Paolo Balduzzi
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Privilegi fatali/ L’iceberg delle pensioni che può farci affondare

di Paolo Balduzzi
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Mercoledì 27 Ottobre 2021, 23:58

Le pensioni in Italia sono come un iceberg. Innanzitutto, perché entrambi hanno una dimensione enorme: la spesa annuale per pensioni in Italia è di circa 300 miliardi di euro, il 50% in più dei 190 miliardi di euro del Recovery fund. Che, però, verranno spesi nell’arco di cinque anni. Nello stesso periodo, in Italia, si spenderanno 1.500 miliardi di euro in pensioni. Una cifra talmente elevata da non sembrare nemmeno vera. 
Secondo, sia iceberg sia pensioni sono visibili solo in parte, mentre il resto è nascosto. Nel dibattito pubblico sulla previdenza, infatti, ci si occupa solo degli elementi più visibili e politicamente sensibili: le possibilità di uscita anticipata, le storie personali, i casi particolari. Che hanno naturalmente il loro valore, non lo si nega. Ma così si perde la visione d’insieme. Come, ad esempio, il fatto che su circa 60 milioni di italiani, ben 16 ricevono ogni mese 23 milioni di assegni pensionistici, finanziati da soli 23 milioni di occupati. 


Sono numeri che, almeno a grandi linee, bisognerebbe ricordarsi. Perché se è giusto provare a venire incontro a quei lavoratori a fine carriera con esigenze particolari (un lavoro usurante, una carriera cominciata prestissimo), bisogna stabilire dei principi generali cui attenersi. E, arrivando al dibattito di questi giorni, il primo principio cui attenersi deve essere il seguente: il sistema previdenziale funziona con la logica contributiva; vale a dire: le pensioni si devono ripagare da sole. Naturalmente, ciò che sindacati e alcuni politici chiedono è proprio il contrario: mantenere “Quota 100” ed evitare il ritorno alle regole della riforma Fornero. Che, peraltro, è vittima di uno dei più grossi equivoci della storia previdenziale e politica del nostro paese. Equivoco alimentato dall’ignoranza o dalla malafede di tanti e che consiste nel fatto che essa richiederebbe troppi sacrifici a lavoratori e pensionati. Non è così. 

Il principio della logica contributiva non è stato tracciato nel 2011 dalla riforma Fornero ma nel lontano 1995 dalla riforma Dini. È un principio che può anche non piacere, ovviamente. Ma che è presente nel nostro ordinamento previdenziale da ormai 25 anni e mai davvero compreso a causa di una fase di transizione esageratamente lunga. Il principio, se utilizzato per uscire dall’impasse di queste ore, funzionerebbe così. Se tutti i lavoratori accettassero di avere una pensione contributiva al 100%, non ci sarebbe affatto bisogno di altre misure. Chiunque, dopo una certa età (57? 60?) potrebbe decidere di andare in pensione quando lo desidera. È la logica che già regola le pensioni di chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995, che è già utilizzata da tempo per “opzione donna” e che, provocatoriamente ma non troppo, dovrebbe essere concessa a chiunque.

Se i lavoratori vicini alla pensione volessero invece mantenere la loro pensione mista (retributiva fino al 2011, contributiva solo dopo), allora dovrebbero accettare penalizzazioni. Oppure aspettare un po’ più a lungo prima di ottenere il beneficio. Certo, lo stato in questo modo si rimangerebbe la sua promessa. Ma è una promessa fatta decenni fa e di cui l’attuale legislatore non può essere ritenuto responsabile. Inoltre, sarebbe anche il caso di finirla con la storia dei diritti acquisiti ora e per sempre.


È una logica alimentata dalla Corte costituzionale nel corso degli anni ma che oggi non regge più, perché finalmente il vincolo di bilancio, cioè l’impossibilità di accumulare deficit su deficit, è dal 2014 anch’esso principio costituzionale da rispettare. Il secondo principio che andrebbe subito applicato dovrebbe essere quello della stabilità delle regole. È una questione di equità: cambiare periodicamente normativa, meccanismi di anticipo e altre agevolazioni non fa che introdurre disparità di trattamento sempre più numerose e sempre più inaccettabili. L’ultimo principio è quello della realtà. In campo previdenziale, perlomeno in un contesto di elevata spesa come quello del nostro Paese, non si può avere tutto. Quel tutto lo hanno già avuto coloro che sono andati in pensione con regole retributive molto generose, che permettevano, pagando pochi contributi, di avere una pensione elevata e per molti anni. 

Ora non ce lo possiamo più permettere. O meglio, non ce lo potevamo permettere nemmeno prima, sia chiaro: ma l’illusione del debito pubblico ha permesso di trasferire nel tempo il problema. Quel futuro distante in cui i nodi sarebbero venuti al pettine è arrivato. Ora i problemi vanno affrontati e risolti. Come si spiega allora tutto questo accanimento contro la riforma Fornero? Forse si può cercare di capire la politica. Far intravedere a qualcuno la punta dell’iceberg, cioè la possibilità di andare in pensione prima, permette qualche voto in più, sperando siano in pochi a ricordarsi che sott’acqua si accumula una spesa maggiore da ripagare. 

Ma i sindacati? Chi rappresentano i sindacati? Dovrebbero essere felici di non far ulteriormente gravare sulle spalle dei lavoratori, in particolare quelli più giovani, il peso di un sistema pensionistico più generoso. E invece minacciano lo sciopero. Le pensioni in Italia sono come un iceberg, quindi. Ed entrambi, se sottovalutati, rischiano di far affondare la nave.

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