Gianfranco Viesti
Gianfranco Viesti

Nodo burocrazia/ Pnrr in ritardo in un Paese che deve ripartire

di Gianfranco Viesti
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Mercoledì 6 Aprile 2022, 00:02

Le drammatiche vicende ucraine non devono impedirci di continuare a riflettere sull’Italia. segue dalla prima pagina. Anzi, proprio i cambiamenti che saranno necessari in seguito agli sconvolgimenti delle ultime settimane suggeriscono di farlo con impegno ancora maggiore. Un tema emerge con grande rilevanza: come il Mezzogiorno può contribuire allo sviluppo economico e alla transizione energetica italiana e come e quanto il Pnrr è in grado di favorirlo. Le analisi che abbiamo non sono confortanti; un’iniziativa politica, in particolare della Presidenza del Consiglio, sembra necessaria.


Sulla base di una dettagliata relazione predisposta dal Dipartimento per le politiche di coesione (9 marzo), la Svimez esprime argomentate preoccupazioni sulla possibilità che si realizzino effettivamente tutti gli interventi previsti dal Pnrr nel Sud. Non è certo una sorpresa: poco meno di un anno fa su queste colonne fu illustrato come e perché questo sarebbe potuto accadere. Le cause sono principalmente tre: a) la mancanza di chiari indirizzi politici nel Pnrr, che non disegna alcuna missione per il Sud a vantaggio dell’economia nazionale, né tantomeno contiene criteri precisi e vincolanti per sanare il grave squilibrio nelle dotazioni di infrastrutture e nella disponibilità di servizi, per i cittadini e per le imprese, a danno del Sud; prevede in larga misura gare competitive (bandi) fra gli enti locali per accedere alle risorse; b) la circostanza, che emerge con assoluta chiarezza dalle 154 pagine della relazione, che ciascun Ministero sta adoperando i criteri e le modalità che ritiene più opportune per territorializzare gli interventi, rispettando o meno quella generale clausola di destinazione del 40% al Mezzogiorno prevista dalla normativa, senza alcun coordinamento della Presidenza del Consiglio; c) la grande debolezza degli enti locali del Sud, che rende più difficile sia predisporre progetti per i tantissimi bandi sia poi avanzare con le opere: recenti rapporti della Banca d’Italia ci ricordano ad esempio che il numero di dipendenti dei grandi comuni del Sud (per centomila abitanti) è sceso da 120 a 66 fra il 2008 e il 2019 (è 97 nel Centro-Nord) e che i tempi per la realizzazione di opere pubbliche al Sud sono ancora maggiori rispetto alla già elevata media nazionale. 


In questo quadro bene fanno il Dipartimento a documentare e la Svimez a portare all’attenzione dell’opinione pubblica: la partita si gioca anche su tante specifiche decisioni (come quella, recente e immotivata, del Mur di non rispettare il vincolo del 40% nel bando per i progetti di ricerca di interesse nazionale) che occorre monitorare e per quanto possibile correggere. Ma la difesa formale dei paletti del 40% non porta lontano; e con tutta probabilità non sarà sufficiente per ottenerlo. 


Sarebbe invece opportuno ribadire perché investire a Sud è così importante per l’interesse dell’intero paese, e spiegare che cosa si può concretamente fare per realizzare questi interventi. Una delle possibili, fondamentali, risposte (ma non certo la sola) è che il Sud è la chiave di volta per quella transizione energetica nazionale, resa ancor più indispensabile dalle vicende ucraine. E’ al Sud che si potrà e si dovrà installare quella filiera economica delle energie rinnovabili, e delle apparecchiature e tecnologie per realizzarle, che ci potrà consentire non solo di ridurre le emissioni ma anche di avvicinarci ad una maggiore indipendenza e sicurezza negli approvvigionamenti. Questo dovrebbe raccontare, con convinzione, il governo agli italiani; e così dovrebbe motivare scelte precise, dentro e fuori il Pnrr, per raggiungere l’obiettivo. Non sono fantasie: lo dimostra il recentissimo annuncio dell’investimento di 600 milioni dell’Enel per la produzione fino a 3.000 megawatt di pannelli solari all’anno a Catania, che si aggiunge a quello della svedese Midsummer a Bari.
Non si tratta di cambiare il Pnrr ma di attuarlo con un preciso indirizzo politico.

Così, si dovrebbero integralmente destinare al Mezzogiorno le risorse di alcune misure coerenti con questo obiettivo: il miliardo previsto per impianti per rinnovabili e batterie, i 750 milioni dei contratti di sviluppo e il miliardo degli accordi per l’innovazione, con precisa destinazione alla transizione energetica (specie considerando che solo una quota marginale dei ben 13,5 miliardi della misura Transizione 4.0 ricadrà nel Mezzogiorno); ma anche i 675 milioni per gli impianti energetici innovativi (che pare escludano del tutto il Sud), una quota largamente prevalente dei 2,2 miliardi per le comunità energetiche nei piccoli comuni, dei nuovi impianti per bio-metano, dei parchi agrisolari; delle attività di ricerca e delle prime realizzazioni nel campo nell’idrogeno. Fuori dal Piano pare indispensabile un intervento nazionale, con interventi di semplificazione per le comunità energetiche (che al Sud sono di fondamentale importanza), e di affiancamento e stimolo ma anche di utilizzo di poteri sostitutivi come recentemente fatto dal Governo per l’autorizzazione di nuovi impianti: nel Sud c’è la grande maggioranza dei progetti in attesa dei permessi (in Italia per 95 gigawatt, negli ultimi anni ne sono stati realizzati solo per 0,8 gigawatt all’anno): per metà solo in Molise, Puglia e Basilicata.


Le burocrazie ministeriali dovrebbero con maggiore coerenza rispettare i vincoli di legge e gli Enti Locali del Sud fare in pieno la loro parte nella progettazione e realizzazione: su tutto questo sarà viva l’attenzione. Ma il successo del Pnrr al Sud – e quindi nell’intero paese – è nelle mani del governo, ed in particolare del Presidente del Consiglio; non dipende tanto da piccoli accorgimenti tecnici, ma da poche, chiare, grandi scelte politiche.

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