Alberto Brambilla

L'uscita dal lavoro/ Tutti i nodi da sciogliere per archiviare la Fornero

di Alberto Brambilla
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Sabato 23 Ottobre 2021, 00:05

Entro fine anno scade Quota 100, il provvedimento voluto dalla Lega per introdurre quella flessibilità in uscita dal mondo del lavoro, prevista dalla legge Dini del 1995, e che esiste in tutti i Paesi avanzati ma che la riforma Monti-Fornero del 2011 aveva pressoché annullato. Secondo le ultime dichiarazioni, il governo prevede di sostituire Quota 100 con Quota 102 nel 2022 e Quota 104 nel 2023 per poi rientrare nell’anno successivo nel solco della Monti-Fornero. 
Quindi non un provvedimento organico che risolva i tre principali punti critici della Monti-Fornero, ma solo un ritocco. Opzione comprensibile visti i tanti, troppi problemi che questo governo deve risolvere, ma che nei fatti rinvia la sistemazione definitiva del tema pensionistico in piena continuità, va detto, con i governi che si sono succeduti dal 2011. I quali, anziché sistemare le criticità della Monti-Fornero, hanno fatto ogni anno una serie di provvedimenti che hanno reso di difficile comprensione la normativa consentendo a circa 900 mila lavoratori di pensionarsi con regole ante riforma ad età molto basse. 
Giusto per ricordare: ben nove sono le salvaguardie, di cui le prime due realizzate dal governo Monti dopo pochi mesi dal varo della riforma, quindi l’Ape sociale, i precoci e i lavori gravosi.

Una giungla di regole che le riforme Amato e Dini avevano eliminato. Risultato, nel 2019 l’età effettiva di pensionamento in Italia per vecchiaia, anzianità e invalidità previdenziale è stata di 62 anni e 8 mesi per i maschi e 61 anni e 9 mesi per le donne. Come la Spagna, ma al di sotto della media europea nonostante l’Italia sia tra i Paesi con la più alta aspettativa di vita. 
Tuttavia Quota 102 (64 anni d’età e 38 di contributi) potrebbe rappresentare un buon punto di caduta per il nostro sistema pensionistico perché, almeno in parte, eliminerebbe la rigidità introdotta dalla Monti-Fornero, che ha imposto due canali di uscita: 67 anni d’età anagrafica con 20 anni di contributi o 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva, un anno in meno per le donne. Peraltro, analizzando le circa 400 mila richieste di Quota 100 fatte tra il 2019 e il 2021, emerge che l’anticipo è stato in media di 2-2,5 anni, circostanza che porta l’età media di pensionamento di Quota 100 proprio a 64 anni e qualche mese e a 38 anni di contributi: esatta conferma di Quota 102, che nei fatti soddisfa quindi le esigenze dei lavoratori che hanno privilegiato un anticipo meno “spinto”, molto probabilmente per avere un effetto negativo minore sull’importo dell’assegno pensionistico.
Occorre infatti precisare che nel 2022 oltre l’85% di coloro che andranno in pensione sono nel cosiddetto regime misto con una quota contributiva che, iniziata nel gennaio del 1996, significa avere oltre il 65% della pensione calcolata con il metodo contributivo; poiché l’importo della pensione dipende molto dall’età anagrafica al momento del pensionamento, prima si accede alla rendita minore sarà l’importo, non per penalizzazioni - come sostiene qualcuno - ma semplicemente perché si beneficia della pensione per più anni. È invece sbagliato il seguito della proposta governativa, cioè Quota 104 dal 2023 e il successivo ritorno alle regole Monti-Fornero. 


Infatti si rischierebbe di riproporre gli errori di quella riforma creando uno “scalone” che per 5 anni bloccherebbe l’accesso alla pensione a moltissimi lavoratori. Occorrono infatti almeno 18 mesi tra un incremento e il successivo per poter consentire a quelli bloccati nel passaggio da 62 a 64 anni (da Quota 100 a Quota 102) di poter andare in pensione. Se proprio si volesse aumentare il requisito, cosa peraltro non necessaria, si dovrebbe farlo dopo 18 mesi e non dopo un anno.
Per dare un giudizio sintetico ma efficace, si può promuovere Quota 102 e bocciare, invece, Quota 104. Ciò che lascia stupiti è che la discussione politica verta esclusivamente sul numero di anni di anticipo e sulle formule per accedere con anticipo alla pensione. Solo per citare un esempio, si pensi alle svariate proposte di inserimento di determinate attività lavorative tra i lavori “gravosi”, mentre risulta totalmente assente nel dibattito politico e sindacale un tema cruciale per il nostro sistema pensionistico: l’equiparazione delle regole di pensionamento previste per i cosiddetti contributivi puri (quelli che hanno iniziato a lavorare dopo il gennaio 1996) e le giovani generazioni a quelle degli altri lavoratori. Per poter accedere alla pensione di vecchiaia anticipata, i contributivi devono aver maturato una rendita pari almeno a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale (circa 1.300 euro), diversamente si passa ai 67 anni della vecchiaia ma anche qui devono aver maturato un assegno pari almeno a 1,5 volte quello sociale: in breve, se non si raggiunge questo risultato, si dovrà lavorare fino a 71 anni e più. 


Inoltre, considerando che il metodo contributivo non prevede un’integrazione al trattamento minimo, di cui oggi beneficia circa il 25% dei pensionati (tra integrazione al minimo e maggiorazione sociale) e le cui pensioni attuali sono pagate proprio dai contributi e dalle imposte di questi lavoratori, per motivi di equità intergenerazionale occorrerebbe prevedere le stesse modalità anche per “contributivi puri”, su valori tra 517 e 654 euro al mese sulla base della pensione a calcolo e degli anni lavorati.
Quanto ai lavori gravosi, intanto sarebbe necessario che finalmente politica, sindacati e aziende provvedano, come già accade in molti Paesi avanzati, a organizzare il mercato del lavoro e la vita del lavoratore in modo che oltre una certa età non si lavori più su ponteggi, vicino ai forni, su mezzi pesanti e così via, prevedendo impieghi più consoni all’età: è l’invecchiamento attivo che per il nostro Paese sarà fondamentale per garantire occupazione e crescita. E poi, perché mettere a carico della collettività tutte le persone che non sono più reimpiegabili attraverso complesse formule di Ape sociale o lavori gravosi? Esistono i fondi di solidarietà che hanno funzionato benissimo per le poste, i trasporti, le banche e le assicurazioni; ce ne sono 13 più oltre 105 fondi bilaterali per la formazione (spessissimo inutile).
In conclusione, governo e parti sociali usino questo “terzo pilastro” di integrazione al reddito privato, consentendo ai lavoratori l’accesso anticipato con 62 anni di età e 35 di contributi (quota 97) prevedendo però anche qualche lavoro socialmente utile per limitare le tentazioni verso il sommerso. Così il sistema sarebbe sostenibile e per dieci anni non ne se parlerà più. 


Presidente Itinerari Previdenziali

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