Ottimismo al potere/ Se i conti dello Stato ignorano l’emergenza

Giovedì 19 Novembre 2020 di
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Solo poche settimane fa, quando il governo ha presentato il Documento programmatico di bilancio (Dpb), nei palazzi della politica era diffuso un forte ottimismo rispetto alla ripresa economica ormai imminente. I dati estivi erano confortanti, questo è vero. E addirittura si prospettava di rivedere in meglio le previsioni sulla recessione del 2020. 

Tuttavia, bastava guardare a quello che ancora accadeva nel mondo e nella stessa Europa per capire che una seconda ondata del virus non ci avrebbe risparmiati. Ci siamo illusi di aver fatto tutto ciò che andava fatto. E di averlo peraltro fatto bene. Si viveva insomma come se il peggio fosse ormai passato. Un atteggiamento normale per il comune cittadino, specialmente se uscito dal primo lockdown con gravi perdite economiche. L’errore è stato però di trasformare l’ottimismo in illusione che ormai la strada fosse tutta in discesa. Un errore già evidente proprio nei primi documenti che anticipavano la legge di bilancio, vale a dire la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Nadef) e, appunto, lo stesso Documento programmatico di bilancio. Ne emergeva infatti una strategia che dava per scontata la ripresa economica e che predisponeva una serie di interventi proprio per cavalcare un ciclo che si prevedeva positivo nei prossimi anni. 

Ho già avuto modo di criticare questo approccio, ritenendolo da un lato troppo ottimistico e dall’altro poco ambizioso. Troppo ottimistico perché si basava su uno scenario di piena ripresa, relegando lo scenario di recrudescenza del virus a poche e scarne righe; poco ambizioso perché con la potenza di fuoco messa a disposizione dai finanziamenti europei e dalla sospensione del Patto di stabilità, si puntava a tassi di crescita certo sopra la media per il nostro Paese ma sostanzialmente pari a quelli che gli altri Paesi europei sperimentavano prima del 2020. Osservazione, quest’ultima, che combacia con quella espressa proprio ieri dal vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis.

La Commissione, infatti, pur approvando il budgetary plan dell’Italia, ricorda al nostro e ad altri Paesi come gli interventi che saranno finanziati nei prossimi anni, molti dei quali in deficit, dovranno stimolare la crescita economica, non solo cavalcarla. E definisce una linea precisa tra ciò che dovrà essere solo misura temporanea (l’aumento del debito pubblico) e ciò che al contrario dovrà diventare misura strutturale.

Di proposte, da questo punto di vista, ne ho fatte ormai parecchie: investimenti per aumentare la produttività del lavoro, riforma della pubblica amministrazione, riforma della giustizia civile e amministrativa, misure shock per l’istruzione e la ricerca. È una di quelle volte in cui non si è affatto contenti di aver avuto ragione: nelle ultime settimane l’intera nazione sta per sperimentare un nuovo lockdown, ci siamo accorti che le terapie intensive in tutta Italia saranno presto sotto stress, non troviamo medici per le nuove strutture, continuiamo a veder esplodere focolai nelle residenze per anziani. Il disegno di legge di bilancio, bollinato proprio ieri dalla Ragioneria generale dello Stato (Rgs), sembra non essersi accorto di tutto questo. È nato già vecchio, verrebbe da dire. E benché con la bollinatura sia arrivata la notizia della costituzione presso il Ministero dell’economia di un Fondo di 120 miliardi in tre anni per anticipare le risorse del Recovery Fund, permane inspiegabile l’incertezza sull’utilizzo del Mes.

Sia chiaro: si tratta sempre di debito che andrebbe ripagato. Ed è giusto pensarci bene. Ma i casi sono tre. Primo: si dimostra che il Paese quegli stessi soldi li può prendere a prestito a tassi inferiori, ma questo non è vero e quindi non si può. Secondo: si dimostra che invece quei soldi non servono; ma ogni medico, infermiere o malato può assicurare che al contrario ce n’è un dannato bisogno. Terzo: si conclude che questa è l’ennesima prova dell’impreparazione del nostro legislatore. Che infatti ha passato gli ultimi dieci giorni a cercare in emergenza risorse per i cosiddetti ristori quando avrebbe avuto tutto il tempo di programmarli prima. La Banca d’Italia, nelle sue Statistiche sul fabbisogno e il debito della finanza pubblica presentate pochi giorni fa, ci annuncia l’ennesimo record del debito italiano, pari a 2583 miliardi di euro. Non è affatto il debito che ci deve fare paura. Sono invece le prospettive di crescita strutturale, perché non ci sono. Sono le visioni di lungo periodo, perché mancano. È l’ambizione di avere un governo che progetti e programmi, perché invece il nostro preferisce concentrarsi su bonus, misure una tantum, decreti di emergenza. È, in breve, il destino del nostro Paese. Perché sembra riposto in mani impreparate.

Ultimo aggiornamento: 00:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA