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Angelo De Mattia

Mosse di governo/ Lo strumento del lavoro per ridurre lo spread

di Angelo De Mattia
3 Minuti di Lettura
Mercoledì 15 Giugno 2022, 00:11

È intensa, per i mercati, l’attesa delle decisioni che adotterà tra oggi e domani il Comitato monetario della Federal Reserve, anche se, nel quadro di un programma prospettato nei mesi scorsi e considerato l’aumento, negli Usa dell’inflazione, ora all’8,3%, viene messo in conto l’incremento dei tassi ufficiali per 50 o 75 punti base: un’alternativa non irrilevante. 

Negli Stati Uniti, l’inflazione è causata dalla domanda: dunque non vi è spazio per temporeggiare come quando essa, al contrario, dipende dall’offerta (oggi dai prezzi dei prodotti dell’energia) nei cui confronti la manovra monetaria incide molto meno, benché sia sicuramente opportuna se non altro una strategia di anticipo per prevenire l’aumento dei prezzi di secondo livello, che inizia a verificarsi nell’Unione, per i beni di largo consumo. Il rafforzamento del dollaro che conseguirà dall’aumento dei tassi avrà impatti positivi e negativi nel Vecchio Continente. L’operazione, comunque, si aggiungerà a quella varata dalla Bce con l’aumento dei tassi ufficiali di 25 punti base e con la fine del Quantitative easing, contribuendo così a un orientamento restrittivo delle politiche delle principali Banche centrali. Ci si avvia a un mutamento concreto del quadro internazionale con tutto quel che ne consegue - pur senza arrivare a una nuova tempesta perfetta evocata da alcuni - a motivo della triade parziale post-pandemia - inflazione - riflessi della guerra della Russia contro l’Ucraina. Ma, accanto alle doverose analisi, è anche l’ora delle decisioni, a cominciare dall’Europa: la Bce, la quale checché se ne dica ha dovuto aumentare i tassi per ottemperare al mandato conferitole dal Trattato, deve ora varare uno scudo anti-frammentazione della trasmissione della politica monetaria e anti-ampliamento degli spread utilizzando le stesse motivazioni impiegate durante la presidenza Draghi e ritenute valide dalla Corte europea di giustizia per impedire gravi danni alla stabilità dell’euro. 

Anche ieri i mercati hanno registrato perdite benché contenute e i differenziali, nel nostro caso Btp-Bund tedeschi, sono aumentati. Deve altresì riformare, la Bce, la sua assolutamente inadeguata comunicazione, a maggior ragione perché sempre più la politica monetaria diventa, prima di tutto, comunicazione. Occorre promuovere, poi, un raccordo tra le principali aree monetarie del globo, facendo tesoro “in corpore vili” di quanto fu fatto e di quanto fu omesso o sbagliato nel corso della crisi finanziaria globale scoppiata con i l subprime a partire dal 2008. 

Poiché l’azione antinflazione non è solo compito della Bce, bisogna che vi sia un convergente quadro di riferimento tra politica monetaria, da un lato, e politiche economiche e di finanza pubblica, dall’altro, a livello centrale e di singoli 
Paesi dell’area.

 In Italia, occorre accelerare le riforme strutturali collegate al Piano di ripresa e resilienza e rendere organiche nonché coerenti con il Piano le misure a favore di famiglie e imprese, mettendo al primo posto il lavoro. E’ una prova per l’Italia. Ma è anche una prova per le Istituzioni europee, a cominciare dalla Bce. A metà degli anni novanta del secolo scorso gli spread Btp-Bund a poco a poco si avvicinarono agli 800 punti base (sic!). 

L’azione della Banca d’Italia di Antonio Fazio, in possesso allora della leva monetaria, stroncò l’inflazione e le relative aspettative riportando, in un tempo non lungo, gli spread verso i 200 punti per poi flettere ulteriormente. Perché, oggi, con l’euro non dovrebbe essere possibile un’efficace azione anti-spread, dopo aver visto che nel 2012 è stata possibile?

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