Paolo Balduzzi
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Ricorso al deficit/ La riduzione della spesa che manca nella manovra

di Paolo Balduzzi
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Sabato 30 Ottobre 2021, 00:12 - Ultimo aggiornamento: 31 Ottobre, 00:35

Nasce la prima legge di Bilancio del governo Draghi. Approvato (con tanto di applauso) il disegno di legge da parte del Consiglio dei ministri, ora la discussione si sposta in parlamento, dove, c’è da scommetterci, non mancheranno i tentativi di cambiarla. Anzi, già si respira un clima da bagarre. Vuoi l’ampiezza della coalizione di maggioranza, che richiederà qualche sforzo aggiuntivo per accontentare tutti; vuoi, soprattutto, l’ampiezza degli spazi finanziari a disposizione, grazie alla sospensione delle regole del patto di stabilità: la previsione è che il governo avrà un gran daffare a mantenere stabile l’impianto della sua proposta. Che, peraltro, bisogna ammettere essere di matrice finalmente espansiva. 

Il taglio delle imposte c’è, almeno sulla carta. Le risorse anche: 8 miliardi per tagliare Irpef e Irap, altri 4 per procedere al riordino di sconti fiscali; in totale, 40 miliardi nel triennio di riferimento. Ci sono gli investimenti, ci sono gli incentivi all’occupazione, specialmente giovanile e femminile. C’è un impegno tangibile, non solo a parole, per la parità di genere. C’è la volontà di tenere sotto controllo la spesa previdenziale, senza cedere alle (incomprensibili) richieste sindacali e alle (comprensibilissime) tentazioni elettorali di parte della maggioranza. Eppure, il giudizio su questa legge di Bilancio non può essere totalmente positivo. 

E, forse anche più che in passato, ci si augura che i prossimi due mesi portino a correggere gli errori o le debolezze contenute nella proposta governativa. Cominciamo proprio dalle pensioni. L’ennesima variazione della normativa (da quota 100 a quota 102) è probabilmente necessaria per rendere il ritorno alla legge Fornero più accettabile, ma è anche finanziariamente impegnativa. E stride con i messaggi del premier a favore dei giovani. Che sono sempre stati abituati dal legislatore a ricevere ricchissime parole di incoraggiamento ma pochi soldi. Ogni euro concesso senza motivo agli anticipi pensionistici è un euro tolto a loro. È il caso dell’ape social, l’anticipo pensionistico previsto per i lavori gravosi e usuranti. Si tratta di un principio sacrosanto: i lavori usuranti accorciano l’aspettativa di vita di un lavoratore ed è quindi giusto che questi possa godere di una vita pensionistica paragonabile ai lavoratori più fortunati.

Ma, come del resto si temeva, il lavoro della commissione apposita ha allungato l’elenco dei lavori ammessi, fino a comprenderne alcuni che, di usurante, hanno solo l’effetto sul grado di sopportazione dei giovani contribuenti. Per quanto riguarda il taglio delle imposte, le risorse ci sono. Il problema è che al momento manca una chiara indicazione su come e dove i tagli debbano essere effettuati. È un compito che al momento spetta al parlamento: il quale con grande probabilità, lo rimbalzerà di nuovo al governo con la legge delega sulla riforma fiscale, di fatto rinviando il taglio vero e proprio a chissà quando nel corso del 2022. L’importante è che questi tagli siano efficaci, cioè sufficientemente ampi e concentrati, e non dispersi senza criterio.

Cambia poi ancora una volta la geografia dei bonus edilizi. Non serve fare l’elenco dei cambiamenti; basti solo sottolineare come il continuo variare di percentuali, soglie e requisiti non fa che creare incertezza e incapacità di programmazione, tanto alle famiglie quanto alle imprese del settore. Sono però altri due i veri peccati originali di questa legge di Bilancio. Il primo è senza colpevole e senza soluzione. L’orizzonte temporale di questo governo è corto, troppo corto: da 18 mesi, nella migliore delle ipotesi, a ormai solo pochi, nel caso di promozione del premier a Presidente della repubblica. In ogni caso, il Paese si accinge a una discontinuità che non gli farà bene, chiunque vincerà le prossime elezioni. Il secondo peccato è invece ancora sanabile; ma forse è più grave, perché deriva da una consuetudine che sembra consolidata nella politica italiana e che, alla luce dei fatti, sembra colpire anche questo governo. Nonostante sia infatti prevista dalla legge - e nonostante sia inserita nel Piano nazionale di ripresa e resilienza tra le riforme da attuare - non compare mai nel disegno di legge di Bilancio il riferimento alla revisione della spesa. Anzi, quasi beffardamente, troviamo invece per ben due volte interventi a favore di Alitalia!

Prima o poi il ricorso al deficit dovrà terminare. Sarebbe meglio cominciare sin da subito a capire dove troveremo le risorse, dal 2023 in poi. Quale eredità vuole lasciare il governo Draghi al Paese? Proprio per la fiducia che si ha nel premier, non ci si può accontentare. Il cambio di passo finale che serve al Paese è anche culturale: abbandonare la tendenza alla spesa elettorale corrente, avere il coraggio di cercare i risparmi dove si nascondono, liberare il Bilancio da fardelli inutili, che appesantiscono i conti ma che, soprattutto, appesantiranno la crescita quando la medicina del deficit di bilancio non sarà più utilizzabile. Saranno sufficienti i prossimi due mesi per realizzarlo?

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