Paolo Balduzzi
Paolo Balduzzi

Giovani e anziani/ Il sacrificio di tutti per ridurre la spesa

di Paolo Balduzzi
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Giovedì 9 Novembre 2023, 00:01

Nel paese dei molti pesi e delle molte misure, non può passare inosservata la reazione dei sindacati alla notizia che, per omogeneità con gli altri lavoratori del settore pubblico, i rendimenti dei contributi previdenziali di medici, infermieri, insegnanti e dipendenti pubblici locali subiranno un ribasso. In pochi giorni, infatti, è stato organizzato uno sciopero specifico della categoria dei medici (il prossimo 5/12), mentre in tutte le manifestazioni già in programma verrà aggiunta anche “la politica pensionistica del governo” come parola d’ordine e tema di richiamo. Insomma, l’ennesimo autunno caldo voluto da dei sindacati che, giustamente, fanno il loro mestiere: difendere i lavoratori e i pensionati nei diritti che hanno acquisito nel corso della loro vita. Peccato, tuttavia, che tale appassionata, coinvolta, decisa partecipazione non si noti, né si sia notata in passato, quando le riforme pensionistiche non riguardavano lavoratori già anziani ma soprattutto quelli giovani. Esemplare, anche se ormai troppo lontana nel tempo per essere apprezzata da tutti, la facilità con cui nel 1995 venne approvata la riforma Dini. Una riforma importante, sia chiaro, che ha rivoluzionato le regole previdenziali. E che ha costretto il paese a fare i conti con la realtà: cioè con un cambiamento di condizioni macroeconomiche e demografiche che non rendevano sostenibile, già trent’anni or sono, il nostro sistema pensionistico.

Peccato che l’unico modo per far passare questo argomento fu quello di scaricare i costi sulle generazioni più giovani, cioè su chi non aveva ancora cominciato a lavorare. Blande le conseguenze invece su chi lavorava già, ma da meno di 18 anni, e addirittura nulle sui lavoratori più anziani. Sono dettagli che vale la pena di ricordare, perché fu proprio in quel periodo che maturarono i rendimenti che ora vengono toccati. Anche la Svezia, nel 1997, introdusse una pensione identica a quella Dini; tuttavia, lì si ebbe la saggezza di applicare le stesse regole a tutti, indipendentemente dagli anni di lavoro maturati.

Pesi e misure diverse, invece, in Italia. Al di là dei contenuti specifici dell’intervento governativo, che ovviamente potranno essere rivisti, corretti, modificati, smussati per rendere questa transizione la meno traumatica possibile per i diretti interessati, è importante che venga mantenuto il principio dell’intervento, e cioè che tutti devono essere corresponsabili e coinvolti nella riduzione della spesa pensionistica.

Non dovrebbe poi essere così difficile visto che i margini sono enormi: nel 2024 si prevedono infatti 340 miliardi di euro di spesa previdenziale su 1080 miliardi di spesa totale. Non ci sono errori di stampa, le cifre e le unità di misura sono corrette: oltre il 30% di spesa pubblica è spesa pensionistica, tanto da far pensare come faccia lo Stato, con i pochi euro che rimangono, a occuparsi di tutto il resto: sanità, istruzione, assistenza, trasporti, giustizia, etc.. Un vero e proprio miracolo di cui troppo spesso ci dimentichiamo, distratti da certi mezzi di comunicazione o da certa politica che si concentrano su sprechi ridicoli ma molto visibili. Mantenere dunque la barra dritta sull’equità previdenziale, come il governo sta facendo, avrebbe anche un altro effetto. C’è da scommettere che una norma del genere porterà a ricorsi e ci sarà dunque la possibilità che qualche giudice interpelli la Corte costituzionale. I precedenti, al momento, sono piuttosto omogenei e orientati alla difesa dei diritti acquisiti. Tali precedenti, però, dal 2014 devono fare i conti con un nuovo principio costituzionale, vale a dire quello dell’equilibrio di bilancio. Come si comporterà la Corte? La speranza è che sarà la volta buona per aggiornare la tradizione delle sue sentenze. Ma soprattutto, anche quella di cominciare un nuovo capitolo della storia pensionistica di questo paese.

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