Francesco Grillo
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Stabilità e sostegni/ Come la Ue può favorire la crescita dei Paesi membri

di Francesco Grillo
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Martedì 26 Ottobre 2021, 00:01

ll patto di stabilità è stupido, ma necessario. Servirebbe uno strumento più intelligente, ma nessuno ha l’autorità per cambiarlo». È una delle citazioni più famose della recente storia europea, perché nell’ottobre del 2002 a pronunciare quelle parole fu il presidente di una Commissione Europea arrivata al suo apogeo. L’Unione Europea stava per celebrare il suo “allargamento” più imponente (portando i propri membri da quindici a venticinque) e la firma di una vera e propria Costituzione a Roma; mentre, appunto, dodici dei propri Stati membri avevano rinunciato alle proprie monete nazionali per rendere irreversibile il processo sognato da tre esuli a Ventotene. 

Eppure fu Romano Prodi a ricordare che quella costruzione era resa fragile da un patto che non aveva alternative. Vent’anni dopo e dopo tre grandi crisi economiche e finanziarie, è arrivato il momento di completare un grande progetto. Anche perché l’autorità ce la fornisce la Storia arrivata ad un bivio decisivo.
La stupidità del patto adottato nel 1997 (e riformato nel 2005 e nel 2011) consisteva nel fatto che esso si era rilevato, paradossalmente, poco compatibile con entrambi gli obiettivi per i quali era stato stipulato. Gli effetti sulla crescita di dover evitare come singolo Paese di superare un certo valore predefinito (3%) nel rapporto tra deficit pubblico e Pil, sono evidenti.

Negli anni “cattivi” di contrazione del Pil (cioè del denominatore del rapporto che, dunque, peggiora) il patto produce una pressione a diminuire la spesa pubblica e ciò può trasformare una recessione temporanea in una depressione di lunga durata; al contrario, negli anni “buoni”, un aumento del tasso di crescita diminuisce l’incentivo a ridurre debiti pregressi, proprio nel momento in cui se ne può tentare un rientro. Il risultato è quello sintetizzato dal grafico che accompagna l’articolo: nel 2019 - l’anno prima della pandemia e della sospensione del patto – 15 dei 19 Paesi euro avevano peggiorato il rapporto tra debito pubblico e Pil rispetto al momento in cui il patto entrò in vigore (2000) e più della metà non rispettavano l’obiettivo di dover progressivamente abbassare quel rapporto sotto il 60%. Paradossalmente i nove Paesi dell’Unione rimasti fuori dalla zona euro, avevano contenuto meglio la spesa pubblica. 

Eppure, come notò lo stesso Prodi, di un patto l’euro aveva bisogno. L’esperimento mai tentato prima (e stroncato da tutti i premi Nobel per l’economia – da Milton Friedman a Paul Krugman, anche se per ragioni opposte) di avere un’unica banca centrale per Paesi che conservano autonomia fiscale, è naturalmente poco stabile: forti sono le tentazioni del singolo governo di spendere (per conquistare consenso) creando sulla Banca comune la pressione a monetizzarne il debito e scaricandone il costo sui propri partner. Talmente forti sono queste pressioni che non ha torto Klaus Regling, l’amministratore delegato del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), quando, in una recente intervista, difende il patto che lui stesso negoziò per la Germania. Nel 2005 e nel 2011, i termini dell’accordo furono modificati, per renderli più stringenti e adattarli a ciascun Paese. Le regole sulla definizione degli obiettivi di stabilità sono però affidati ad un “codice di condotta” che usa algoritmi così complessi che il Ministero dell’Economia vi dedica articoli scientifici per interpretarlo. 

Quale potrebbe essere allora un approccio strategico per trasformare quel patto – sospeso da un anno e mezzo e che sarà riattivato come anticipato dai vincitori delle elezioni tedesche - in uno strumento più intelligente? Capace di orientare i governi verso una crescita che non scarichi oneri finanziari o ambientali sulle generazioni future? Più conoscibile dai cittadini che di un progetto di crescita devono far parte?
Un’idea potrebbe essere quella di rovesciare la logica del patto di stabilità e crescita: mentre quell’accordo prevede che gli Stati acquisiscano margini di flessibilità per rispondere a crisi economiche o per fare investimenti che non si ripetono nel tempo, una sua ristrutturazione potrebbe, al contrario, spostare a livello europeo la responsabilità di rispondere a improvvisi shock che investono l’intera Unione (come quello pandemico) e, progressivamente, anche quella di realizzare gli investimenti necessari per accrescere il potenziale di crescita di lungo periodo dei Paesi (e in particolar modo quelli che sono più indietro).

In questa logica, si sposterebbe all’Unione non solo il finanziamento (come è successo con il dispositivo Sure finalizzato a ridurre gli effetti negativi dell’epidemia sul mercato del lavoro) ma la gestione di ammortizzatori in grado di raggiungere cittadini messi in difficoltà da una crisi improvvisa. Ma anche la responsabilità diretta di intervenire su infrastrutture fisiche (alta velocità, metropolitane) e digitali (la realizzazione dello stesso “Cloud”) capaci di far crescere tutti di più e in maniera meno diseguale. Si tratterebbe di “rendere permanente il Next Generation EU” ma cambiandone modalità di gestione - sarebbe la Commissione a intervenire direttamente – e gli obiettivi. Un passo avanti verso l’integrazione che oggi si può osare. Accettando che una logica di questo genere può funzionare solo se accettiamo di cambiare l’organizzazione della Commissione, il suo budget, i meccanismi con cui si decide e si risponde ai cittadini.

La visione è di tornare a quelli che furono i motivi che portarono alla geniale decisione di Delors di cercare l’integrazione politica partendo da quella monetaria: un’unione monetaria che non unisca le politiche fiscali non è sostenibile e, proprio per questo motivo, essa può sopravvivere solo se i governi cedono l’ultimo pezzo di potere (appunto quello delle tasse e della spesa pubblica) che ci separa dall’integrazione. Per farlo si potrebbe cominciare portando a livello europeo la responsabilità di rispondere alle crisi e di guidare modernizzazioni che superano la capacità di Stati concepiti per un altro tempo.

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