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Paolo Balduzzi
Paolo Balduzzi

Il carico dell’Iva/ La leva del fisco per battere l’inflazione

di Paolo Balduzzi
5 Minuti di Lettura
Martedì 5 Luglio 2022, 00:23

Sarà il caldo, sarà un po’ di nervosismo, sarà infine la voglia di togliersi dei sassolini dalle scarpe. Ma tant’è, molti commentatori si sono trovati tutti d’accordo nell’attribuire agli economisti la colpa dell’inflazione. Ora, ammettendo il conflitto d’interesse di far umilmente parte della categoria, varrebbe forse la pena di analizzare il fenomeno con più calma prima di puntare il dito contro qualcuno. E solo in seguito, se proprio lo si vuole, provare a ragionare su eventuali responsabilità e, soprattutto, sui possibili modi per uscirne. 
Che cosa succede? Succede che i prezzi corrono: e crescono, rispetto al giugno dello scorso anno, dell’8%. Per gli amanti dei record, sono numeri che non si vedevano dal 1986. È come se il reddito di ciascuno di noi fosse stato tagliato del medesimo ammontare, verrebbe da pensare. Il che è vero ma solo in parte.
Dipende innanzitutto da quali beni ciascuno di noi consuma, perché il prezzo di alcuni di questi è aumentato ben oltre l’8% mentre il prezzo di altri, al contrario, è stabile. Per fare due esempi piuttosto eclatanti, il prezzo medio dei beni energetici è cresciuto di quasi il 50% rispetto a un anno fa mentre quello dei beni alimentari di circa il 9%. 

Per molte aziende, che consumano enormi quantità di energia durante tutti i mesi dell’anno, nonché per gli autotrasportatori e tutti gli automobilisti, il peso sul bilancio o sul portafoglio di questa inflazione è già ben più pesante e drammatico di quel, comunque ragguardevole, 8%. Dipende inoltre dalla tipologia di reddito. Le pensioni, per esempio, sono indicizzate (totalmente o parzialmente) all’inflazione; i redditi da lavoro, soprattutto quelli dei lavoratori dipendenti che non possono fissare il loro compenso (come al contrario i professionisti), invece no. Che qualcosa si debba fare è quindi fuori dubbio. Ma per capire esattamente che cosa, o almeno per provare a farlo, è utile ragionare sulle origini di questo fenomeno. 

Innanzitutto, sono cresciuti i prezzi di quei beni che hanno subito una riduzione improvvisa e inaspettata di offerta, vale a dire i beni energetici e quelli alimentari. La causa principale (ma non unica, come vedremo a breve) è il conflitto in Europa tra Russia e Ucraina. Il gas e il petrolio, che molti Paesi importano dalla Russia, sono diminuiti, a parità di richiesta. Stesso discorso per il grano e altre materie prime alimentari. Sarà forse la speranza che il conflitto finisca in fretta a condizionare il giudizio, ma questa componente ha tutta l’aria di essere temporanea, legata da un lato alla durata della guerra e dall’altro alla capacità dei Paesi di trovare fonti e fornitori alternativi per questi beni. 

Che ci sia una guerra, che si sarebbe dovuto prevederla, e che, come strumento di indebolimento della Russia, si siano scelte determinate sanzioni sembra difficile ricondurlo alla responsabilità degli economisti. Sul prezzo dei beni alimentari pesa sicuramente anche la siccità, sorprendente anche per chi predica da tempo i pericoli del riscaldamento globale. Non manca poi la componente umana, vale a dire la speculazione di chi approfitta della confusione per aumenti immotivati o esagerati dei propri listini. 

Infine, ma primo in ordine temporale, un altro motivo per cui i prezzi dei beni energetici sono in aumento è il boom economico. È infatti dalla fine del 2021 che si osserva una crescita di questi prezzi, dovuto allora al fatto che la grande ripresa dell’attività economica e dei consumi con l’indebolimento del coronavirus eccedeva la disponibilità di fonti energetiche e di capacità produttive di soddisfare le richieste. Si tratta di una componente più strutturale ed è proprio su questa che, eventualmente, le banche centrali avrebbero dovuto agire. Ma se il dato sull’inflazione dipendesse solo da ciò avremmo a che fare con tassi d’inflazione del 4% e non certo del doppio. 

E “agire”, perché sia chiaro, significa alzare i tassi di interesse, rendere più costoso indebitarsi per imprese e famiglie, togliere uno stimolo a una crescita economica che è ossigeno puro per le economie indebolite dalla pandemia. E peggio dell’inflazione c’è proprio la stagflazione, vale a dire una reazione frettolosa delle autorità monetarie che provoca, contemporaneamente, un aumento dei prezzi e un ristagno della crescita economica. 
A scanso di equivoci, ne avevamo già scritto proprio su queste colonne esattamente quattro mesi fa. Che la Banca centrale europea, quindi, abbia deciso di attendere un po’ dovrebbe essere interpretato come segno di prudenza e non come lassismo. Come uscire da questa situazione? Ancora una volta, il compito è oggi forse più nelle mani dei governi che delle banche centrali. Alle quali resta la responsabilità, tutt’altro che leggera, di decidere quando e quanto modificare i tassi di interesse. 

Ma se si ritiene che la componente straordinaria dell’inflazione (dovuta alla guerra) sia quella che oggi crea i problemi maggiori, allora le risposte devono essere politiche e arrivare dai governi. Quello nazionale ma anche quelli europei. Bene la politica di sterilizzazione delle bollette energetiche, infatti; bene anche se si trovasse una vera intesa sui prezzi a livello europeo. Come regola generale per la politica fiscale, tuttavia, i passi indietro sarebbero preferibili ai passi in avanti. In altri termini, prima di un accordo a livello europeo per calmierare i prezzi sarebbe più utile un accordo che permettesse, ancora per un po’ di tempo, di ottenere quel debito necessario a diminuire le imposte. Va ricordato infatti che quando un cittadino acquista un bene, il 4, il 5, il 10 o, nella maggior parte dei casi, addirittura il 22 per cento del prezzo di quel bene è imposta sul valore aggiunto. E che per ogni litro di carburante circa il 60% è accisa. Altro che l’8% di cui si parla oggi.
Infine, sempre a proposito dell’effetto sui prezzi che hanno le scelte dei governi, bisognerebbe forse riflettere un pochino di più prima di obbligare i cittadini europei a comprare automobili che costano 40 o 50 mila euro (le auto elettriche), pena l’impossibilità di spostarsi. Se si potessero compensare l’“inflazione monetaria” con una “deflazione fiscale” e l’analfabetismo finanziario di una certa classe dirigente con un minimo di cultura economica, probabilmente oggi non ci dovremmo nemmeno preoccupare di come reagiranno le banche centrali. 

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