Emergenza gas/ Linea comune dell’Europa contro i rincari

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Domenica 6 Marzo 2022, 00:11

Il conflitto in Ucraina si sta inasprendo e potremmo non avere ancora visto la sua parte peggiore, come ha affermato il presidente francese Macron. Questo vale purtroppo per la sofferenza della popolazione, ma anche per le conseguenze internazionali, con molti Paesi che dipendono dalle forniture di gas dalla Russia. La domanda che sta rimbalzando in questi giorni è cosa succederebbe se la Russia decidesse di chiudere gli approvvigionamenti, come contromossa alle pesantissime sanzioni che sono state imposte, o se fossero le nazioni dell’Unione Europea a decidere di non acquistare più l’oro blu di Gazprom. In caso di interruzione del flusso di gas russo l’Italia avrebbe a disposizione uno stoccaggio di 17 miliardi di metri cubi, dei quali 4,5 della riserva di emergenza. Il fabbisogno italiano è di 70 miliardi di metri cubi all’anno e la Russia lo copre per il 40 per cento. I conti sono presto fatti: eliminando i 28-29 miliardi metri cubi dalla Russia e intaccando la riserva possiamo arrivare all’autunno, ma poi non saremmo in grado di fare fronte alle nostre esigenze.


Oggi la questione principale che investe non solo l’Italia ma tutti i Paesi europei a cominciare dalla Germania, primo cliente della Russia, è se sia possibile sostituire questo immenso flusso di gas (stiamo palando di 170-180 miliardi di metri cubi l’anno). Anzitutto, perché Vladimir Putin non ha ancora fatto ricorso alla minaccia di staccare la fornitura di gas? Un’opinione condivisa da molti è che in questo modo finanzia la guerra in corso. Ma non è solo questo. I pagamenti a favore di Gazprom avvengono tramite la banca collegata Gazprombank: un blocco delle forniture sarebbe una violazione contrattuale a tutti i clienti europei, che a loro volta bloccherebbero tutti i pagamenti. In sostanza, essendo Gazprom e Gazprombank «obbligati al rispetto dei contratti commerciali internazionali» – stiamo parlando di contratti che sono stati sottoscritti in conformità alle leggi olandese, anglosassone, francese o svedese – lo stop alle forniture si porterebbe a rivendicazioni e, nel caso di sentenza favorevole per gli acquirenti, a rimborsi miliardari. La stessa situazione, ovviamente di obblighi contrattuali, cioè l’apertura di arbitrati e conseguenti rimborsi consistenti, si verificherebbe nel caso fossero la compagnie europee a interrompere i pagamenti.


In sostanza, la difesa, giusta, del diritto internazionale deve accompagnarsi con il rispetto di quello commerciale: se quindi in Europa si decidesse di utilizzare il codice Swift per il pagamento del gas, per evitare rischi di contenziosi occorrerebbe prima intervenire sul piano giuridico, europeo e dei singoli Paesi. Questo, a meno che non salti il sistema del diritto internazionale, come conseguenza del conflitto, ma è uno scenario prematuro. Che non ci auguriamo si avveri.
Per capire cosa potrebbe succedere in caso di contenziosi è esemplare il caso Saipem. Dopo la decisione di stralciare la realizzazione del South Stream, preferendo il Turkish Stream come fonte di approvvigionamento, l’arbitrato insito nel contratto determinò il fatto che le fu riconosciuto un rimborso da parte di Gazprom di un accordo transattivo per la mancata commessa di svariate centinaia di milioni di dollari.
A questo vanno aggiunte le difficoltà italiane ed europee di approvvigionamento del gas naturale per uso corrente nel breve termine, come più volte scritto dal Messaggero, per problemi di infrastrutture e di logistica, e per il riempimento degli stoccaggi previsti per il fabbisogno non solo del 2022 e del 2023, ma fino al 2025. Il gas poi, è banale ma va ricordato, va portato dove serve: in Italia, per esempio, nel Nord, dove operano i distretti più attivi nell’export. È anche l’area dove esistono già infrastrutture necessarie per accogliere il gas e distribuirlo: porti, infrastrutture, reti di distribuzione. Quindi non occorre solo migliorare l’approccio con Algeria, Egitto, Mozambico, Australia, Qatar o Stati Uniti sul tema rifornimento della risorsa primaria e sul piano logistico su gasdotti e rigassificatori. Ma occorrono anche qui misure giuridiche straordinarie perché sia possibile sostituire le fonti di approvvigionamento di 180 miliardi di metri cubi annui di gas naturale.


La strategia dovrebbe essere decisa e gestita dall’Unione Europea e dai singoli Paesi in un’ottica di emergenza, quindi con decisioni che tengano conto del quadro generale. Un approccio olistico, come è richiesto dalla situazione innescata dalla guerra, altrimenti il rischio sono l’inefficienza e le controspinte territoriali. 
Le nostre giornate, che ce ne accorgiamo o meno, ormai sono scandite dal Prezzo unico nazionale dell’energia elettrica, il Pun, che ha sostituito a livello mediatico il rialzo incontrollato dello spread al tempo della crisi Lehman Brothers. Anche perché ha i medesimi effetti devastanti sull’inflazione e genera identica paura nei mercati e nelle persone. Per capire l’impatto del Pun sulle nostre vite, quello del 5 marzo era fissato a 363 euro per megawattora (con un massimo orario a 409 euro), più basso di quello del giorno precedente ma ancora molto elevato considerato che il giorno dopo era sabato e nel weekend la domanda è inferiore rispetto ai giorni feriali. Nel frattempo il prezzo del gas naturale all’hub olandese TTF era passato da 185 a 190 euro.
Che fare? Anche qui servirebbe un provvedimento d’emergenza a livello di Ue e dei singoli Paesi, magari fissando un prezzo massimo del gas che possa da un lato rispettare le condizioni di mercato, con le sue incertezze, ma che al tempo stesso possa costituire un riferimento massimo sostenibile. Provo a proporre una cifra: 50 centesimi di euro per kilowattora.


Perché abbia un effetto positivo, ovviamente, il provvedimento dovrebbe essere recepito da tutti gli Stati membri, trasferendo così l’effetto sui singoli mercati. Sarebbe un beneficio per il mercato dell’elettricità, per il quale il prossimo mese diventa prioritario fare qualcosa, e affronterebbe alla fonte il problema delle bollette, senza sottrarre al prezzo la quota per incentivare efficienza energetica, transizione verso le rinnovabili e sviluppo di una struttura di approvvigionamento diversificata. 
In questo caso i puristi del mercato arriccerebbero il naso ma la situazione lo richiede: l’emergenza gas va affrontata dall’Europa politicamente, proprio come è stato fatto per quella del Covid.

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