione interministeriale molto maggiore rispetto al passato, e soprattutto un atteggiamento molto più collaborativo fra centro e periferia, in entrambi in sensi.
 

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